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John Scofield

John Scofield – John Scofield (ECM Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Verrebbe da dire: finalmente! Dopo circa cinquant’anni di carriera John Scofield compie il “grande passo”, cioè un’incisione in solitudine – o alla peggio con qualche loop di accordi preregistrati – in un disco ECM intitolato semplicemente a suo nome, John Scofield. Operazione, questa, che per come è stata progettata e tecnicamente realizzata – una rigida separazione nei due canali stereo del suono della chitarra, sia quella solista che quella preincisa – non può non portare alla memoria alcune storiche esperienze analoghe. La prima, che fu al centro di sostenute polemiche da parte della critica musicale del tempo, venne condotta da due pianoforti sovraincisi suonati da Bill Evans in Conversations with Myself del 1963. Rimanendo comunque nell’ambito chitarristico bisogna menzionare Characters di John Abercrombie del 1978 – artista con cui peraltro Scofield pubblicherà l’album Solar nell’84 – dove il collega americano compie pressoché un’operazione analoga a quella di Evans. Lo stesso Abercrombie, però, nel 2005 edita Solos-The jazz sessions, questa volta in assoluta e perfetta solitudine. Scofield, invece, decide di operare in questo suo ultimo album in modo differente, mescolando un po’ le carte a disposizione. Accanto a brani realizzati per chitarra “solo”, cioè senza alcun accompagnamento – vedi ad esempio la traccia numero nove di questo album, lo standard My Old Flame, oppure anche la numero undici, Since you asked, di sua composizione – Scofield aggiunge altri brani in cui due chitarre s’appoggiano l’una all’altra utilizzando la summenzionata metodica a loop.Ma al di là di scelte soggettive e personali che competono esclusivamente ad ogni musicista, Scofield stesso ha spiegato come, nella sua carriera, si sia sempre impegnato a suonare con “slamming” band, come racconta in un’intervista al quotidiano Boston Herald. Gruppi, cioè, in cui la parte ritmica è fondamentale e forse è proprio per questo motivo che diventa quasi naturale appoggiarsi ad una componente aggiuntiva che scansioni il tempo e dia un senso manifesto alla battuta, non solamente sott’inteso come avviene invece in un percorso strumentale in completa solitudine.

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John Scofield, Steve Swallow, Bill Stewart – Swallow Tales (ECM Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

In un pomeriggio del marzo 2019, in uno studio di New York, John Scofield decide di celebrare il suo amico e mentore Steve Swallow, notissimo bassista e compositore che ha suonato con Carla Bley, Jimmy Giuffre, João Gilberto, Benny Goodman, Chick Corea, Gary Burton, Jack DeJohnette, Pat Metheny, così tanto per citare. John Scofield nutre una profonda ammirazione per Swallow, in particolare per la sua capacità di improvvisare con moderazione, se così possiamo dire. Questa sua “temperanza”, che ben si adatta alla poetica di Scofield, fa della sua musica qualcosa che può tranquillamente stare tra il jazz e la canzone: non troppo melodico, non ostinatamente disarmonico.

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John Scofield Combo 66 @ Blue Note, Milano – 7 novembre 2018

Live report ed immagini sonore di Elisabeth Petrone

Combo 66, ne ha fatta di strada John Scofield, tanta quanta la Route 66 e mercoledi 7 novembre 2018 al Blue Note ce l’ha fatta attraversare questa sua strada accompagnato da valorosi musicisti, il batterista Bill Stewart, che come Sancho Panza suona al suo fianco da molto tempo, Gerald Clayton, al pianoforte e all’organo e Vincente Archer al contrabbasso.
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