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Kit Downes

Kit Downes, Bruno Chevillon, Archipélagos, She’s Analog, Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp – NovaraJazz

A P P U N T I  D A  N O V A R A J A Z Z


Articolo di Mario Grella

Che l’organo sia uno strumento versatile è risaputo, ma è anche risaputo che, pensando alla musica d’organo, il riferimento sia sempre, o quasi, alla musica sacra se non proprio “chiesastica” e, qualche volta, anche con una connotazione psicologica che contempla una certa noiosità. Naturalmente sono beceri luoghi comuni, ma è certo che fino a che non si è ascoltato un musicista come Kit Downes, che apre l’ultimo giorno di NovaraJazz con uno straordinario concerto sull’organo “Biroldi” della Chiesa di San Giovanni Decollato di Novara (da poco restituito restaurato alla città), non si è ancora assaporato appieno cosa possa produrre un organo (e la bravura del compositore, s’intende). Dimenticatevi tutto o quasi tutto di quello che la vostra memoria ha sedimentato nella parola “organo” e voltate pagina: niente registri consueti, niente movimenti, niente ascendenze codificate, tutto nuovo, tutto mai sentito (o quasi mai). Uso “spregiudicato” dello strumento, officina di suoni, asimmetricità della composizione, luce nuova. Kit Downes sembra maneggiare la musica d’organo con irriverenza, ma non è così, si tratta piuttosto di una liberazione dello strumento da quegli schemi fissi che hanno abituato lo spettatore ad aspettarsi solo un certo tipo di musica e non altro. Un timore reverenziale che nel pubblico è venuto meno con questo straordinario concerto che, se in parte risente della “britannicità” per alcune impostazioni del musicista di Norwich, porta contemporaneamente una travolgente folata di novità, nell’uso dell’organo. Il concerto di questa mattina riassume in un certo senso tutta la “mission” e l’anima del jazz: la continua, indomita, perseverante ricerca di suoni nuovi, ritmi nuovi, persino l’utilizzo diverso dello strumento stesso.

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Kit Downes, Petter Eldh, James Maddren – Vermillion (ECM Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

L’impressione primaria, ascoltando Vermillion di Kit Downes, terzo lavoro per ECM, è quella che si può provare osservando ad occhio nudo un cielo stellato. Tra i silenzi, le distanze siderali, gli ammassi di polvere cosmica e le luminescenze planetarie che appaiono nella volta celeste, pare di avvertire in sottofondo questo strano soundtrack ora appena accennato ora più denso che è la caratteristica del trio Downes, Eldh & Maddren, rispettivamente piano, contrabbasso e batteria. Sembrerebbe a tutti gli effetti un normale trio jazz come ce ne sono a migliaia. Ma parlare appunto di jazz, in questo caso, è quasi un arbitrio. Siamo di fronte ad una modalità contemporanea d’interpretazione di una musica tonale e acustica, senza interventi elettronici, limitatamente sperimentale, tuttavia lontana anni luce da quello che siamo abituati ad ascoltare nelle normali formazioni triadiche. Kit Downes proviene da un’educazione musicale mista, tra influenze classiche, jazz, sinfoniche e cameristiche. I suoi due precedenti album per ECM, Dreamlife of Debris del 2019 ma soprattutto Obsidian del 2017 che lo impegnò su un organo da chiesa a canne, sono, se vogliamo, ancora più proiettati verso una dimensione d’avanguardia rispetto a Vermillion, cosicché quest’ultima prova resta tutt’altro che ostica all’ascolto, immersa in un clima tranquillo e meditativo. Il principio di questa musica è un àpeiron, un indefinito principio di armonie insolite, seminascoste, sempre oscillanti tra spezzoni di melodie e imprevedibili rallentamenti in cui è il dialogo continuo tra i tre strumenti a costruirne lo sviluppo. Come spesso succede nel trio moderno, le gerarchie tra strumenti vengono bypassate in favore di un amalgama che pare costruirsi via via, seguendo probabilmente più da vicino l’improvvisazione che non la scrittura. Una raccolta di ballad, dunque? Anche qui siamo fuori strada. Il tono generale alle volte pare quasi trasognato ma in realtà si tratta di un senso di abbandono ad una certa sensazione d’infinito, lasciandosi trasportare da un sentimento dispersivo, un vagabondaggio per un’ignota Via Lattea interiore, in completa assenza gravitazionale. Oltre al pianista Kit Downers – che rivendica ispirazione dal suo compatriota John Taylor, scomparso nel 2015 – troviamo in questo trio lo svedese Petter Eldh al contrabbasso – che proviene dal trio di Django Bates – e il britannico James Maddren alla batteria, amico di vecchia data dello stesso Downers. In realtà i tre musicisti già avevano pubblicato insieme come gruppo sotto il nome di Enemy nel 2018. Tutte le tracce dell’album sono composte fifty fifty tra Downers ed Eldh, tranne l’ultimo brano che è una rivisitazione – o meglio una completa destrutturazione – di un famoso “hit” di Jimi Hendrix, quel Castles are made of Sands apparso in Axis: bold as Love del 1967.

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