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Simone Gubbiotti

Simone Gubbiotti | Christian Pabst – Encounter (JazzSick Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Un album in moto perpetuo, questo di Simone Gubbiotti & Christian Pabst, che procede senza ansie né inquietudini. Encounter si rivela in tutta la sua chiarità di opera intensa ed elegante, “semplice” nella sua scrittura ben assimilabile, senza arzigogoli sovrastrutturali, in cui chitarra e pianoforte appaiono per quello che sono, due strumenti “portanti” utilizzati nel modo più armonico e naturale possibile. Una marcata dolcezza d’intenzioni sta alla base di queste costruzioni musicali caratterizzate da un continuo confronto musicale dialogico, in cui i due musicisti vicendevolmente si compenetrano quasi in un unico, lineare flusso melodico. Del chitarrista Gubbiotti c’eravamo già occupati a lungo e volentieri recensendo il suo precedente album #Underdogs – potete trovare la nostra opinione qui. Non posso far altro che ribadire il carattere accanito e sfaccettato di questo musicista che ormai ha trovato una sua dimensione stabile, un suono collaudato – anche se la timbrica del suo strumento non si discosta molto dalla tipica nuance “brunita” di molti chitarristi jazz più tradizionali. Pabst è invece un pianista non ancora quarantenne, di origini tedesche ma trasferitosi da due anni a Perugia, che se non ricordo male, è anche la città in cui risiede Gubbiotti. Realizzando quindi un percorso contrario a quello che fanno molto nostri concittadini, forse anche ispirato – potremmo ben dirlo – dalla storica bellezza della città, Pabst giunge come musicista alla pubblicazione del quinto disco della sua carriera come titolare e co-titolare – in realtà come sideman è comparso in oltre una decina di pubblicazioni – proprio in coabitazione strumentale con Gubbiotti. Il suo è un pianismo eclettico e compiuto, colmo di sentimento e di trasparenze, molto probabilmente influenzato da studi classici, almeno a giudicare dal suo tocco netto e pulito sulla tastiera. Ascoltare questa coppia di artisti significa decentrare lo sguardo da certe ectoplasmiche evoluzioni dissonanti alla moda contemporanea per focalizzare invece l’attenzione sulla materia tangibile della musica, dove anche l’improvvisazione ha un proprio senso costruttivo e la melodia non si fa mai sfuggente.

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Simone Gubbiotti – #Underdogs (Double Dimension Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

A leggere le sue note biografiche, Simone Gubbiotti classe 1974, non deve aver avuto una vita facile. Anzi, senza usare ulteriori eufemismi, direi piuttosto drammatica. Ce ne sarebbe abbastanza per creare un profilo letterario, da sceneggiatura cinematografica, in cui lo “sfavorito” di turno su cui nessuno scommetterebbe un centesimo si prende la sua rivincita personale e diventa, come in questo caso, un affermato ed ottimo musicista. Lasciando perdere gli episodi di vita individuale, qualsiasi persona che si accosti per la prima volta alla musica attorno ai 25 anni e riesca a diventare quello che Gubbiotti è in questo momento, merita tutta l’attenzione e la stima possibili. Possiamo proprio affermare che gli #Underdogs, termine anglosassone che significa più o meno “gli sfavoriti, gli svantaggiati”, per non usare altri vocaboli più espliciti, siano stati una condizione esistenziale assai vicina a quella di Gubbiotti stesso che ha scelto questo titolo per battezzare il suo nuovo album nonché il nome del trio con cui si presenta. Eppure lo stesso musicista umbro aveva ben dimostrato già nei suoi lavori precedenti, in particolare nel disco solo Essenza, di essere tutt’altro che un “underdog”. Probabilmente certe ustioni ricevute dalla vita lasciano cicatrici profonde e la loro guarigione richiede molta più pazienza di quanto non si riesca a prevedere. A raccontarla tutta, il lavoro in questione segue una pubblicazione editoriale uscita nel 2018 – “Underdog l’arte dello sfavorito” – dove l’Autore suggerisce l’idea, tutt’altro peregrina, che anche chi resti indietro possa ribaltare un pronostico che sembra segnato e condurre a suo favore ciò che sulla carta pareva apparentemente impossibile. Nonostante quindi Gubbiotti abbia iniziato decisamente tardi a suonare la chitarra è indubbio che poi si sia organizzato a recuperare il tempo perduto in modo sorprendentemente veloce perché a 47 anni egli può vantare un curriculum esperienziale di tutto rispetto. Gli studi, prima di tutto. Nel 2003, infatti, Gubbiotti si trasferisce a Los Angeles per iscriversi al GIT – Guitar Institute Technology e poi seguire ulteriori corsi con importanti maestri americani come il chitarrista Sid Jacobs, diventando in un secondo tempo tutor e assistente di Joe Diorio – uno dei miei personali “pallini” tra i chitarristi – presso l’USC, University of Southern California. Negli Stati Uniti ha la possibilità di conoscere molti artisti e collaborare con alcuni tra loro che parteciperanno alle sue incisioni, come ad esempio il batterista Joe La Barbera – vi dice qualcosa il nome di Bill Evans? – e Peter Erskine, per non contare le numerose esibizioni a fianco di numi tutelari come Joe Lovano, Steve Swallov ed un nutrito gruppo di jazzisti di casa nostra – Gabriele Mirabassi, Walter Calloni, Massimo Manzi, Fabio Zeppetella solo per citarne alcuni.

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