R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

A leggere le sue note biografiche, Simone Gubbiotti classe 1974, non deve aver avuto una vita facile. Anzi, senza usare ulteriori eufemismi, direi piuttosto drammatica. Ce ne sarebbe abbastanza per creare un profilo letterario, da sceneggiatura cinematografica, in cui lo “sfavorito” di turno su cui nessuno scommetterebbe un centesimo si prende la sua rivincita personale e diventa, come in questo caso, un affermato ed ottimo musicista. Lasciando perdere gli episodi di vita individuale, qualsiasi persona che si accosti per la prima volta alla musica attorno ai 25 anni e riesca a diventare quello che Gubbiotti è in questo momento, merita tutta l’attenzione e la stima possibili. Possiamo proprio affermare che gli #Underdogs, termine anglosassone che significa più o meno “gli sfavoriti, gli svantaggiati”, per non usare altri vocaboli più espliciti, siano stati una condizione esistenziale assai vicina a quella di Gubbiotti stesso che ha scelto questo titolo per battezzare il suo nuovo album nonché il nome del trio con cui si presenta. Eppure lo stesso musicista umbro aveva ben dimostrato già nei suoi lavori precedenti, in particolare nel disco solo Essenza, di essere tutt’altro che un “underdog”. Probabilmente certe ustioni ricevute dalla vita lasciano cicatrici profonde e la loro guarigione richiede molta più pazienza di quanto non si riesca a prevedere. A raccontarla tutta, il lavoro in questione segue una pubblicazione editoriale uscita nel 2018 – “Underdog l’arte dello sfavorito” – dove l’Autore suggerisce l’idea, tutt’altro peregrina, che anche chi resti indietro possa ribaltare un pronostico che sembra segnato e condurre a suo favore ciò che sulla carta pareva apparentemente impossibile. Nonostante quindi Gubbiotti abbia iniziato decisamente tardi a suonare la chitarra è indubbio che poi si sia organizzato a recuperare il tempo perduto in modo sorprendentemente veloce perché a 47 anni egli può vantare un curriculum esperienziale di tutto rispetto. Gli studi, prima di tutto. Nel 2003, infatti, Gubbiotti si trasferisce a Los Angeles per iscriversi al GIT – Guitar Institute Technology e poi seguire ulteriori corsi con importanti maestri americani come il chitarrista Sid Jacobs, diventando in un secondo tempo tutor e assistente di Joe Diorio – uno dei miei personali “pallini” tra i chitarristi – presso l’USC, University of Southern California. Negli Stati Uniti ha la possibilità di conoscere molti artisti e collaborare con alcuni tra loro che parteciperanno alle sue incisioni, come ad esempio il batterista Joe La Barbera – vi dice qualcosa il nome di Bill Evans? – e Peter Erskine, per non contare le numerose esibizioni a fianco di numi tutelari come Joe Lovano, Steve Swallov ed un nutrito gruppo di jazzisti di casa nostra – Gabriele Mirabassi, Walter Calloni, Massimo Manzi, Fabio Zeppetella solo per citarne alcuni.

Gubbiotti, con questo #Underdog è al sesto disco da titolare ma non bisogna dimenticare altre due collaborazioni, una con la Terni Jazz Orchestra ed un’altra col Paul Wertico Quartet – Dynamics in Meditationes – uscito nel 2020. L’album di cui ci stiamo occupando ora è fondamentalmente uno di quei sugosi, essenziali album di jazz in trio – less is more! – che lavorano sulla plastica configurazione ternaria in cui è presente uno strumento prevalentemente solista – Gubbiotti alla chitarra elettrica – ed una sezione ritmica composta da due ottimi strumentisti, Paolo Franciscone alla batteria e Davide Liberti al contrabbasso. Ospite la cantante di musica brasiliana Valentina Pagliarello, in arte Cantora. Il trio mi sembra essere la formazione ideale per Gubbiotti, anche se devo ribadire che personalmente ho apprezzato molto la sua prova solista del 2008, esperienza già matura che come tutte le esibizioni in solitudine sono un po’ la prova del nove per la validazione a tutti gli effetti della carriera d’un musicista. Lo stile è quello che già conosciamo, asciutto, morbido, vitalistico e con una modestissima distorsione della chitarra che sembra, in modo naturale, dovuta per lo più alla saturazione dell’amplificazione. Il suo modo di suonare mantiene corposi legami con la tradizione di chitarristi che comprende Scofield, Abercrombie e per certi versi anche Frisell. Musica moderna quindi, senza evidenti ammiccamenti al passato, anche se ogni chitarrista jazz finisce poi, anche inconsciamente, per proiettare l’ombra lunga di Jim Hall, a mio parere il “traite d’union” tra Christian e Montgomery e i succitati più giovani strumentisti. Da sottolineare comunque l’apporto ben udibile dei due partner al contrabbasso e alla batteria che sostengono il tutto con misurata esuberanza ritmica.

Si comincia con Injury Time e si parte subito in pole position. Chitarra veloce e fraseggio che presenta da subito le sue ottime credenziali. Uno splendido intervento solo di contrabbasso che quasi rivaleggia in velocità con la chitarra fa sì che le note basse e i respiri del musicista si sovrappongano per organizzarsi in un continuum di musica. Questione di Tempi s’imposta su un andamento moderato, con una serie di accordi ascendenti che introducono il tema in un ¾ lasciando più spazi tra le note ma che non è tanto meno incalzante nella parte ritmica dove si ripresenta un assolo di contrabbasso – del resto la perizia di Liberti la conosciamo già col Fabio Giachino Trio (ndr: un paio di buone registrazioni di questo trio le trovate facilmente in streaming). Dalla metà brano in poi, verso il finale, si mette in mostra anche Franciscone con un bel set di rullate e piatti in azione. Ricordo che questo batterista lo potete ascoltare in un interessante disco con Massimo Faraò e l’organista soul & gospel Rodney Bradley, Don’t let me be lonely tonight, uscito giusto lo scorso anno. È la volta di 4-5, anch’esso costruito su una miscela di tempi e su un gruppo di accordi ascendenti che si ripetono nel tema, tra il continuo incresparsi dell’onda ritmica dettata dalla batteria. L’improvvisazione centrale di Gubbiotti si mantiene in parte autonoma e in altra parte condivisa con il contrabbasso. Ripetizione del tema come da prassi prima della chiusura. The Day Before- Back in Training ha il movimento del blues, colorato dalla voce di Cantora che accompagna gli strumentisti con un intervento vocale senza parole, peraltro in perfetta intonazione. Quando parte l’improvvisazione di Gubbiotti avvertiamo per la prima volta l’innesco di un sustain e una leggera distorsione in più. L’effetto che ne consegue aumenta un poco la drammatica intimità della musica fino all’assolo del contrabbassista che non smette di stupirmi per la propria tecnica d’esecuzione. La ripresa del canto prelude poi alla fine del brano.

Unnecessary Roughness ha molto swing e vitalità. La chitarra scivola leggera tra una scala e l’altra durante l’improvvisazione innescando un lungo bridge nella seconda metà del brano che ripesca la sequenza di accordi iniziali, prima di avviarsi verso la smorzata, secca chiusura finale. Compare, con Deconstructing, il clima di una ballad dallo sviluppo tranquillo, rimarcata dalle note spesso allungate del contrabbasso e dall’uso generoso dei piatti della batteria. Interessanti le armonizzazioni per chitarra e la lunga improvvisazione centrale, dai molteplici balzi tonali. Ancora un assolo di Liberti al basso nella seconda parte e un divertissement alla batteria che mi ricorda il precedente Questione di Tempi. Invece, The Place I Live, pare inizialmente la logica continuazione di Deconstructing, forse perché sembra ruotare attorno alle stesse tonalità d’impianto. Anche in questa circostanza si ripete un po’ la struttura del brano precedente, con assolo di Liberti e Franciscone che morde il freno con le sue nervose percussioni. Overtime imposta un tema alla Pat Metheny con dei continui cambiamenti di tempo. La struttura architettonica del brano appare più complessa dei precedenti per sembrare un collage in continua ebollizione di spunti e di ritmi con Gubbiotti e Liberti che dimostrano tutta la loro vulcanica energia. In questo pezzo leggiamo gran parte della maturità compositiva dell’Autore, nonché la visione d’insieme del trio di notevole coesione e compattezza. Valentina è una ballad molto lenta, probabilmente dedicata, che tinge di blu profondo la musica degli Underdogs. Il contrabbasso letteralmente scava anfratti sonori dove le sue note vanno a rifugiarsi, le vibrazioni chitarristiche si fanno più meditabonde e tendono a moderarsi in velocità. La batteria diventa un soffio leggero, con le spazzole strusciate sulle pelli dei tamburi e sul metallo dei piatti. Rumors riporta i tempi verso un blues tutto sommato piuttosto moderato e swingante che chiude l’album senza sbavature.

Il traffico di note e arrangiamenti proposti da questo trio dimostra non solo la presenza, che ormai possiamo definire autorevole, della personalità di Gubbiotti ma anche la coesione collaborativa tra gli elementi del gruppo. Si tratta di un jazz non modernissimo ma di estrema piacevolezza, uno di quei dischi che vien voglia di rimettere in loop per apprezzare tutta quella componente di rugosa matericità tipica delle formazioni in trio, quando hanno la chitarra come strumento centrale.

NB= Per una scelta attribuibile a ragioni editoriali a me sconosciute, la sequenza dei titoli che ci è arrivata dall’etichetta discografica non corrisponde a quella che si può trovare in streaming, dove lo stesso album compare suddiviso in due volumi – I° e II° – e dove i brani, pur essendo complessivamente gli stessi, sono stati diversamente distribuiti. Inoltre, da una rapida ricerca condotta in rete, pare che il supporto fisico sia disponibile, almeno per il momento solo in vinile.

Tracklist:
01. Injury Time

02. Questione di Tempi
03. 4-5
04. The Day before/Back in Training
05. Unnecessary Roughness
06. Deconstructing
07. The Place I Live
08. Overtime
09. Valentina
10. Rumors