R E C E N S I O N E


Recensione di Arianna Mancini

“Quale sarebbe il tuo ultimo gesto, cosa faresti prima della fine?” è l’interrogativo epocale che si cela dietro Pompeii, ultimo lavoro di Cate Le Bon, al secolo Cate Timothy.
Il sesto lavoro full-length della cantautrice gallese, uscito per Mexican Summer, ha visto la luce a tre anni da Reward, nominato al Mercury Award come miglior album dell’anno.
Pompeii è una delle tante creature che ha avuto genesi e compimento nel biennio maledetto. Un album introspettivo e quasi interamente solista, composto e registrato in solo session a Cardiff, dov’è cresciuta. Scritto principalmente al basso, strumento che Cate predilige per la composizione, sono suo artificio anche le chitarre e synth. Fanno eccezione, le percussioni e la batteria, inserite a distanza dall’Australia, a cura di Stella Mozgawa, frequente collaboratrice di Cate, ai fiati: Euan Hinshelwood al sax e Stephen Black al clarinetto.
La cantautrice gallese, che in passato aveva prodotto lavori per Deerhunter e John Grant, è anche qui coproduttrice, e ha al suo fianco come collega in sede di produzione Samur Khouja, suo fedele collaboratore di lunga data.

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