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Tame Impala

Elvis O.S.T. (RCA Records/Sony Music, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Stefania D’Egidio

Confesso di non aver ancora visto il biopic su Elvis diretto da Baz Luhrmann, preferivo concentrarmi sulla colonna sonora, uscita lo scorso 24 giugno, libera dal condizionamento e dalle emozioni delle immagini; mi dicono di un Tom Hanks strepitoso nei panni di Tom Parker e di un Austin Butler in odore di statuetta, quindi forse meglio così.
Prendetevi un’oretta buona per ascoltare l’album, io lo sto facendo da circa un mese perché 37 tracce sono davvero tante, anche se le prime due scorrono velocissime. Il repertorio da cui attingere d’altronde è enorme, io stessa mi sarei trovata nell’imbarazzo della scelta, eccezion fatta per Sospicious Minds, che è una delle mie canzoni preferite in assoluto (sia nella versione di Elvis, che in quella anni ’80 dei Fine Young Cannibals) e che, infatti, è presente in diverse salse, sia come campionamento che come remix.

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Tame Impala – The Slow Rush (Modular, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Claudia Losini

Quando i Tame Impala hanno esordito, nel 2010, con Innerspeaker, hanno gettato una pietra miliare nella storia della musica del nuovo millennio, facendo esplodere il revival del psychedelic rock e ottenendo da subito la benedizione di fan e stampa mondiale. Dopo Currents, la band australiana ha dovuto fare i conti con il fatto di non essere più soltanto un ottimo progetto di nicchia di derivazione psych rock: Kevin Parker è diventato un punto di riferimento, acclamato da tutti come genio del rock contemporaneo, la sua band è stata headliner al Coachella, ogni singolo è diventato immediatamente una hit. Con un percorso così breve e così clamoroso, la pressione a fare sempre meglio di prima può diventare insostenibile. È successo a tanti gruppi, implosi dopo il debutto, ad altri che hanno continuato a ripetere lo stesso album per tutta la loro carriera, e altri, che invece hanno continuato a cercare la propria identità, anche commettendo passi falsi.

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Jon Bryant – Cult Classic (Nettwerk, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Manuel Gala

Svegliarsi in paradiso stropicciandosi gli occhi per la lunga dormita, accorgersi di essere circondato da un popolo strano discendente da Woodstock, in attesa che la star entri in scena. Ecco che dall’alto inizia a scendere verso di noi una nuvola, iniziano le prime note e una voce celestiale comincia a cantare. Appare in una luce divina il magico mondo di Jon Bryant, come nella copertina del suo nuovo album Cult Classic; angelico nello sguardo ma con l’animo maledetto, come d’altronde deve essere una star del circuito che si rispetti.
33 anni (ma guarda un po’), nato ad Halifax, la voce più ammaliante e penetrante del Canada fornisce una prova di maturità che non può passare inosservata. Avete presente i brividi lungo la schiena che vi hanno accompagnato nell’ascolto del pluripremiato album di Bon Iver? Si esatto, proprio quello con la meravigliosa Holocene! Ok ora immaginatelo mentre si diletta con testi e musica made in Australia dei Tame Impala in versione zucchero a velo e gocce di malinconia.

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