R E C E N S I O N E


Articolo di Manuel Gala

Svegliarsi in paradiso stropicciandosi gli occhi per la lunga dormita, accorgersi di essere circondato da un popolo strano discendente da Woodstock, in attesa che la star entri in scena. Ecco che dall’alto inizia a scendere verso di noi una nuvola, iniziano le prime note e una voce celestiale comincia a cantare. Appare in una luce divina il magico mondo di Jon Bryant, come nella copertina del suo nuovo album Cult Classic; angelico nello sguardo ma con l’animo maledetto, come d’altronde deve essere una star del circuito che si rispetti.
33 anni (ma guarda un po’), nato ad Halifax, la voce più ammaliante e penetrante del Canada fornisce una prova di maturità che non può passare inosservata. Avete presente i brividi lungo la schiena che vi hanno accompagnato nell’ascolto del pluripremiato album di Bon Iver? Si esatto, proprio quello con la meravigliosa Holocene! Ok ora immaginatelo mentre si diletta con testi e musica made in Australia dei Tame Impala in versione zucchero a velo e gocce di malinconia.

Il risultato è stupefacente. L’album inizia con un omaggio proprio alla copertina; le note di Paradise partono con xilofono amplificato e voce limpida, pulita, una manna per la mente e pace per i cuori affranti. Il brano Cultivated nasce come brano elettro pop molto ben riuscito nel suo insieme dove in modo particolare risalta il riff in sottofondo della chitarra di Bryant, un suono delicato che calza perfettamente sul pezzo come la scarpetta di Cenerentola (siamo in fase rivisitazione film Disney nei cinema quindi il paragone dovrebbe essere facile da comprendere). The Fall è un lungometraggio d’amore anni 60, una colonna sonora dei James Bond quelli veri di Connery, struggente, ti entra nel cuore e ti rapisce in un turbinio di forti emozioni. Ma il bello deve ancora arrivare amici. Si arriva ad uno dei singoli estratti Ya Ya Ya Ya, dove lo spirito di Prince rivive chiaro nelle menti di ognuno di noi provocando un sussulto, come quando si è innamorati e le farfalle volano nello stomaco libere e felici.

Il capolavoro dell’album, dell’intero anno musicale in Canada probabilmente: Did What I Did è magia, è malinconia, è quanto di più bello e vero ci possa essere in una storia di vita vissuta. È il passato che ci scorre davanti, gli errori commessi per la nostra testardaggine, perché volevamo andasse così.
I did what I did because I wanted to, I was wrong and I know” è la sintesi dell’essere umano. Ho fatto quel che ho fatto perché volevo, ho liberato ciò che tenevo dentro anche se brucia, anche se ora non c’è posto dove andare. Ma una nuova bugia sarebbe stata l’ennesima e ora è tempo di cambiare ciò che non si può più nascondere. Questa canzone fa un po’ da spartiacque ad una seconda parte dell’album più da studio session, una celebrazione della parte più intima dell’anima. Le similitudini con le atmosfere del capolavoro Grace di Jeff Buckley sono diverse, a cominciare da Party ed At home che ricalcano molto lo stile del compianto (e aggiungerei rimpianto) cantante suicida, per finire con Courtesy call e I saw you.

Se il nostro intento (ed il vostro) è quello di scoprire ed esplorare nuovi orizzonti, con Jon Bryant si va anche oltre; si va alla ricerca del nostro subconscio, di quello che ognuno di noi ha dentro. E svegliandoci dallo stato di torpore sonoro che circonda la nostra esistenza, ci ritroveremo nel paradiso musicale costruito per ognuno di noi… dove sarà lui ad accoglierci.