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Veronica Perego

Max Giglio – Cities and Lovers (Emme Record Label, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Il termine crooner, in italiano, viene abitualmente tradotto come “cantante confidenziale” anche se il verbo “to croon”, in inglese, significa “canticchiare, cantare sottovoce”. Si allude quindi ad un’espressione delicata, non aggressiva, in cui valga molto di più la comunicazione emotiva che non la pura potenza vocale. Possiamo ricordare facilmente alcuni grandi cantanti del passato, crooner che hanno contribuito alla storia del jazz, come Sinatra, Tony Bennett, Dean Martin, Nat King Cole per citarne alcuni tra i più famosi. Ed anche alcuni nomi risonanti ai giorni nostri, come Michael Bublè, Kurt Elling, così come le voci femminili di Diana Krall o Patricia Barber ed altri ancora. In Italia, chi come me ha qualche anno in più sulle spalle, si ricorderà di Nicola Arigliano, Johnny Dorelli, Teddy Reno, passando per Fred Bongusto fino al contemporaneo Paolo Conte. Insomma, la tradizione di questa tipologia di canto “riservato”, pur cedendo palmi di terreno all’avvento del soul e del rock, non è mai scomparsa ed ha continuato a sussistere adattandosi spesso a vivere anche sottotraccia sostenuta da tutti coloro che hanno contribuito a crederci e ad appassionarsi a questa morbida forma di espressione musicale. Chi certamente ci scommette ancora molto è Max Giglio, cantante, musicista e compositore torinese, che ha vissuto gran parte della sua formazione e della crescita artistica tra la propria città natale e Genova. Questo nuovo album Cities and Lovers è laseconda prova discografica in assoluto di Giglio, dato che il suo vero esordio è stato all’interno del Progetto Sabià, con un lavoro, Arco-Iris (2018), dedicato alla musica brasiliana. In questo ultimo disco si racconta una sorta di meta-mondo in cui gioie e tristezze vengono mitigate e rese piacevolmente sostenibili, dove gli eccessi sono banditi a favore di una visione un po’ romantica della vita ma non ingenua né condotta con languori eccessivi e nella quale l’onestà e la sincerità intellettuale sono riferimenti ineludibili. In questa dimensione ideale dell’esistenza, Giglio si muove attraverso un’interpretazione delicatamente demodè, con una voce intrigante condotta su timbriche medio-scure, senza toni cavernosi e capace anche di salire d’intensità quando occorre. Naturalmente l’intonazione è quella precisa di chi il canto l’ha studiato a lungo e non lo ha solo sperimentato istintivamente. In alcuni momenti, soprattutto quando il testo è scritto in italiano, nel modo in cui Giglio insiste arrotondando certe vocali, mi sembra di cogliere delle inflessioni che mi hanno fatto pensare al modo di cantare di Luigi Tenco.

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Aura Nebiolo – A Kind of Folk (Abeat Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

In una piacevole tavolata tra amici mi capitò di sostenere – complice il vino che induceva giocoforza ai dialogoi – che piccoli gruppi cameristici, sia nell’ambito classico che nel jazz, costituivano una teorica modalità perfetta di ascolto. Pochi strumenti, meno distrazioni, più capacità di seguire lo svolgimento della musica. Al che uno tra i commensali mi fece riflettere sul misterioso, abbacinante effetto di un’orchestra. Magicamente, strumenti di natura diversa che svolgono parti differenti come trombe e tromboni, archi e flauti, s’intrecciano in una sorta di danza erotica, avvicinandosi e allontanandosi in un altalena continua tra eccitazione e malinconia. “La differenza” – sosteneva l’amico – “sta tutta nel colore”. A distanza di tempo devo convenire che un gruppo orchestrale, considerato nel suo insieme, si trova realmente su un altro pianeta. Se poi le partiture sono scritte con cognizione di causa e in una modalità cosi pura e lineare come nel caso di questo A Kind of Folk, seconda uscita discografica della compositrice e cantante astigiana Aura Nebiolo, allora può scattare veramente una sorta di seduzione verso tutto ciò che riguarda un’orchestra e il potenziale della sua tavolozza di sfumature. Il titolo dell’album, come racconta la stessa autrice, si rifà ad un brano del trombettista Kenny Wheeler, appunto Kind of Folk, che si trova in Still Waters uscito nel 2005. Paradossalmente questa traccia è eseguita in duo – oltre alla tromba di Wheeler c’è anche il piano di Brian Dickinson – ma tra gli spazi sonori e le suggestioni armoniche create dai due musicisti, la Nebiolo potrebbe averci letto degli spunti, delle idee nuove dalla cui elaborazione è nato un disco come questo pubblicato per Abeat. L’artista piemontese, diciamolo subito, è una più che piacevole sorpresa. Da quello che avevo compreso nel suo disco precedente, una raccolta di standard dedicati a George & Ira Gershwin, pubblicato solo l’anno scorso, mi era sembrata una brava cantante jazz e poco di più, alle prese tra l’altro con una formazione ridottissima (vibrafono e contrabbasso, rispettivamente degli ottimi Maurizio Vespa ed Enrico Ciampini). Francamente, non avrei potuto prevedere questa evoluzione che ora la vede nella triplice veste di cantante, autrice ed arrangiatrice e in grado di condurre elegantemente gli undici elementi della sua orchestra – li citerò tutti, come conviene, in coda alla recensione –  inserendosi tra loro con la sola voce.

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