L I V E – R E P O R T
Articolo e immagini sonore di Rossana Ghigo
La giostra dei pazzi continua a girare vorticosamente dal 1992. Sono «leggende metropolitane e onde clandestine» che fanno trasalire stasera qui nel piccolo cuore pulsante di rubino a Pieve di Teco. Nel vento del primo giorno di marzo carico di promesse c’è anche La promessa della felicità. Ci sono poesie portoricane, librerie biblioteche, angoli di strada, i gradini d’accesso degli edifici, tetti piatti, scale antincendio, bar, parchi, banchi dei pegni, giochi di carte, i combattimenti dei galli, i funerali, la panetteria, i locali di biliardo…
La presenza di Federico Sirianni è poesia dolcissima, curata e colta, affiancata dalla fiamma rosso Tiziano di Veronica Perego che con il suo contrabbasso pare uscire dalle Nozze di Cana di Veronese. Col suo timbro greve questo strumento imponente si svincola dalla mera funzione di accompagnamento per raggiungere le più alte vette espressive. Con loro la voce superlativa, incantevole e incantatrice di Valeria Quarta (voce e percussioni). Dalla lirica al jazz al canto moderno per approdare alle sonorità morbide e sensuali del sud, una lava incandescente che attraversa il cuore, puro e interminabile orgasmo uditivo. «Il dolore passa, la dolcezza resta», questa intesa, l’aria che si respira e la melodia che si travasa nelle vene è «un luogo di carezze che tolgono il fiato in gola».

Sirianni, nella sua carriera costellata di soddisfazioni, premi prestigiosi e collaborazioni importanti, da abile alchimista fa reagire tra di loro moltissimi elementi: letteratura, pagine di vita a volte intrise di dolore, a volte solcate da un sorriso, diari di viaggio, cantilene antiche, richiami di terre lontane. Contaminazioni che ci fanno percorrere il mondo intero. Minareti turchi che proiettano in un magico quadrato sormontato da un bagliore dorato traslando la visione all’interno di un un mondo immateriale come descrisse De Amicis: «Un’ombra altissima e leggera, ancora coperta da un velo vaporoso, si sollevava al cielo e rotondeggiava gloriosamente nell’aria … Il velo si squarciava rapidamente, e da ogni parte balzavan fuori moschee, torri, mucchi di verzura, case su case».
E poi si riparte per altre mete, luoghi dove gli occhi catturano meraviglia e tutti i sensi sono protesi. Affacciarsi ‘dalla finestra’ per scorgere le sfumature cobalto del mare. Si dirada la nebbia, compaiono le anatre, i gabbiani reali. I sentimenti sono tesi sulla corda della musica che fa fiorire rosai di poesie. Si immagina, si spera, si vive. Se Leopardi diceva che «arcano è tutto fuor che il nostro dolor», ciò che per la segretezza o il mistero in cui si avvolge è motivo di fascino o di attrazione e solo l’amore pare essere all’altezza di sciogliere questo nodo.

È l’ora mistica dell’Hanami: una contemplazione di nuvole rosa, «cadono i fiori di ciliegio sugli specchi d’acqua della risaia; stelle, al chiarore di una notte senza luna». Queste le parole del poeta Yosa Buson a cui penso mentre ascolto il brano Okinawa. Sakura nella sala gremita che fiorisce, al tempo stesso bellezza e caducità, fragilità e purezza. Il soffio del vento che ci muove. È Il vento di domani, gravido di promesse dal quale ci lasciamo cullare e attraversare, senza opporre resistenza perché la vita è un’opportunità o forse un’illusione, una traccia sulla sabbia che viene spazzata via, un seme che cresce e diventa albero che prosegue il suo cammino anche dopo il nostro passaggio qui e rimane come un segno di quello che abbiamo lasciato.
Nelle parole di Federico il suo grande amore per Cohen e De André che sono stati due punti di riferimento determinanti sia nella vita privata e professionale. Fabrizio, amico di famiglia, presenza che sicuramente ha plasmato in lui il sentire e lo scrivere e Leonard una medicina per lo spirito, un guaritore. Un senso di gratitudine per avere trovato, nella musica catartica di un artista immenso, il risveglio del sé, delle energie vitali in relazione alla propria maturazione interiore.

Valeria Quarta schiude le porte accese di sole del Salento con il brano Fimmine che le tabacchine salentine cantavano per protesta contro i soprusi e le ingiustizie perpetrate dai loro padroni. Il ritornello, infatti, ha un doppio senso, che riassume la condizione lavorativa: «ne sciati doi e ne turnati quattru», cioè andate al lavoro in due, e tornate gravide del padrone, oppure andate in due e tornate spezzate dalla fatica in quattro.
In Finita la tempesta si trova un riparo sicuro: un angolo di tepore, un abbraccio, un conforto. Nelle trame imprevedibili della vita ci si districa ognuno a modo proprio, secondo attitudine, secondo anima. Se sapessi da dove nascono le poesie ci andrei come un assetato che implora una fontana. Per rinascere occorre prima bruciare, è un atto dovuto d’amore per il bambino che è in noi «perché la vita è la passione che s’inventa per temperare quello che la gente dice, è tutto quello di cui un uomo s’accontenta per non voltarsi indietro e attendere Euridice». E come Orfeo sempre in bilico tra incubo e delizia, tra sogno e verità, anche noi aspettiamo la nostra piccola felicità. Questa promessa che è come un credo per essere ancora edera che si avvinghia al muro della vita. «Gli angeli custodi ci aspettano dall’ altra parte della riva sotto un cielo anice».
In questo inizio di marzo la notte passa portando un profumo che piano piano si affievolisce. Rimangono le note, le parole, rimane il cuore, sospeso a voltarsi nel passato e a tendersi nell’ infinito del futuro.








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