Japandroids @ Santeria Social Club, Milano – 7 giugno 2017

Postato il Aggiornato il

Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Federica Borroni*

Brian King e David Prowse, il duo canadese meglio noto come Japandroids, ha fatto parecchia strada, negli otto anni trascorsi dal loro debutto “Post Nothing”. Dagli squat di Vancouver, dove hanno suonato per anni, prima di farsi notare e tagliare il traguardo dell’esordio discografico, alle platee dei più importanti festival mondiali, il loro percorso è stato caratterizzato da un’ascesa costante e inesorabile. Sempre determinati, sempre sicuri dei loro mezzi, sia quando le difficoltà iniziali li avevano portati sull’orlo dello scioglimento, sia quando, una volta arrivato il successo, i normali screzi e incomprensioni hanno rischiato di trasformarsi in qualcosa di più grosso e profondo.
Sono passati cinque anni da “Celebration Rock”, il loro secondo lavoro. C’è stato un lungo tour in giro per il mondo, la naturale pausa di riflessione, poi il processo compositivo e di registrazione del nuovo disco, che ha portato via almeno due anni. “Near To The Wild Heart of Life” riprende nel titolo un passaggio di “Portrait of a Young Artist” di James Joyce, mostrando indirettamente che c’è un legame insondabile tra la creazione artistica e ciò che permette di giungere fino al cuore pulsante della vita. E che la vita, con la fatica, le gioie e le sofferenze che ne conseguono, nutre e costantemente permette alla creazione artistica di elevarsi nella sua sincerità.

Bene o male c’è tutto questo, nell’ultimo disco dei Japandroids. È un disco apparentemente strutturato come i due precedenti, nel senso che ha la solita copertina in bianco e nero con loro due che compaiono in bella mostra e contiene anche questa volta otto canzoni (“Perché tutti i grandi dischi della storia del rock sono composti da otto canzoni” mi ricordo di averli sentiti affermare una volta). Il contenuto però, è decisamente diverso. Il Punk Rock di ampio respiro, quasi da stadio, con le sue chitarre roboanti e i suoi assalti sonori senza compromessi, c’è ancora, anche se ha assunto connotazioni maggiormente epiche e in qualche misura springsteeniane (basta sentire l’affascinate cavalcata della title track per rendersene conto); in mezzo però, c’è tutta una più ampia variazione dello spettro ritmico e compositivo, con brani più cadenzati e dalle melodie più ammiccanti (“North East South West”, “True Love and a Free Life of Free Will”), sperimentazioni con loop e batterie elettroniche (“Arc of Bar”), addirittura qualcosa che assomiglia lontanamente ad una ballad romantica “Sorry (For Not Finding You Sooner)”).
Un disco più cangiante nei contenuti, quindi, che in un primo momento non mi aveva del tutto convinto, pensando di trovarmi di fronte ad un gruppo che si fosse volutamente ammorbidito e avesse anche un po’ perso la propria vena compositiva, ma che più tardi, crescendo il numero degli ascolti, sono riuscito ad inquadrare per quello che veramente rappresenta: il bisogno di non ripetersi sempre uguali a sé stessi e di esplorare nuove strade per esprimere ciò che avevano bisogno di dire.

E così siamo qui, al Santeria Social Club di Milano, pronti per vederli dal vivo. Tre giorni prima si erano esibiti a Barcellona, all’interno del Primavera Sound; il sottoscritto era là, ma sapendo che ci sarebbe stata questa occasione di vederli da headliner, ha preferito concentrarsi sui loro connazionali Preoccupations (lo stesso Brian, quando gliel’ho raccontato dopo il concerto, mi ha sorriso e ha detto che ho fatto bene, che i Preoccupations, oltre ad essere suoi amici, sono anche loro canadesi!).
Il posto è gradevole, molto accogliente e dotato di uno stage di discrete dimensioni. È aperto da poco e sarebbe interessante se si ponesse come un nuovo punto di riferimento, in una città dove i posti per suonare di certo non abbondano.
Affluenza discreta, per essere una band che non gode certo di larghi consensi da noi, in apertura ci sarebbero i Gospel ma arrivo troppo tardi per riuscire a vederli.

Brian e David salgono sul palco alle 22.15 precise e attaccano immediatamente con “Near To The Wild Heart of Life”. Suoni ancora da settare, chitarra leggermente bassa ma l’impatto complessivo è già notevole. La cosa che balza all’occhio, ovviamente, è che sono solo in due: Brian canta e suona la chitarra, David si occupa della batteria, dei cori e di qualche parte vocale da solista. Non c’è il basso, mancano le tastiere, nessun utilizzo di basi, se si eccettua per qualche piccolo “aiutino” in “Arc of Bar”. Nonostante questo, sembra che davvero non manchi nulla, non ci sono spazi vuoti e anzi, lo spettro sonoro è denso e il tiro assolutamente devastante. Certo, forse nei pezzi più tirati si avverte di più la mancanza di una sezione ritmica più consistente ma quando il ritmo rallenta e arrivano brani impostati sul mid tempo, tutto funziona a meraviglia e si rimane davvero incantati da come la coppia riesca a riempire da sola tutti gli spazi.
Merito certamente di un drumming potente e allo stesso tempo fantasioso da parte di David, e di una chitarra che a ritmiche serrate alterna incursioni nelle parti basse del manico, incastrandosi alla perfezione con i pattern del suo compagno.

Se un limite dobbiamo trovare, ad una performance di così alto livello, potremmo dire che le parti vocali ogni tanto zoppicano un po’, ma considerando che i due non sono proprio dei cantanti in senso letterale, possiamo perdonarglielo.
La setlist è corposa (dopotutto i nostri stanno sul palco per un’ora e mezza abbondante) e spazia per tutti e tre i dischi senza privilegiarne nessuno in particolare, anche se ovviamente l’ultimo viene suonato quasi per intero. Ottima la resa delle varie “True Love And a Free Life of Free Will”, “North East South West”, “Arc of Bar” (una delle migliori della serata, col suo incedere pesante e ossessivo, al confine con la psichedelia), il singolo “Not Known Drink or Drug” e “In a Body Like a Grave”, che parte in acustico e diventa un bell’anthem Punk drammatico e tirato.

I brani più datati funzionano sempre bene e si amalgamano senza troppi problemi col nuovo repertorio, nonostante i timori della vigilia. A partire dai classici “Wet Hair”, “Fire’s Highway”, “The Nights of Wine and Roses”, “Young Hearts Spark Fire”, fino a cose altrettanto affascinanti come “Younger Us” o la cadenzata “Continous Thunder”.
Tutto questo ben di Dio, in mezzo ad un pubblico partecipe e particolarmente esagitato nelle prime file, col pogo che impazza dall’inizio alla fine e i due visibilmente compiaciuti, che tra un pezzo e l’altro scambiano qualche parola (memorabile il momento in cui offrono da bere ad un ragazzo in prima fila che sfoggiava una maglietta dei Vancouver Canucks, la squadra di Hockey di cui entrambi sono tifosissimi).
Chiude il tutto una scatenata versione di “The House That Heaven Built”, momento di massima intensità, dove i cori e il pogo raggiungono livelli altissimi.
Un live di primo livello, per una band che ha riportato in auge le chitarre, in un momento storico dove sono altre le sonorità che sembrano avere il favore di critica e pubblico. Hanno davanti un grande futuro e non possiamo che esserne contenti.

Grazie ad Oca Nera Rock per la collaborazione

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