R E C E N S I O N E


Articolo di Alessandro Berni

Avventura unica e sofferta quella degli Over The Rhine, tra gli ensemble di punta dell’ondata folk a stelle e strisce virata nella veste dark alternative in voga tra i ‘90 e gli anni zero del nuovo millennio. Nei primi anni li si ricorda protagonisti di un rincorrersi e sfidarsi con colleghi quali Cowboy Junkies e Lisa Germano a suon di effetti cosmici e minimalisti di corde pizzicate, insane immersioni vocali e riferimenti letterari. Poi sempre più affrancati da quel terreno comune e votati a definirsi su coordinate e architetture dalla musicalità ampia e pastosa, con un primo grande e personalissimo disco come Ohio (2003), la sua consacrazione live di Changes Come e il notevole follow-up di Drunkard’s Prayer. Infine nel nuovo decennio sedotti e ispirati dallo sterminato corpus della musica americana nella sua totalità e nelle svariate linee di demarcazione tra stili. Immersione che genera con The Long Surrender e la collaborazione con il mago Joe Henry, un album fuori dell’ordinario per capacità e lucidità nel generare e sintetizzare una congerie di stili ed influenze. Dal folk basico, alla mitteleuropa, dal gospel al musical, in un insieme concepito come un affresco grandioso e carico, con scrittura di Linford Detweiler e Karin Bergquist e rispettive performance in letterale stato di grazia.

Sembra la strada verso ulteriori trionfi artistici, ma qualcosa si rompe forse per eccesso di confidenza, forse per un senso di ambizione malriposta. Arriva in pompa magna sul declinare del 2013, un Meet Me At The Edge of The World che nel suo tentativo di rintracciare una visione enciclopedica del folk acustico d’ogni tempo e latitudine, finisce per essere vittima della sua ansia di fondo di rivelare tutto lo scibile perdendo di vista la sostanza. Il suono si scarica anche da parte di Joe Henry, a stento si salvano venti minuti su settanta ed è sinceramente arduo oltrepassare il giro di boa senza adagiarsi tra le braccia di morfeo.

Reduce da questa sbornia, saggiamente il duo si ferma per un po’, e passati quasi sei anni si rimette in pista spostando il metodo di lavoro. Accantonata la grandiosità di The Long Surrender, perfetta per quel momento di alta ispirazione, o l’eccesso di sfida del suo successore, nel nuovo Love & Revelation mette nel mirino la costruzione delle canzoni a partire dalla nuda e pura linea melodica e poco altro. Un filo di arrangiamento e durata contenuta per ciascuna delle undici canzoni, per la stragrande maggioranza tra i tre e i quattro minuti. 

Per esempio in Los Lunas, ballata diretta e senza orpelli tra chitarra acustica, spazzole, spunte di elettrica e la voce sempre piena, partecipe e dentro il pentagramma di Karin Bergquist. Un brano essenziale che enuncia la linea del disco, dove il tessuto sarà arricchito di quel tanto che basta per esaltare linee melodiche che in questo caso hanno bisogno del giusto ornamento e di un abito consono all’occasione. E Given Road, dove al duo bastano tre minuti e mezzo per stare all’altezza dei grandi epici d’annata. In questa riflessione la melodia si impone al cuore di tutto tra dettato della strofa e leitmotiv musicale ora sussurrato, ora accarezzato dall’elettricità misurata di Detweiler.

In episodi come Let You Down il motivo è di una semplicità disarmante e quasi elementare nei suoi richiami tradizionali cullati dall’ondeggiare di una steel. Così come in una Broken Angels, ridotta all’osso con il solo tenue colore di fugaci tocchi di piano. Approccio replicato in Making Pictures e in una Leavin’ Day che si limita a puntellare il tutto con un piccolo inserto bluegrass e un canto più sensuale.

Il duo di Cincinnati ripensa dunque sé stesso in questo presente di rivolgimenti infidi e capricciosi e, nella lettera di presentazione dell’album, paragona il proprio lavoro all’immagine che Charles Bukowski aveva dei giocatori di baseball nel suo poema Betting On The Muse. Al loro apice da giovani e poi costretti a pensare a un piano B. Per i songwriters è diverso, o meglio dovrebbe esserlo perché le incertezze di questi anni hanno detto esattamente l’opposto. E allora perché non un piano B pure per i nostri? Forti della lezione di Henry, e pur con il supporto della band portata in dote da quest’ultimo, optano stavolta per la produzione autarchica e il risultato sono queste piccole storie sul passare del tempo, sulle perdite delle persone care e l’inevitabile dolore, ma anche su temi vitali e universali come amore e rivelazione, che continuano ad aderire alla condizione umana come forza costitutiva e propulsiva. E proprio Love & Revelation sembra voler dare una scossa morale con un tono musicale vivace contaminato di soul, gospel e di un tocco di nostalgia che fa buon sangue. In poco più di due minuti va in scena un’ideale sintesi della lunga stagione del revivalismo folk.

Betting On The Muse, interpretata all’unisono, sposta la direzione ultrasoft del disco verso un duetto pieno di una luce confidenziale e carezzevole, prima che Rocking Chair vivacizzi nuovamente il tutto con una melodia folkie invitante e propositiva in punta di Wurlitzer. E May God Love You segna il più classico dei lullaby-time con l’accorato appello delle liriche declamate con la consueta grazia. Il breve bozzetto melodico di An American In Belfast sigilla la dominante semplicità di un disco che capitalizzando al meglio la consapevolezza dei limiti raggiunti, vede i due protagonisti dare il massimo per realizzare un sincero e onesto disco di buone canzoni. A volte la grandezza è anche questa.