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Alessandro Berni

Jess Williamson – Sorceress (Mexican Summer, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Alessandro Berni

Se Jess Williamson recitasse in una serie dedicata a desideri e sogni infranti della gioventù americana del mondo contemporaneo, conquisterebbe a furor di popolo e in pianta stabile il ruolo della fanciulla tutta cuore, sospiri e portatrice di infinite fragilità, a volte sincere, a volte spese ad arte.
L’ultimo rilancio del never ending revival che ama specchiarsi in se stesso tra sospiri e moine, vede una ragazza del profondo Texas dibattersi tra le inevitabili difficoltà nel trovare una strada personale e non ampiamente battuta nelle aree inflazionate cantautorato folk. Cosa non facile in tempi come questi ulteriormente congestionati e violentati da epidemie di cui non si vede una fine certa e da concrete paure di fallire definitivamente.

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Leigh Nash – Get Happy (Leigh Nash / Tone Tree Music, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Alessandro Berni

L’inizio è di quelli che ti inchiodano. God Gave Me Horses è la tipica ballata roots che conquista l’ascoltatore attirandolo dentro brughiere e lande sconfinate. Un’aria docile e balsamica con l’accompagnamento che mima il passo leggero di una tranquilla cavalcata, andando a fissare nel tempo e nella storia personale un momento di contemplazione e riflessione sull’itinerario coperto. A seguire Something Worth Leaving Behind  è spettacolare nella sua nuda semplicità di corde sfiorate e di linea melodica a cuore aperto che illumina di nuovi aromi la tradizionale vicenda del folk-rock, con le tipiche cadenze post-adolescenziali della nostra in evidenza.
Leigh Nash ha quel modo meraviglioso di prendere di petto il tempo che stiamo vivendo, affrontandolo a viso aperto ma con quel particolare approccio timido e umile che si potrebbe chiamare “discografia di sopravvivenza”. 

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Nada – Materiale domestico (Woodworm, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Alessandro Berni

Se si potesse racchiudere in una immagine sintetica questa antologia atipica di Nada che va sotto il nome di Materiale Domestico, avrebbe senso scomodare l’espressione diario di lavoro e d’amore, quello che un tempo veniva spesso e volentieri incorniciato in un’espressione ariosa e invitante come “labour of love”, a enfatizzare l’aspetto affettivo, confidenziale, intimamente domestico di un prodotto artistico. Quello di cui la Malanima ci rende partecipi è dunque un suono più raccolto che per una buona parte di questo flashback rivolto all’epoca del parto, porta una Nada vicina all’ascoltatore se non addirittura “in braccio” allo stesso, nell’atto di porgergli una creatura poco dopo il momento dell’uscita dal grembo.

Nada, 2018, credits Claudia Pajewski

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Angel Olsen – All Mirrors (Jagjaguwar, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Alessandro Berni

Questo disco è lo sviluppo imprevisto di come le intime connessioni di Angel Olsen con il patrimonio di cinque decadi di musica, siano state in grado di produrre – dati i precedenti della cantautrice statunitense – un effetto sorpresa difficilmente immaginabile. Ennesima esponente della trafila sterminata delle eroine maudit dall’apparenza scontrosa, con il surplus di imbronciato caro alla revisione indie di questi anni, la Olsen riesce a liberarsi dagli esercizi di stile di un canzoniere folk rock dal pilotatissimo gusto retrò, per tentare la carta estrema dell’epica esistenzialista. E i fatti sembrano darle ragione a giudicare da ispirazione e varietà che sprizzano dal nuovo All Mirrors.

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Grazia Di Michele – Sante bambole puttane (Incipit records / Egea music, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Alessandro Berni

Un’immagine pubblica di questi ultimi anni fissa un punto di passaggio tra la Di Michele sedotta dalla dimensione da mini jazz-club dell’ultima maniera e la ricerca attuale di un’espressione d’autore composita in grado di tenere insieme radici pop-folk e dipartite verso altri lidi. E’ quando la cantautrice romana sul finire del 2016 appare tra gli ospiti speciali della serata al Politeatro di Milano in Tributo ad Alessandro Bono, imbracciando la chitarra acustica per regalare al pubblico un’intima e partecipata Amore di passaggio. Quello che è uno dei brani più belli e intensi dell’esperienza d’autore della Di Michele, si trasforma in una confessione rivolta al passato e al futuro della canzone propria e altrui. L’essere “qui” nonostante limiti e contraddizioni, l’esserci con tutto il proprio carico di desiderio e carnalità rappresenta, più o meno consapevolmente, il momento di fare i conti fino in fondo con la propria origine artistica.
Nasce forse in quel momento l’esigenza di raccontarsi di nuovo secondo i crismi tipici di quel cantautorato confidenziale portato in scena per quattro decadi. L’idea è quella di tastare il polso all’universo femminile, riprendendo in maniera sistematica un lungo racconto che sin dagli esordi ne ha caratterizzato la proposta artistica.

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Sharon Van Etten – Remind Me Tomorrow (Jagjaguwar, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Alessandro Berni

Che Sharon Van Etten fosse già un nome percepito da molti in questi anni come esempio di alta qualità a livello musicale nel cantautorato contemporaneo, è vicenda nota. Non più di cinque anni fa una tappa cruciale, un album di pregevole fattura come “Are We There” riscuote consensi pressoché unanimi quale ulteriore tassello alla lunga stagione del folk-rock revival rivisto in codice millennial. Melodie grondanti musicalità e malinconia, ora pulite ora squarciate di elettricità. Liriche che ne assecondano il mood tra sofferenza e rivisitazione esistenzialista, mix smagliante di arrangiamenti pronunciati e produzione forbita.
Il ritorno agognato e meditato a lungo, sorprende una Van Etten riveduta e ridefinita nel suo sistema di pensiero dagli studi di psicologia e dalla nascita del figlio, evento incisivo e non casuale nella stesura della trama del disco e delle visioni che lo accompagnano sin dall’immagine di copertina. “Remind Me Tomorrow”. Cos’è questo domani evocato e rappresentato dal titolo? Il pretesto, come suggerito dall’autrice, è l’uso scherzoso dell’avviso di aggiornamento del software “ricordamelo in seguito”, ma la Van Etten lo rigioca nel suo lato profondo ovvero “dare la priorità a quello che è veramente importante per te”.

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Giua – Piovesse sempre così (Incipit Records, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Alessandro Berni

L’inizio del disco potrebbe essere la risposta all’ipotetica domanda “cosa vuol fare Maria Pierantoni Giua da grande”. Potrebbe, perché ad ogni percorso d’artista che si rispetti corrisponde un muoversi dentro le cose e le intenzioni dove la consapevolezza piena non è mai possibile, o comunque non avviene in tempo reale. A distanza di tempo forse sì, un tempo più o meno lungo, ma nel momento in cui la vita è vissuta rimane sempre quello spazio misterioso dove la coscienza di sé trova varchi di intima lucidità e intuizioni giocate con la coda dell’occhio. È un sentimento che emerge in superficie e in profondità nel nuovo bel disco di Giua Piovesse Sempre Così, probabilmente il suo più completo, grazie anche all’ottimo lavoro in fase di produzione e arrangiamento di Paolo Silvestri.

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Nada @ Circolo Magnolia – Segrate (Mi), 7 aprile 2019

L I V E – R E P O R T


Articolo di Alessandro Berni e immagini sonore di Andrea Furlan

La vedi entrare e in pochi istanti riempire di vitalità e imponenza il palco, con la straordinaria capacità di annullare le distanze tra lei e il pubblico. Al Magnolia va in scena una comunione di sguardi e di esistenze che nel giro di 80 minuti non intende far fuori mali, incomprensioni e ingiustizie ma neppure ci ricama sopra. Se è lecito li fa a pezzi, li ricostruisce e li trasforma. Ecco se è possibile l’arte musicale di Nada è oggi più che mai quella di una trasformazione e di una nuova scoperta.

nada-magnolia-bw-foto-di-andrea-furlan

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Over The Rhine – Love & Revelation (Great Speckled Dog, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Alessandro Berni

Avventura unica e sofferta quella degli Over The Rhine, tra gli ensemble di punta dell’ondata folk a stelle e strisce virata nella veste dark alternative in voga tra i ‘90 e gli anni zero del nuovo millennio. Nei primi anni li si ricorda protagonisti di un rincorrersi e sfidarsi con colleghi quali Cowboy Junkies e Lisa Germano a suon di effetti cosmici e minimalisti di corde pizzicate, insane immersioni vocali e riferimenti letterari. Poi sempre più affrancati da quel terreno comune e votati a definirsi su coordinate e architetture dalla musicalità ampia e pastosa, con un primo grande e personalissimo disco come Ohio (2003), la sua consacrazione live di Changes Come e il notevole follow-up di Drunkard’s Prayer. Infine nel nuovo decennio sedotti e ispirati dallo sterminato corpus della musica americana nella sua totalità e nelle svariate linee di demarcazione tra stili. Immersione che genera con The Long Surrender e la collaborazione con il mago Joe Henry, un album fuori dell’ordinario per capacità e lucidità nel generare e sintetizzare una congerie di stili ed influenze. Dal folk basico, alla mitteleuropa, dal gospel al musical, in un insieme concepito come un affresco grandioso e carico, con scrittura di Linford Detweiler e Karin Bergquist e rispettive performance in letterale stato di grazia.

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