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Voci fuori dal coro

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Alessandro Berni

Grazia Di Michele – Sante bambole puttane (Incipit records / Egea music, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Alessandro Berni

Un’immagine pubblica di questi ultimi anni fissa un punto di passaggio tra la Di Michele sedotta dalla dimensione da mini jazz-club dell’ultima maniera e la ricerca attuale di un’espressione d’autore composita in grado di tenere insieme radici pop-folk e dipartite verso altri lidi. E’ quando la cantautrice romana sul finire del 2016 appare tra gli ospiti speciali della serata al Politeatro di Milano in Tributo ad Alessandro Bono, imbracciando la chitarra acustica per regalare al pubblico un’intima e partecipata Amore di passaggio. Quello che è uno dei brani più belli e intensi dell’esperienza d’autore della Di Michele, si trasforma in una confessione rivolta al passato e al futuro della canzone propria e altrui. L’essere “qui” nonostante limiti e contraddizioni, l’esserci con tutto il proprio carico di desiderio e carnalità rappresenta, più o meno consapevolmente, il momento di fare i conti fino in fondo con la propria origine artistica.
Nasce forse in quel momento l’esigenza di raccontarsi di nuovo secondo i crismi tipici di quel cantautorato confidenziale portato in scena per quattro decadi. L’idea è quella di tastare il polso all’universo femminile, riprendendo in maniera sistematica un lungo racconto che sin dagli esordi ne ha caratterizzato la proposta artistica.

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Sharon Van Etten – Remind Me Tomorrow (Jagjaguwar, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Alessandro Berni

Che Sharon Van Etten fosse già un nome percepito da molti in questi anni come esempio di alta qualità a livello musicale nel cantautorato contemporaneo, è vicenda nota. Non più di cinque anni fa una tappa cruciale, un album di pregevole fattura come “Are We There” riscuote consensi pressoché unanimi quale ulteriore tassello alla lunga stagione del folk-rock revival rivisto in codice millennial. Melodie grondanti musicalità e malinconia, ora pulite ora squarciate di elettricità. Liriche che ne assecondano il mood tra sofferenza e rivisitazione esistenzialista, mix smagliante di arrangiamenti pronunciati e produzione forbita.
Il ritorno agognato e meditato a lungo, sorprende una Van Etten riveduta e ridefinita nel suo sistema di pensiero dagli studi di psicologia e dalla nascita del figlio, evento incisivo e non casuale nella stesura della trama del disco e delle visioni che lo accompagnano sin dall’immagine di copertina. “Remind Me Tomorrow”. Cos’è questo domani evocato e rappresentato dal titolo? Il pretesto, come suggerito dall’autrice, è l’uso scherzoso dell’avviso di aggiornamento del software “ricordamelo in seguito”, ma la Van Etten lo rigioca nel suo lato profondo ovvero “dare la priorità a quello che è veramente importante per te”.

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Giua – Piovesse sempre così (Incipit Records, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Alessandro Berni

L’inizio del disco potrebbe essere la risposta all’ipotetica domanda “cosa vuol fare Maria Pierantoni Giua da grande”. Potrebbe, perché ad ogni percorso d’artista che si rispetti corrisponde un muoversi dentro le cose e le intenzioni dove la consapevolezza piena non è mai possibile, o comunque non avviene in tempo reale. A distanza di tempo forse sì, un tempo più o meno lungo, ma nel momento in cui la vita è vissuta rimane sempre quello spazio misterioso dove la coscienza di sé trova varchi di intima lucidità e intuizioni giocate con la coda dell’occhio. È un sentimento che emerge in superficie e in profondità nel nuovo bel disco di Giua Piovesse Sempre Così, probabilmente il suo più completo, grazie anche all’ottimo lavoro in fase di produzione e arrangiamento di Paolo Silvestri.

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Nada @ Circolo Magnolia – Segrate (Mi), 7 aprile 2019

L I V E – R E P O R T


Articolo di Alessandro Berni e immagini sonore di Andrea Furlan

La vedi entrare e in pochi istanti riempire di vitalità e imponenza il palco, con la straordinaria capacità di annullare le distanze tra lei e il pubblico. Al Magnolia va in scena una comunione di sguardi e di esistenze che nel giro di 80 minuti non intende far fuori mali, incomprensioni e ingiustizie ma neppure ci ricama sopra. Se è lecito li fa a pezzi, li ricostruisce e li trasforma. Ecco se è possibile l’arte musicale di Nada è oggi più che mai quella di una trasformazione e di una nuova scoperta.

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Over The Rhine – Love & Revelation (Great Speckled Dog, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Alessandro Berni

Avventura unica e sofferta quella degli Over The Rhine, tra gli ensemble di punta dell’ondata folk a stelle e strisce virata nella veste dark alternative in voga tra i ‘90 e gli anni zero del nuovo millennio. Nei primi anni li si ricorda protagonisti di un rincorrersi e sfidarsi con colleghi quali Cowboy Junkies e Lisa Germano a suon di effetti cosmici e minimalisti di corde pizzicate, insane immersioni vocali e riferimenti letterari. Poi sempre più affrancati da quel terreno comune e votati a definirsi su coordinate e architetture dalla musicalità ampia e pastosa, con un primo grande e personalissimo disco come Ohio (2003), la sua consacrazione live di Changes Come e il notevole follow-up di Drunkard’s Prayer. Infine nel nuovo decennio sedotti e ispirati dallo sterminato corpus della musica americana nella sua totalità e nelle svariate linee di demarcazione tra stili. Immersione che genera con The Long Surrender e la collaborazione con il mago Joe Henry, un album fuori dell’ordinario per capacità e lucidità nel generare e sintetizzare una congerie di stili ed influenze. Dal folk basico, alla mitteleuropa, dal gospel al musical, in un insieme concepito come un affresco grandioso e carico, con scrittura di Linford Detweiler e Karin Bergquist e rispettive performance in letterale stato di grazia.

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Francesco Di Giacomo – La parte mancante (Prog Italia, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Alessandro Berni

Per mettersi nella prospettiva dell’ultimo passo artistico compiuto da Francesco Di Giacomo, è d’aiuto una frase da lui pronunciata nel 1981 che vide il Banco, nell’ambito della lavorazione al secondo album dell’era synth-pop Buone Notizie, concedere una breve intervista a Gianni Minà.  Il nostro a domanda su cosa rimanesse di quello che il Banco aveva fatto, rispose “secondo me parecchio, dieci dischi, questo nuovo che stiamo facendo … e soprattutto, sopra tutto questo, Dio l’imprendibile e il diverso, ci tenevo a dirlo e non mi pare poco”.

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Nada – E’ un momento difficile, tesoro (Woodworm, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Alessandro Berni

L’album si apre con una title track che è come una seduta di esorcismo autogestita. La musica è quanto di più scoppiettante Nada abbia concepito in questi anni. Un riff ritmico di chitarra elettrica di sapore underground, sul cui incessante levare la cantautrice toscana infila una melodia che fluisce sorniona alla maniera scanzonata tipica dell’epica dei ’60. Il tono è quello di giocare in chiave ironica e sorridente su paure, fobie e incomprensioni, come ben sottolineato anche in un divertente videoclip dove la nostra fa il controcanto alla civiltà dell’estetica ad ogni costo. La voce è prima collocata in un involucro low-fi che ricorda i dischi mono, quindi si espande fiera negli altoparlanti, note gravide di piano elettrico si imbucano a fasi alterne completando la linea armonica di un brano semplicemente perfetto. E’ l’inizio al contempo drammatico e irriverente del nuovo disco di Nada E’ un momento difficile, tesoro.  

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