R E C E N S I O N E


Articolo di Alessandro Berni

Questo disco è lo sviluppo imprevisto di come le intime connessioni di Angel Olsen con il patrimonio di cinque decadi di musica, siano state in grado di produrre – dati i precedenti della cantautrice statunitense – un effetto sorpresa difficilmente immaginabile. Ennesima esponente della trafila sterminata delle eroine maudit dall’apparenza scontrosa, con il surplus di imbronciato caro alla revisione indie di questi anni, la Olsen riesce a liberarsi dagli esercizi di stile di un canzoniere folk rock dal pilotatissimo gusto retrò, per tentare la carta estrema dell’epica esistenzialista. E i fatti sembrano darle ragione a giudicare da ispirazione e varietà che sprizzano dal nuovo All Mirrors.

Quello che ieri tradiva la dipendenza da pallide riedizioni di antichi fulgori del rock, si tramuta come per magia in un nuovo noir sinfonico che passa al vaglio personale i recenti trend intenti a compattare elettronica, tradizione e colonna sonora.
Lark, brano d’apertura, incide immediatamente sulla disposizione all’ascolto con una sorta di rivolta personale dall’inizio cupo e dolente, fino a quello che si direbbe un lento e inesorabile risveglio, dove la voce è rigurgito di ribellione autocosciente su un furioso crescendo di archi.  E se la title track All Mirrors fa propri i dettami della più recente evoluzione del dark d’autore al femminile (si pensi alla Van Etten di Jupiter 4), sposando il canto vocazionale a interludi progressive e gigantismi orchestrali verticali, Too Easy cerca per contro una tregua nei soffici meandri dell’anestetica di un sogno, cullato dalla voce dolcemente inquietante e dal palpito analogico del synth.  New Love Cassette ricompone il tutto in chiave electro, nei territori di un viaggio psicanalitico dal battito compulsivo.
Non sembra un caso che la regia produttiva di questo disco riposi nelle sapienti mani di un accentratore di alto profilo come John Congleton, autentico mago-mentore, nonché icona associata ad avventure di vario segno e colore nell’immensità variegata dell’art-pop femminile (St. Vincent, Sharon Van Etten, Amanda Palmer).  Fredda cronaca lo vuole già attivo nei precedenti della nostra, ma mai come qui pare determinato a sfruttare il potenziale melodrammatico che contrassegna il procedere di canzoni che seguono l’adagio del “fare i conti con il proprio lato oscuro, trovare una nuova capacità amore e aver fiducia nei cambiamenti”. 

Va da sé che quella che nell’immaginario del pop introspettivo appare una ricetta ormai stracollaudata e quasi irritante per prevedibilità, si scopre gustosa e interessante in forza di una raggiunta personalizzazione musicale dei modelli di riferimento.  Il che permette di regolare e addolcire i toni quando serve, come in una distensiva Spring che vede voce e synth in contemplazione o una What It Is che cavalca in maniera felpata impressioni elettroniche ed un effettismo orchestrale ora graffiante ora scivoloso, associandoli a un taglio vocale più ironico e distaccato.  E persino di rimmergersi con naturalezza quasi noncurante nel bordone orchestrale di un’Impasse, inchiodata nel solco di un delirio vocale e di archi lividi.
In questo continuo alternarsi di nebbie e chiarori si infila una Tonight dove archi melodrammatici via via più possenti e sussulti vocali, stanno insieme a minimale battito jazz e una Summer che da ipnotica si fa rilassata, con una appagante linea melodica che ci porta in un’estate stralunata e solitaria.
Nella parte conclusiva la Olsen gioca anche a creare un effetto suspence, con una Endgame digradante come a suggerire un finale incerto.  E’ il terreno ideale grazie al quale il canto blues celeste di Chance, serve un finale quasi plastico verso una rinnovata fiducia, in un grondare di atmosfere tardo sixties che sembrano evocare una Laura Nyro in apparizione angelica.

Tracklist:
01. Lark
02. All Mirrors
03. Too Easy
04. New Love Cassette
05. Spring
06. What It Is
07. Impasse
08. Tonight
09. Summer
10. Endgame
11. Chance