R E C E N S I O N E


Articolo di Alessandro Berni

L’inizio del disco potrebbe essere la risposta all’ipotetica domanda “cosa vuol fare Maria Pierantoni Giua da grande”. Potrebbe, perché ad ogni percorso d’artista che si rispetti corrisponde un muoversi dentro le cose e le intenzioni dove la consapevolezza piena non è mai possibile, o comunque non avviene in tempo reale. A distanza di tempo forse sì, un tempo più o meno lungo, ma nel momento in cui la vita è vissuta rimane sempre quello spazio misterioso dove la coscienza di sé trova varchi di intima lucidità e intuizioni giocate con la coda dell’occhio. È un sentimento che emerge in superficie e in profondità nel nuovo bel disco di Giua Piovesse Sempre Così, probabilmente il suo più completo, grazie anche all’ottimo lavoro in fase di produzione e arrangiamento di Paolo Silvestri.

Tornando a quell’inizio si nota come la cantautrice genovese abbia fatto grandi passi in avanti nella ricerca della perfetta canzone acustica.  Uragano è quel che si dice l’ideale evoluzione della ballata acustica d’autore con un affinamento della scrittura di quanto l’ha preceduta, nel più classico dei “dove eravamo rimasti”. Dal vertice creativo di Di questa luna che ascoltata sull’album “E Improvvisamente” (2016), si torna con maggiore autorevolezza a ciò che identifica il paradigma musicale della nostra. Indagine accurata della propria autenticità catturando ogni indizio del quotidiano, chitarra e voce che ne seguono l’itinerario, trovata vocale che fa decollare la melodia del brano a livelli di eccellenza.

Ma è solo l’inizio di un lavoro dove Giua sperimenta possibili vie di fuga e nuove contiguità con il proprio stile consolidato avvalendosi di collaborazioni prese in prestito dall’esperienza teatrale con Neri Marcorè. Ecco allora, oltre al menzionato Paolo Silvestri, il duo chitarristico nuovo di zecca Pietro Guarracino e Vieri Sturlini che si unisce al resto della band (il fido Rodolfo Cervetto alla batteria e Pietro Martinelli al basso) con le sue staffilate feroci a scolpire i temi feroci di Cosa penserà la gente. Sulla voce recitante ospite di Lisa Galantini si innesta quella graffiata come mai prima d’ora di Giua che, con l’aggiunta di una scalpitante sezione fiati, canta di ipocrisie e nervi scoperti su ritmica tirata tra rock e r’n’b. Un umore replicato in parte in una Macchina improbabile che gioca la carta del remake musicale in salsa nostrana (con tanto di epilogo possibilista) di “Thelma e Louise”. E in quello in forma di irresistibile gag di Feng Shui, dove il duetto ridanciano e caustico con Carla Signoris confonde abilmente rispettivi ruoli e contributi. E per non farsi mancare nulla le chitarre si fanno ancora più pressanti e tirate in una Non abbastanza ancora più secca e basica.

Poi c’è la novità di canzoni che – forti della citata esperienza teatrale – dall’involucro riflessivo evolvono in mirate esplosioni stile musical. È quello che si può ascoltare in Le luci delle case che dopo l’iniziale fase acustica, spara cadenze a suon di cori possenti e pennellate elettriche.  Contributi vocali che risaltano generosi a far da contrappunto alle sonorità nitide di Aprile, pezzo di bravura che da un lato si avvale di fasi climatiche e naturalistiche tra sudamericanismi e sfondi mediterranei, e dall’altro, riprendendo nel testo il titolo del disco, va a fornire un trait d’union dei ritratti e tematiche affrontate.  Nella metafora della pioggia e del suo desiderio inconscio non c’è appena la particolare suggestione visiva, ma anche la scintilla che provoca il rianimarsi della vita nei momenti di maggiore contraddizione. Il tutto è raffigurato in una bella copertina dove Giua appare ricoperta di chiazze di colore come dipinta in una tavola impressionista.     

È una febbre di vita che si può respirare in Tutta l’aria che ci vuole, compromesso tra gli arpeggi ascendenti e le coloriture armoniche dei Genesis di Ripples e le originali influenze esotico-lunari della nostra. Una intensità tutta particolare resa magnificamente dal terzetto chitarristico Giua/Sturlini/Guarracino e dalla delicata anima nostalgica del cello di Jaques Morelenbaum. Un tenore dolce e infuocato che si ritrova anche in Argilla, in una Col naso all’insù sorretta da un piano da nightclub d’autore che esalta l’interpretazione piena di pathos e le aperture musical, e ancora nelle voci che sfruttano piccole magie sintetiche di Più lontano di così.  

E così il disco va a finire nella maniera in cui è cominciato, a chiudere una struttura quasi ciclica. All’inizio solo chitarra e voce di Uragano fa da contraltare la conclusiva Senza dire, in cui alla chitarra e voce ancora in primo piano si uniscono cello di Morelenbaum e cori come a riassumere le varie anime del lavoro. Con il placarsi dell’eco dell’ultimo accordo musicale del disco – come in tutte le esperienze che lasciano il segno – la fine di questa parte di percorso di Giua potrebbe essere riassunta nei colori essenziali risparmiati ed esaltati dalla pioggia, una nuova scoperta di sé e degli altri, un luogo dove non si sarebbe voluti arrivare ma nel quale non si smette di sorprendersi di essere arrivati.

Tracklist:
01. Uragano
02. Cosa penserà la gente
03. Le luci delle case
04. Aprile
05. Macchina improbabile
06. Tutta l’aria che ci vuole
07. Feng shui
08. Argilla
09. Non abbastanza
10. Col naso all’insù
11. Più lontano di così
12. Senza dire