R E C E N S I O N E


Articolo di Alessandro Berni

Che Sharon Van Etten fosse già un nome percepito da molti in questi anni come esempio di alta qualità a livello musicale nel cantautorato contemporaneo, è vicenda nota. Non più di cinque anni fa una tappa cruciale, un album di pregevole fattura come “Are We There” riscuote consensi pressoché unanimi quale ulteriore tassello alla lunga stagione del folk-rock revival rivisto in codice millennial. Melodie grondanti musicalità e malinconia, ora pulite ora squarciate di elettricità. Liriche che ne assecondano il mood tra sofferenza e rivisitazione esistenzialista, mix smagliante di arrangiamenti pronunciati e produzione forbita.
Il ritorno agognato e meditato a lungo, sorprende una Van Etten riveduta e ridefinita nel suo sistema di pensiero dagli studi di psicologia e dalla nascita del figlio, evento incisivo e non casuale nella stesura della trama del disco e delle visioni che lo accompagnano sin dall’immagine di copertina. “Remind Me Tomorrow”. Cos’è questo domani evocato e rappresentato dal titolo? Il pretesto, come suggerito dall’autrice, è l’uso scherzoso dell’avviso di aggiornamento del software “ricordamelo in seguito”, ma la Van Etten lo rigioca nel suo lato profondo ovvero “dare la priorità a quello che è veramente importante per te”.

Ma c’è anche il non detto, o comunque un elemento che la stessa Van Etten accenna poco nelle interviste a margine dell’uscita del disco. La foto di copertina, che raffigura due bambini a proprio agio in mezzo al disordine. C’è quello a destra che potrebbe rappresentare il frutto della sua maternità, e c’è quella a sinistra nuda e in posizione fetale, già cresciuta ma ritratta come se potesse essere partorita di nuovo in quel momento. Un’immagine bellissima che accompagna forse inconsapevolmente le prime tre canzoni dell’album. In queste – nel loro sviluppo sonoro e nelle liriche abbozzate e in parte enigmatiche – la cantautrice è come se si ri-immergesse nel ventre materno per rinascere a se stessa.
Così I Told You Everything contiene una musica che è come un’invocazione ascendente che gioca su una sequela di sospensioni in equilibrio su un precipizio esistenziale. Le pause tra le note di un piano scarno e lineare disegnano in modo inedito il sentimento del vuoto. A seguire No One’s Easy To Love canta con trasporto la tribolazione amorosa sulla spinta di droni elettronici ossessivi e minuscole sequenze. E Memorial Day spande riff sotto forma di mormorii vocali campionati, alternati a riverberi della voce solista che tingono le atmosfere di incubi ossianici.
Come biglietto da visita iniziale insomma non c’è male, siamo di fronte a una catarsi giocata su motivi tutt’altro che rassicuranti e soprattutto sul nuovo assetto musicale della nostra che, ritenendo limitante il guitar sound tipico delle strade già battute, decide di rintracciare un suono wave imperniato su piano e sintetizzatori. Si avvale del mago del suono John Congleton (in questi anni tra l’altro artefice del suono St. Vincent e di Amanda Palmer) e attizza le atmosfere di sinusoidi elettroniche e magistrali manipolazioni della strumentazione tradizionale.  

In questo contesto Comeback Kid è la nuova nascita. E’ come se la nostra uscisse per la seconda volta dal ventre materno, esattamente alla sua età e in assetto da guerriera, un po’ vendicatrice un po’eroina, con un tappeto sonoro a fare il suo con stilettate sintetiche.  Jupiter 4 (ispirato dal nome del famoso sintetizzatore vintage ma anche dalla natura cosmico-esistenzialista del pezzo) è suggello e apice di questa seconda nascita. L’elettronica dark si fa sinuosa, la voce straordinariamente espressiva rilascia un memorabile refrain incentrato su un battito leggero e visionario, il tutto abbinato a un notevole senso della variazione musicale.
Seventeen reintroduce l’anima street ma facendola viaggiare su una lucente tavolozza electro, prima di un’impennata furiosa a squarciagola. In una sorta di seduta psicologica – raffigurata dal relativo videoclip – la Van Etten si rivolge alla se stessa da ragazza, chiedendosi cosa sarebbe disposta a serbare nel cuore del proprio passato.
E’ il preludio all’altro uno-due di assi aperto dalla ballad elettro-cosmica di Malibu che alterna bellissime malinconie vocali a balsamiche spirali di synth. E proseguito da una You Shadow che destruttura e restaura in senso antiorario l’anelito folk rock che sta a metà tra le Crow e le Nicks, portandolo oltre la consueta immagine sulla direttrice di un organo vintage che sussurra liturgico in mezzo a folate elettroniche.
Infine Hands e Stay nel flirtare con le ingombranti icone dark rock, funzionano come invocazioni a sé e al proprio compagno di vita di rimanere legati al proprio amore come fedeltà innanzitutto a se stessi.  E’ la degna chiusura di un disco che nel sorprendere il cuore della protagonista in viaggio per espugnare la fortezza dell’anima, fa convivere idealmente condizione inconsolabile e un inviolabile senso di meraviglia.

Tracklist:
01. I Told You Everything
02. No One’s Easy to Love
03. Memorial Day
04. Comeback Kid
05. Jupiter 4
06. Seventeen
07. Malibu
08. You Shadow
09. Hands
10. Stay