R E C E N S I O N E


Articolo di Alessandro Berni

Un’immagine pubblica di questi ultimi anni fissa un punto di passaggio tra la Di Michele sedotta dalla dimensione da mini jazz-club dell’ultima maniera e la ricerca attuale di un’espressione d’autore composita in grado di tenere insieme radici pop-folk e dipartite verso altri lidi. E’ quando la cantautrice romana sul finire del 2016 appare tra gli ospiti speciali della serata al Politeatro di Milano in Tributo ad Alessandro Bono, imbracciando la chitarra acustica per regalare al pubblico un’intima e partecipata Amore di passaggio. Quello che è uno dei brani più belli e intensi dell’esperienza d’autore della Di Michele, si trasforma in una confessione rivolta al passato e al futuro della canzone propria e altrui. L’essere “qui” nonostante limiti e contraddizioni, l’esserci con tutto il proprio carico di desiderio e carnalità rappresenta, più o meno consapevolmente, il momento di fare i conti fino in fondo con la propria origine artistica.
Nasce forse in quel momento l’esigenza di raccontarsi di nuovo secondo i crismi tipici di quel cantautorato confidenziale portato in scena per quattro decadi. L’idea è quella di tastare il polso all’universo femminile, riprendendo in maniera sistematica un lungo racconto che sin dagli esordi ne ha caratterizzato la proposta artistica.

Nel mondo di oggi e con la recuperata complicità totale per i testi della sorella Joanna, alter ego alchemico e  sorta di prolungamento cardiaco della nostra. Il risultato è uno spettacolo-concerto Sante Bambole Puttane portato in giro nella penisola nei mesi precedenti alla realizzazione dell’omonimo disco che vede la luce alla metà del mese di giugno, insieme ad un breve romanzo Apollonia che prende il nome da una delle protagoniste del disco.
Lungi dalle comode lusinghe di un #MeToo nostrano, il disco offre la razionalizzazione scenografica di un percorso iniziato senza secondi fini sin dai lievi ritratti elegiaci di Rosa, Il segreto e Rudji. Più prosaicamente, come nelle parole della stessa Di Michele, “Storie di donne di cui non si saprebbe mai nulla”. E se il titolo individua tre categorie irraggiungibili, banali o innominabili nelle quali viene relegato l’universo femminile senza possibilità di sfumature e opzioni di mezzo, il lavoro rende invece ragione di tutto ciò che si muove e agita tra le fredde definizioni. Violenza, riscatto, tenerezza, fantasia, lucido attaccamento alla vita.



In Lora vive una nuova ideale rivisitazione di questo lungo processo dove la canzone viene partorita, smarrita e ritrovata. Dimensione fiabesca e idilliaca di ieri passano il testimone a una nuova visione di questa trascendenza, strappata dalle viscere della terra e del dolore che la riempie in ogni angolo e vita. Gli ammiccamenti da blue note degli ultimi anni lasciano di nuovo spazio alla classica miscela tra cantautorato e raffinati ribattuti pianistici (del grande ospite Patrizio Fariselli), dove la dominante folk viene lambita da un jazz lontano da invadenze oltre misura. E’ un ritorno allo sfondo musicale di Le ragazze di Gauguin e insieme è una dipartita. I contributi strumentali (la band della Di Michele oltre a contributi nuovi e vecchi come quelli di Marco Valerio Cecilia e Filippo De Laura), rispondono all’esigenza di porre l’enfasi su storie e canzoni, con un commento musicale asciutto e controllato. Il canto magico e rinascimentale lascia il posto a quello dolente ma vitale che rende ragione di anime che si piegano ma non si spezzano. Come nella storia dell’emigrante Amina, a metà tra inno da entrata in guerra e lievi misure spiritual.
Poi ci sono canzoni che, curiosamente, descrivono esistenze sopraffatte partendo da accordi aperti per ripiegarsi su un canto sommesso, quasi come a generare un contrasto tra malinconia e desiderio di compimento. E’ quello che si respira nel peregrinare dell’artista di strada Irina e in particolare nell’ascesi drammatica di Sonia, ritratto di donna oggetto di sistematiche violenze e soprusi domestici (accompagnato da un bel video interpretato tra gli altri dalla stessa cantautrice).

 

Sull’altro versante spiccano episodi che si attaccano, anche musicalmente, ad ogni minimo indizio e via di fuga per inseguire o tenere stretto un anelito di felicità, dall’immaginario di Dorina che vola con la mente e il cuore oltre il gesto del numero funambolico da circo, alla stranezza visionaria e sensitiva della citata Apollonia, che rimedita il tocco leggero e favolistico dei primi dischi.
Infine canzoni d’evocazione come l’epopea di Zelda, prezioso reperto di un Bassignano d’annata per un neorealismo sul versante anni americano degli anni venti e l’esilio esistenziale lontano da ogni prospettiva più alta di Raya. E’ come se ad anni di distanza la Di Michele abbia scattato una nuova fotografia di un luogo conosciuto con occhi nuovi che fanno risaltare particolari inediti, aprendo una possibilità di rileggere la veemenza autodistruttiva di Habi (rock acustico preso di peso dall’album “Respiro” del 2005 con l’ottima seconda voce di Daniela Iezzi), sotto la lente della della pietà e di ricomprenderla nel cuore sconfinato del pianistico e intenso profilo della suora Helen. C’è soprattutto il Dio di quest’ultima che, gridato come mancanza e miraggio da molte delle altre protagoniste di questi racconti, finisce lui stesso per sorprendersi e provare compassione davanti al cuore di una donna che si rende mediatrice di una promessa sconfinata di senso. 

Tracklist:
01. Lora
02. Amina
03. Irina
04. Sonia
05. Dorina
06. Helen
07. Habi
08. Apollonia
09. Zelda
10. Raya