L I V E – R E P O R T
Articolo di Olivia Gazzarrini, immagini sonore di Davide Santi
Bobo Rondelli si nasce e si continua a diventare. Sul palco, l’ennesimo solcato dall’artista livornese classe 1963, ancora oggi ci restituisce lo stupore di ciò che scaturisce irrefrenabilmente dal suo inconscio senza filtri e senza freni, interrogando un pubblico che accorre numeroso ai suoi spettacoli e lo sommerge di calore ed adorazione.
Con una voce ancora dinamica e versatile, avvolgente e baritona, dolce e melodica, Rondelli incarna un lirismo puro e fuori dal tempo oggi come ieri, triviale, dolce amaro, lucente e malinconico, anticonformista e spregiudicato, ovvero dai tratti tipici di chi come lui è nato in una città portuale indiosincratica e piena di contraddizioni. Con il mare negli occhi, quello stesso mare che gli scorre nelle vene e che lo agita dentro fino alle viscere e dalle quali fuoriesce la sua urgente e anarchica poetica.

Sono passati circa venticinque anni dalla prima volta in cui vidi , in un circolo Arci di Firenze adibito a locale jazz, questo camaleontico musicista e showman dall’aura e aspetto piratesco e dalla bellezza bohèmien, folgorare noi ventenni del tempo, in uno show pirotecnico di quasi tre ore e imitare brillantemente Tom Waits, anzi diventarlo.
Oggi come ieri, ritrovo lo stesso humor debordante, arguto ed impegnato, teatrale e da trattoria, caustico e sardonico, di quel Rondelli che trasfigura in musica e spettacolo l’odore e i colori della sua Livorno, delle notti di bagordi per le strade brulicanti di figure picaresche, di cani sciolti, di poeti, ubriaconi, comunisti, marinai e di belle donne, di cui lì se ne fanno vero vanto. Da città portuale qual’è, Livorno è fatta di gente ibrida di sangue e contaminata culturalmente, da pirati, marinai e manovalanti dell’industria navale, dagli occhi di ghiaccio e la carnagione abbronzata e segnata dal sole, che brinda per i canali e i vicoli cantando e suonando tutta la notte fino agli albori del giorno, insieme.

Il teatro fiorentino, storica roccaforte di quella parte di cultura buona e nostalgica di sinistra, nell’attesa, si è riempito di una folla scalpitante per assistere all’ultima data del tour indoor di Storie Assurde. L’album omonimo è stato pubblicato a Giugno del 2024 e raccoglie una selezione dei suoi brani più celebri e di alcuni inediti mai pubblicati su disco. Da rinomato scopritore di musicisti eclettici, ha questa volta portato sul palco, per accompagnarlo, la band pop-swing Musica da Ripostiglio.
Mentre un sottofondo swing allieta la platea nell’attesa, eccolo entrare sul palco con il suo camminare ridente e il procedere goliardico, accolto dalla band tra sonorità gypsy jazz, intonando Per Elisa in chiave flamenca, seguita da una versione folk della Carmen, di Šostakóvič e poi con Cash e Conte, dà via alla festa, le cui frequenze risuoneranno alte ed intense per tutto il concerto.
Provocatore, appartenente a quella sotto e contro cultura livornese che ha generato maestri e poeti della canzone come Ciampi e poi Nada, autori di cinema e raccontastorie della gente di strada e di quartiere, del sottoproletariato, di chi in strada ci lavora, non risparmia, con linguaggio “verace”, slogan antimilitaristi che solo l’esilarante vernacolo livornese riesce a poeticizzare, ampiamente condivisi dalla folla presente.

A pezzi iconici dei suoi primi album solisti, dopo i quattro con il suo gruppo storico gli Ottavo padiglione, come Figli del nulla del 2001 e Disperati, Intellettuali, Ubriaconi del 2002, visti da Rondelli stesso “come un’espressione di ironia disperata che non di demenzialità”, si alternano gag come l’imitazione di Bocelli, tra l’altro eccelsa, e della moglie, ancora meglio, che rifiutano la richiesta del povero cantautore squattrinato in cerca di mantenimento. Il tutto giocato sulla storica rivalità ed odio tra pisani, Bocelli nato a Lajatico in provincia di Pisa, e livornesi, che ha generato tanta letteratura e dinamica su cui marcia in primis lo storico ed iconoclasta giornale satirico livornese “Il Vernacoliere”.
Le digressioni di repertorio spaziano da Gigi balla, canzone dedicata al famoso orso con il mal di denti dello Zoo di Livorno, conosciuto in città come “Parterre”, a cui i bambini urlavano: “Gigi, balla!”, che Rondelli definisce un campo di prigionia, a Fiori d’asfalto dal disco Disperati, intellettuali, ubriaconi, prodotto ed arrangiato da Stefano Bollani, dove i due talenti si sono esaltati vicendevolmente, i due mondi artistici perfettamente integrati e il fantasma di Waits aleggia e si fa musa. Sicuramente la prima collaborazione, questa con Bollani, che ha portato il talento poliedrico e cantatutorale di Rondelli a un livello estetico-musicale superiore.


Nonostante l’esposizione avuta dal cinema, per cui ha scritto colonne sonore e fatto l’attore, nonché essere protagonista di un road movie girato dal suo grande amico Paolo Virzi, gli inviti al festival canoro nazional popolare per eccellenza e programmi tv e documentari prodotti da sky arte, mi affascina come sia sempre rimasto fedele a sé stesso senza perdere l’incanto e il disincanto degli occhi e del cuore con cui racconta i suoi alter ego e personaggi in cui la gente, che lo segue da sempre, continua ad identificarsi e a farsi sollevare dalla durezza della vita quotidiana.
Si succede l’invito sul palco del talentuoso ed affermato pianista jazz siciliano Fabrizio Mocata con melodica, per regalare L’ultima danza e Nara F., un omaggio puro all’amore materno e La canzone dell’amor perduto classica reinterpretazione, cara ai suoi live.


Siamo accompagnati in un finale movimentato dal batterista della band, che roteando come un felino per tutto il palco, con le sue bacchette percuoterà con grande ritmo prima tutto il pavimento, poi gli sgabelli e le aste dei microfoni, fino alle suole delle scarpe dei suoi compagni dell’Orchestra da Ripostiglio (cit. un vero proprio antidoto al divano e allo sbadiglio…). Sulle note di Madame Sitrì (Bella Livorno) e dopo un lungo bis e nel riverbero di una sala felice e appagata, scivoliamo fuori dove il grigio che avevamo lasciato entrando è magicamente ora tinto di arcobaleno.










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