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Rosario Di Leo – Homotempus (Auand Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Una sbirciatina sul mondo vetusto e solenne dei nostri avi la possiamo dare semplicemente leggendo i motti e le massime latine che compaiono sulle meridiane di molte città italiane ed europee. Quegli antichi orologi – più spesso oggi riprodotti per vezzo – che seguivano l’ombra lasciata dalla corsa solare, suggerivano al passante dei veri e propri momenti di riflessione incentrati sul valore del Tempo. Questo album di Rosario Di Leo, quarantenne pianista siciliano, contrae il suo titolo – già di per sé intrigante di Homotempus – da una delle tante epigrafi riportate su una di queste meridiane, cioè Homo tempus metirit, tempus hominem (L’Uomo misura il Tempo, il Tempo misura l’Uomo). Certamente, Di Leo, il suo tempo l’ha finora decisamente ben speso, intraprendendo un rapporto con la Musica fin da ragazzino nella banda del paese e che si è rodato poi con diverse esperienze eterogenee – per esempio suonando sulle navi da crociera – e seguendo infine i doverosi studi musicali accademici e di perfezionamento. Attratto dalle molte sfaccettature dell’arte di Euterpe, affascinato dalla dimensione artistica a tutto tondo, laureato al DAMS di Enna, coinvolto in numerosi interessi nell’ambito della musicologia, Di Leo arriva oggi al suo quarto disco da titolare. Si tenga però presente che due delle precedenti uscite, Overboard del 2016 e L’opera è jazz del 2019, furono editate in coppia rispettivamente con Frank La Capra e con William Grosso. Per stessa ammissione di Di Leo le influenze musicali assorbite nella sua vita sono state veramente tante. Alcune di queste si sono riversate nelle note di Homotempus, impedendo parzialmente a quest’opera di allinearsi lungo una direttiva precisa e riferirsi ad un archè cui ricondurre tutte le variegate ed eclettiche composizioni, molte delle quali create in tempi e luoghi diversi. Certo, il jazz rappresenta forse l’angolo prospettico preferenziale scelto dall’Autore ma è indubbio come, durante lo svolgersi dell’intero lavoro, si avvertano reminiscenze classiche, frammenti di rock-progressive, suggestioni etniche medio-orientali e persino costruzioni armoniche vicine alla pop music.

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Ada Montellanico – WeTuba (Incipit Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Nove volte su dieci, se si ascolta senza conoscerlo, un brano jazz cantato si pensa si tratti di un pezzo composto negli anni Sessanta, Cinquanta, magari anche Quaranta, dipende da molti fattori, naturalmente. Quasi mai però si pensa che un pezzo cantato possa essere scritto oggi. Forse perché scrivere un brano jazz non è come scrivere una canzone di musica leggera. Per identificarlo come brano jazz occorre abbia caratteristiche specifiche, molte delle quali sono state codificate negli anni e nella storia del jazz. Quando allora si sente cantare Ada Montellanico, come in questo magnifico WeTuba uscito qualche mese fa, si è portati a pensare che si tratti di brani della storia del jazz che magari non conosciamo o non ricordiamo. Ed è per questo che amo molto la voce di Ada Montellanico, per questa sua capacità di stare nel solco della tradizione, ma apportando continue novità nel modo di cantare e di interpretare il jazz. Del resto anche la tradizione è frutto di invenzione (come teorizzò anni fa lo storico Eric J. Hobsbawm, per questioni molto diverse). Ada Montellanico è una grande “inventrice di tradizione”. Se poi ad aiutare la bravissima cantante romana, ci si mettono Simone Graziano al pianoforte, Francesco Ponticelli al contrabbasso, Bernardo Guerra alla batteria, nonché la tuba di Michel Godard e la tromba di Paolo Fresu, l’incanto è “bell’e che fatto”.

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Michele Tino – Belle Époque (Auand Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Si schermisce Michele Tino quando, sulla sua pagina web, esibisce i propri timori e insicurezze nel presentare il disco d’esordio Belle Époque. Pur potendo comprendere l’ansia che può accompagnare un musicista alla sua prima uscita discografica da titolare, bisogna altresì evidenziare che questo è un debutto eccellente che ci presenta un saxofonista di grande maturità tecnica ed espressiva. È anzi quasi incredibile che questo lavoro sia un’opera prima, ascoltandolo infatti senza conoscere nulla dell’autore si può decisamente pensare ad un musicista più navigato piuttosto che ad un esordiente. Del resto la Auand ha un catalogo ricco di ottimo jazz italiano, soprattutto interpretato da giovani leve e ci ha abituato, da tempo, all’ascolto di dischi di grande qualità come questo. Sarà pur vero come asserisce lo stesso autore che le composizioni presenti in Belle Époque risalgono a periodi temporali diversi, tuttavia l’assemblaggio delle stesse in un unico percorso non dimostra discontinuità, anzi, si può cogliere nella sequenza dei brani una buona omogeneità, una linearità esecutiva che dimostra tutta la bontà del progetto. Non è sempre così facile trovare i riferimenti espressivi nelle sonorità del sax, piuttosto morbide anche nei momenti di maggior impegno tecnico. Vi sono comunque degli evidenti richiami all’ispirazione-guida di Charlie Parker in alcuni brani – del resto quale sassofonista jazz non si è mai misurato con la sua influenza – ma in altri, presumibilmente composizioni più recenti, si avverte l’ascendente di musicisti di altra generazione come Steve Lacy e Wayne Shorter, soprattutto nell’esecuzioni delle scale che forzano la tonalità di base, entrando ed uscendo con eleganza dai limiti armonici d’impianto.

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