R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Sarebbe troppo banale evidenziare, tra le le molte qualità di Doors ottavo album da titolaredel tenor-sassofonista vicentino Michele Polga – quella di aver operato una sintesi efficace tra innovazione e tradizione. Tenendo presente, poi, che questo è l’obiettivo minimo a cui tende ogni gruppo musicale di stampo non avantgarde attualmente attivo nell’area jazz. Un elemento che mi colpisce, invece, è la capacità del quartetto di Polga di intrecciare melodia e improvvisazione in modo quasi finalistico. Ogni nota sembra una conseguenza inevitabile, come se fosse stata scritta da un destino musicale in cui ordine ed improvvisazione, consonanze e dissonanze, riescano a convivere in un equilibrio solido e in un assetto che avvicina la perfezione. Le composizioni, otto su nove tutte originali tranne un’intensa rilettura di Along Came Betty di Benny Golson, dimostrano una padronanza assoluta della struttura e dell’intonazione strumentale. C’è ordine, ma non rigore, libertà ma non arbitrio.

Un musicista tiene un sassofono in primo piano con una luce drammatica che mette in risalto i dettagli dello strumento e l'espressione seria del musicista.
Michele Polga © Roberto Cifarelli

Il pianoforte, il contrabbasso e la batteria costruiscono un tappeto armonico-ritmico su cui Polga vola con il suo fraseggio serrato che sa essere spesso lirico, oltre che incisivo, evocando uno spirito dinamico sicuramente personale ma che lavora in favore del collettivo di cui fa parte. La ragion pratica del quartetto — l’abilità di collaborare e rispondere intuitivamente l’uno all’altro — è facilmente riscontrabile in ogni traccia. Trovo che sia sempre importante sottolineare quest’ultimo aspetto, tutt’altro che scontato, rispetto ad altre produzioni troppo spesso caratterizzate da un egocentrico piglio autocelebrativo, che è cosa ben diversa, s’intende, dall’esigenza espressiva soggettiva. Un altro aspetto cruciale di Doors è il rifiuto dell’eccesso. Polga e sodali non cedono alla tentazione di ostentare virtuosismo fine a sé stesso. Invece, il loro approccio effervescente si manifesta costantemente in un corretto equilibrio tra emozione e tecnica. In questo modo, senza alcun dubbio, non può avvenire alcuna mistificazione della sostanza musicale proposta. Nonostante sia la prima volta che Off Topic si occupi attivamente sia di Polga che del notevole pianista Alessandro Lanzoni, non così è per il contrabbassista Gabriele Evangelista e per il batterista Bernardo Guerra, i cui nomi appaiono spesso tra le nostre recensioni musicali – provate a digitare i loro nomi nel banner di ricerca sulla pagina principale. Questo per dire che la super-formazione tutta italiana che accompagna Polga, aromatizza le composizioni del leader con una trama di supporto corposa, sufficientemente trasparente da permettere una scorrevole lettura di ciascun strumento ad ogni ascolto. Sebbene l’Autore non abbia alle spalle una discografia imponente, è sicuramente un musicista che può vantare collaborazioni con nomi eccellenti del jazz internazionale, tra i quali Paolo Fresu, Fabrizio Bosso, Carla Bley, Steve Swallow, Maria Schneider e molti altri ancora. Quasi lo stesso si può affermare riguardo il pianista fiorentino Alessandro Lanzoni, trentatré anni di musica in divenire che lo hanno visto a fianco di Kurt Rosenwinkel, Lee Konitz, Aldo Romano, Roberto  Gatto, Enrico Rava, Ambrose Akinmusire, Larry Granadier solo per citarne una piccola parte.

L’apertura di queste porte comincia in modo fulminante con Back and Forth che mostra da subito l’attaccamento verso una tradizione hard bop senza mezzi termini né sotterfugi. Il sax lavora su un fraseggio assoluto, dirompente, che ricorda – ma con una timbrica ancora migliore – l’attitudine solistica di Michael Brecker. Segnalo, e non sarà l’unica volta, la splendida fase solistica del pianoforte di Lanzoni che trova spazio tra le macine ritmiche di Guerra ed Evangelista. La title track Doors appare come una tranquilla bossa-nova, con quel sapore svagato e rilassato che spesso porta con sé la musica d’ispirazione latina. Un’impronta alla Stan Getz caratterizza in questa fase il sax di Polga che si approccia con un bel tema di largo respiro, così come si distende il pianoforte lavorando egregiamente su pochi accordi tensivi, risultato di dissonanze gestite ad arte. L’assolo di Polga si sviluppa all’insegna della moderazione rappresentando in modo ottimale la gestione dei contrasti, le luci e le ombreggiature dense di un racconto che nasce sotto il simbolo solare della latinità ma che ospita angoli più scuri, frutto di una riflessione introvertita. Sunday Afternoon è un mid-tempo che va ad equilibrare la partenza bruciante della prima traccia e l’ondivaga pigrizia della seconda. L’insieme strumentale si fa compatto, più dialogante e si avverte maggiormente il ruolo della componente ritmica che ne costituisce l’insostituibile ossatura. Polga fraseggia con molta elasticità, senza ansie da prestazione, con un intervento nel frammezzo di Lanzoni molto colto dal punto di vista pianistico, oltre che tecnicamente eccellente. Il brano mi sembra piuttosto rappresentativo di questo album, in quanto ne riassume emblematicamente l’intero modus operandi. Finale tra brevi frasi reiterate e rincorse di Guerra sui tamburi.

Un gruppo musicale si esibisce in un locale. Il sassofonista è in primo piano mentre i membri del quartetto sono in secondo piano, sorridendo e interagendo. Sullo sfondo si intravede un pianoforte e una batteria.

Late Winter è la classica jazz ballad che racchiude in sé tutti gli oligo-elementi essenziali per una traccia di questo tipo. Sax quasi shorteriano, ritmica morbida, pianoforte molto cool tra le righe e sax levigato dai suoni prolungati. Gli umori densi del contrabbasso di Evangelista si spargono tra la sostanza musicale brunita del gruppo, sottolineando così il clima notturno della composizione. Unsaid recupera lo stile urgente e swingante in una classica forma hard bop, previa introduzione pianistica e ritmica. Polga si evidenzia con fraseggi in purezza ricchi di tempismo, mostrando un’esuberanza parallela ai sax più parkeriani degli americani anni ’50 e ’60. L’assolo di Lanzoni, fatemelo dire, è fantastico. Si allarga e si costringe alternativamente tra accordi dissonanti e frasi be-bop con assoluta naturalezza – del resto,  ci eravamo già fatti un’idea più particolareggiata delle sue qualità nel disco solo dedicato a Bud Powell, Bouncing with Bud dell’anno scorso. Baxòcheche è un’altra ballad dai toni nostalgici che tuttavia mantiene una certa sensualità di base, esplorata soprattutto dalle note di pianoforte, mentre il sax rimane in una dimensione partecipata, più vicina ad una sfumatura malinconica generalizzata. Arriva poi Along Came Betty, un brano del sassofonista Benny Golson presente in Moanin’, di Art Blakey and the Jazz Messengers pubblicato nel 1958, gruppo di cui Golson faceva parte. Il blues originale che stigmatizzava questo pezzo presupponeva uno scambio di ampie parti soliste tra lo stesso Golson al tenorsax e Lee Morgan alla tromba. Nel caso di Doors, Polga imposta invece uno stretto rapporto a due tra sax e pianoforte dove più che un dialogo sembra un continuo contrappunto tra due strumenti che si scambino continuamente i ruoli in un clima piuttosto swingante ma lontano dal contesto blues dell’originale. Non vorrei essere troppo ripetitivo ma il pianismo di Lanzoni mi ha letteralmente steso e il suo assolo in questo contesto ne è una prova più che evidente. Re-Trane, preceduto da un assolo di Guerra ricco di colore percussivo, omaggia la personalità di Coltrane, proponendo quei fraseggi lunghi ed espansi che ne costituivano uno tra i principali caratteri dell’epoca più matura. Polga, bisogna dirlo, è molto convincente in questo ruolo, andando a pescare qualche sintomatico out of tune di stampo dichiaratamente coltraniano. Tutto ciò dimostra la duttilità e l’estrema disponibilità di questo sassofonista, col suo suono asciutto ed umoroso, realmente tra gli attuali migliori fiatisti europei. Si chiude con un ¾ più spensierato, After a While, dove si palesa un ottimo assolo di contrabbasso e un lirico fraseggio di sax che non perde lo stigma melodico muovendosi agilmente tra il tema, apparentemente disarmante nella sua scorrevolezza, e la costante eruzione strumentale pianistica.

Attraverso la classica formazione a quartetto, Polga fa filtrare i suoi registri narrativi con l’umile consapevolezza di saper raccontare la contemporaneità mantenendo le proprie antenne mentali ancora sintonizzate sulle onde della tradizione. Ma, come si diceva all’inizio, sarebbe troppo riduttivo rimarcare questa caratteristica tralasciando le qualità fluide ed equilibrate di un suono che rifugge le iperboli ma che conta comunque di appunti rapidi, talora più assorti ed intimisti, sempre ben amalgamati e distribuiti con equanime trasporto emotivo tra i componenti del gruppo.

Tracklist:
01. Back And Forth (4:51)
02. Doors (6:14)
03. Sunday Afternoon (6:02)
04. Late Winter (5:06)
05. Unsaid (4:53)
06. Baxòcheche (5:04)
07. Along Came Betty (5:39)
08. Re-Trane (8:58)
09. After A While (4:31)

Photo 1 © Roberto Cifarelli, 2 © Sergio Cimmino

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