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Igor Caiazza – Blu (Abeat Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Aldo Pedron

La Abeat Records di Mario Caccia di Solbiate Olona (Va) è una delle più attente ed importanti etichette discografiche nell’ambito jazz, sempre pronta a scoprire nuovi talenti e confermare artisti di valore già affermati. Una politica quella della Abeat Records dedita a sostenere e promuovere giovani talora spesso esordienti e talentuosi musicisti soprattutto italiani. Rispetto ad altre etichette Abeat non segue una linea editoriale omogenea o ristretta ad una unica tipologia di genere o di stile ma tende a promuovere progetti con una propria e forte identità. Un catalogo notevole che vi invito a sfogliare e visitare.

Igor Caiazza è un brillante compositore, arrangiatore, percussionista classico e vibrafonista jazz. Ha un passato giovanile di batterista, suonando rock, pop e hip-hop, ma poi la musica classica lo ha stregato e catturato. Così, approfondendo lo studio del vibrafono e della marimba, oltre all’adorato Bach ha scoperto Astor Piazzolla, le cui composizioni, non a caso, erano un mix tra la musica classica e la musica argentina. Piazzolla è stato, quindi, il ponte tra la classica e il jazz ma di quest’ultimo non si è più liberato!

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Michele Tino – Belle Époque (Auand Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Si schermisce Michele Tino quando, sulla sua pagina web, esibisce i propri timori e insicurezze nel presentare il disco d’esordio Belle Époque. Pur potendo comprendere l’ansia che può accompagnare un musicista alla sua prima uscita discografica da titolare, bisogna altresì evidenziare che questo è un debutto eccellente che ci presenta un saxofonista di grande maturità tecnica ed espressiva. È anzi quasi incredibile che questo lavoro sia un’opera prima, ascoltandolo infatti senza conoscere nulla dell’autore si può decisamente pensare ad un musicista più navigato piuttosto che ad un esordiente. Del resto la Auand ha un catalogo ricco di ottimo jazz italiano, soprattutto interpretato da giovani leve e ci ha abituato, da tempo, all’ascolto di dischi di grande qualità come questo. Sarà pur vero come asserisce lo stesso autore che le composizioni presenti in Belle Époque risalgono a periodi temporali diversi, tuttavia l’assemblaggio delle stesse in un unico percorso non dimostra discontinuità, anzi, si può cogliere nella sequenza dei brani una buona omogeneità, una linearità esecutiva che dimostra tutta la bontà del progetto. Non è sempre così facile trovare i riferimenti espressivi nelle sonorità del sax, piuttosto morbide anche nei momenti di maggior impegno tecnico. Vi sono comunque degli evidenti richiami all’ispirazione-guida di Charlie Parker in alcuni brani – del resto quale sassofonista jazz non si è mai misurato con la sua influenza – ma in altri, presumibilmente composizioni più recenti, si avverte l’ascendente di musicisti di altra generazione come Steve Lacy e Wayne Shorter, soprattutto nell’esecuzioni delle scale che forzano la tonalità di base, entrando ed uscendo con eleganza dai limiti armonici d’impianto.

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Stefano Tamborrino – Seacup (Tǔk Music, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Sarà perché le creazioni eccentriche mi attirano sempre (il primo brano si intitola Coda), ma non vedevo l’ora di ascoltare con attenzione l’ultimo lavoro di Stefano Tamborrino. E infatti, il mio istinto non mi inganna mai, sono bastate poche intense battute (anzi colpi di “Coda”), per farmi innamorare di Seacup prodotto per l’etichetta Tūk Music di Paolo Fresu. Per questo esordio, il batterista toscano ha messo insieme una band originale per composizione strumentale e raffinatissima per la qualità dei musicisti: Ilaria Lanzoni al violino, Katia Moling alla viola, Dan Kinzelman al sassofono, Andrea Beninati al violoncello, Gabriele Evangelista al contrabbasso e, naturalmente, Stefano Tamborrino alla batteria. Atmosfere invernali, interiori, profonde come quelle di acque nordiche, già dal primo brano che si confermano tali con i successivi intensi e poetici brani come Escher e Purple Whales che rimanda, anche semanticamente, a grandi e profondi spazi fisici e mentali. Un’atmosfera molto “string” che sa di mitologie nordeuropee, ma anche di raffinate culture musicali che inglobano musica colta, litanie popolari, lirismi e saghe misteriose, dove anche voci mistiche sembrano evocare spiritualità e voglia di inabissarsi nell’Essere. Il pizzicato di Purple Whales sembra essere la rappresentazione sonora di questo desiderio di stimolare l’anima per non farla dormire, per muoverla verso la profondità dell’emozione.

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