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Gigi Giancursi e Carlo Pinchetti @ Ink – Bergamo, 5 settembre 2020

L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini

Normalmente ti viene da fare un disco se ti escono fuori le canzoni. Negli ultimi anni però la vita del musicista mi stava stretta, nel senso che mi sembrava si perdesse più tempo a propagandare se stessi piuttosto che a scrivere canzoni. Mi sono dato un po’ dello scemo da solo e Antonio Bardi dei Virginiana Miller una volta mi ha detto: “Ma tu sei un talebano!” che pensandoci è la definizione migliore per me!”. Di Gigi Giancursi non si avevano più notizie da qualche tempo. Nel 2017, a più di un anno dallo split coi Perturbazione aveva fatto uscire “Cronache dell’abbandono”, il primo vero lavoro da solista se si esclude il materiale pubblicato sotto il monicker di Linda & the Greenman. Come lui stesso ha detto, è stato pubblicato in sordina, “senza farlo troppo sapere in giro”, per usare le sue parole. Chi segue Offtopic e il sottoscritto probabilmente si ricorderà la recensione che avevo fatto all’epoca (potete rileggerla qui), e in effetti in quell’occasione era stato proprio lui a mandarcelo in anteprima, nel caso avessimo avuto voglia di recensirlo.
Era un bel disco ma non se ne fece molto: qualche data in giro (venne a Milano ma purtroppo non riuscii ad andarci) e poi più nulla, obbedendo alla regola secondo cui si parla quando se ne sente davvero l’urgenza, quando si ha davvero qualcosa di valido da dire. Dall’anno scorso, comunque, lo si può trovare anche in streaming: “L’ho pubblicato su Spotify e sulle varie piattaforme perché mi sarebbe sembrato un suicidio non farlo! Ma non rinnego nulla di quel che ho fatto: avevo bisogno di seguire il mio percorso, a prescindere dal fatto che fosse una cosa giusta o sbagliata, serviva a me, per una volta volevo che fosse solo la musica a parlare e non tutto quello che le sta attorno. Questa cosa ha avuto anche dei lati positivi perché mi ha obbligato a scrivere a tutti quelli che io pensavo sarebbero stati interessati al disco e quindi per un volta ho utilizzato i social in maniera utile.
Da qualche tempo Gigi è tornato a suonare ed è in fondo il motivo per cui vi stiamo raccontando queste cose: questa sera si sarebbe esibito a Bergamo e, complice la presenza di Carlo Pinchetti, che gli avrebbe aperto il concerto, mi sono trovato con loro due, seduti ad uno dei tavoli all’aperto dell’Ink, il locale che, assieme a Druso ed Edoné, è uno dei centri propulsori dell’attività live della città. Non è stata una vera e propria intervista perché il clima era conviviale e si è chiacchierato liberamente del più e del meno spaziando per vari argomenti.

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Lowinsky: ci siamo ritrovati e siamo contenti, non importa se la gente ci ascolterà

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Almè è un piccolo paese del bergamasco, non lontano dal capoluogo e denso di reminiscenze romane di cui oggi si sono dimenticati in tanti, soprattutto gli abitanti del luogo. Me lo racconta la stessa band, mentre ceniamo con kebab e birra nella sala prove-studio di registrazione dove da qualche tempo sono di casa. La loro è una storia travagliata, fatta di battute di arresto, di continui e repentini cambi di line up ma anche di decise ripartenze ed entusiasmo contagioso. Ed è soprattutto una bella storia di amicizia: la cosa sorprendente, sin dai tempi dei Daisy Chains, è che attorno a Carlo Pinchetti, creatore e songwriter dei Lowinsky, gravita un folto gruppo di persone, unite dalla passione per la musica e dalla condivisione di gran parte della vita, comprese le cose importanti. A dover disegnare l’albero genealogico di tutti i progetti che li hanno visti coinvolti, unitamente a tutte le loro formazioni, verrebbe fuori un diagramma articolato e frastagliato che però (ed è questo il bello) dice molto di più dell’intensità del loro legame, piuttosto che di una discontinuità dell’attività musicale che rimane comunque innegabile.
Esce ora Oggetti smarriti, il primo album dei Lowinsky, il loro secondo lavoro dopo l’Ep di quattro pezzi del 2017. Il 22 febbraio lo presenteranno nella loro Bergamo, in quell’Edoné in cui sono di casa, dove per anni hanno anche curato la programmazione artistica. Sono qui per intervistarli ma anche per vederli suonare, dato che sono nel pieno della preparazione di quello che sarà a tutti gli effetti il primo live con questa nuova formazione a tre. Non racconto com’è andata perché non voglio rovinare la sorpresa a chi andrà a vederli, anche se posso assicurarvi che sono in forma e hanno voglia di spaccare tutto.
Questa invece è la chiacchierata che abbiamo fatto poco prima che imbracciassero gli strumenti.

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I Lowinsky, Monica e gli anni ’90 – l’intervista

Intervista di Luca Franceschini

Ci si aspettava un nuovo disco dei Finistère ma si sa che al giorno d’oggi non è facile mantenere la continuità di un progetto, tra mille stimoli diversi e una liquidità che annulla la prospettiva temporale, non educa alla pazienza. Per la verità qui bisogna tirare in ballo le vicende personali dei singoli membri, per spiegare come mai “Alle porte della città” non è riuscito ad avere un degno successore. È un peccato perché il disco era piacevole e ben scritto, declinava un approccio italiano al Brit Pop anni ’90 che suonava fresco e genuino, mi sarebbe davvero piaciuto scoprire la continuazione di questa storia.

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