I Lowinsky, Monica e gli anni ’90 – l’intervista

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Intervista di Luca Franceschini

Ci si aspettava un nuovo disco dei Finistère ma si sa che al giorno d’oggi non è facile mantenere la continuità di un progetto, tra mille stimoli diversi e una liquidità che annulla la prospettiva temporale, non educa alla pazienza. Per la verità qui bisogna tirare in ballo le vicende personali dei singoli membri, per spiegare come mai “Alle porte della città” non è riuscito ad avere un degno successore. È un peccato perché il disco era piacevole e ben scritto, declinava un approccio italiano al Brit Pop anni ’90 che suonava fresco e genuino, mi sarebbe davvero piaciuto scoprire la continuazione di questa storia.

Poco male: Carlo Pinchetti, voce e chitarra del progetto, non si è perso d’animo nel momento in cui si è trovato praticamente da solo. Ha reclutato piuttosto in fretta tre compagni di precedenti avventure (Dario Frettoli alla chitarra, Pietro Trizzullo al basso, Andrea Melesi alla batteria) e ha registrato un ep di quattro pezzi che, di fatto, costituisce l’atto di nascita dei Lowinsky, una creatura che speriamo ci farà compagnia anche negli anni a venire.
Colpito dalla qualità del materiale e desideroso di riprendere un filo interrotto, mi sono sentito per telefono con la band una sera che avevano appena finito le prove. Purtroppo, o per fortuna, ero appena uscito da un aperitivo piuttosto alcolico in quel di Milano, stavo camminando per andare a recuperare la macchina in uno stato psicofisico che non era certo dei migliori. Il gruppo, da parte sua, non aveva certo intenzione di realizzare la solita intervista seriosa. Quel che è venuto fuori, raccolto grazie al sempre provvidenziale mezzo della videochiamata di WhatsApp, è stato ricostruito solo il giorno successivo quando, recuperata la lucidità, ho messo mano alla registrazione scoprendo che, dopotutto, ci eravamo anche detti cose sensate…

Allora ragazzi, direi di partire dall’inizio: mi aspettavo un nuovo disco dei Finistère…
Eh, un po’ tutti ce lo aspettavamo (risate NDA)!

E invece, di punto in bianco, arriva la notizia che il gruppo si è sciolto, che al suo posto ci sono i Lowinsky: che cosa è successo esattamente?
Carlo: Beh, io ho un cappellino dei Finistère, innanzitutto (mostra il cappello che indossa, che ha effettivamente la scritta “Finistère” NDA)! Questo per dire che un collegamento in qualche modo c’è (Ride NdA)! Riassumendo, i Finistère erano praticamente pronti a fare un secondo disco, dovevamo solo registrarlo. Poi Triz ha deciso che doveva assolutamente andare in Inghilterra a fare delle esperienze di vita…
Triz: Ah quindi adesso dai la colpa a me!
Carlo: Zitto, sto raccontando! (Risate NDA) E quindi, come dicevo, la cosa ci ha un po’ spiazzato. Poi è successo che Marco Brena, il batterista, ha deciso che anche lui doveva fare delle esperienze di vita, in un certo senso, ed è andato a suonare in un’altra band. Siamo così rimasti io e Matteo a girarci i pollici. La cosa è un po’ scemata, fino a quando Matteo ha deciso di lasciar perdere e di tornare a dedicarsi a tempo pieno a The Lonely Rat, il suo progetto precedente. Nel frattempo abbiamo però dovuto dirlo a Triz, che era in Inghilterra, felicissimo all’idea di tornare e suonare e che quindi ci è rimasto malissimo quando ha saputo che non c’era più la band. Comunque adesso do la parola a lui, così ti racconta quanto era triste (Risate NDA)!
Triz: Ero tristissimo, in effetti! La mia idea era quella di partire, tornare e registrare, invece sono tornato e non c’era più niente, ognuno è andato per la sua strada. Io nel frattempo ho smesso di suonare. Nel frattempo però Carlo e Dario avevano già una specie di side project, diverso dai Finistère, che probabilmente ha costituito una sorta di genesi dei Lowinsky. C’era un altro batterista che poi era Marco Brena, quindi esisteva un po’ di conflitto, per così dire…
Carlo: Capito? Quello stronzo di Brena mi ha lasciato a piedi due volte! Scrivilo eh, mi raccomando (Risate NDA)! Intanto l’Andre si sta pettinando la barba, ti dico solo questo… la situazione è tragica…
Niente, è successo che nel frattempo quello che era un side project è diventato il nostro gruppo principale e siamo molto contenti che sia così.

Quindi, se non ho capito male, nella formazione attuale del gruppo ci sono anche musicisti che suonavano già nei Finistère…
Triz: Sì certo, io c’ero!
Carlo: Tra l’altro qui c’è una concatenazione di band interessantissima: io e Andre infatti suonavamo nella prima versione dei Daisy Chains. Poi per vari motivi Andre è uscito, il gruppo ha cambiato formazione ed è arrivato Dario. Quindi siamo tre Daisy Chains, ma in realtà non abbiamo mai suonato tutti e tre assieme. Io ho suonato con Andre e con Dario, però Dario non ha mai suonato con Andre. Chiaro?

Più o meno…
Carlo: Poi Triz suonava nei Finistère con me e Dario un paio di volte ha sostituito Matteo quando si è rotto il braccio…
Dario: Ma non c’era Triz al basso, però (risate NDA)!

Ok, diciamo che un po’ ho capito! Dunque, ho ascoltato il vostro ep e…
Carlo: Chi gliel’ha passato? Non si poteva (Risate NDA)!

L’ho ascoltato e devo dire che mi piace molto. Ci ho trovato un certo legame con quello che facevate prima. Immagino che siano tutte canzoni scritte per finire nel secondo disco dei Finistère…
Carlo: Tre su quattro in effetti erano partite da un’idea mia col gruppo precedente, sì.

Ho trovato in generale che il tutto è molto migliorato. Soprattutto, mi pare che ci sia un bel bilanciamento tra il lavoro chitarristico e le melodie portanti.
Carlo:
Ti ringrazio, è un bel complimento!

Forse l’unico limite è che la voce è un po’ bassa, un po’ troppo dentro il mix generale…
Carlo:
Ci sta, assolutamente, a mio parere. Però sono scelte mediate con chi ha mixato e col resto della band. Alla fine la genesi è sempre quella, sono canzoni che si provano in cameretta, poi si portano in sala e si sviluppano. Un paio di queste avevano un’origine un po’ più acustica, poi abbiamo provato a renderle più elettriche, cariche, ci piaceva e le abbiamo tenute così. E’ chiaro che la mia voce è bassa, quindi inevitabilmente viaggia su frequenze molto trafficate! Nei Finistère c’era Matte che la doppiava e quindi l’effetto era diverso. Qui ci sono i cori di Triz che secondo me sono veramente molto belli però sono cori, non è un doppiaggio vero e proprio!

Ma il nome Lowinsky da dove viene?
Carlo:
È il punto forte dell’intervista, aspettavamo questo momento (risate NDA)! Adesso Dario te lo spiega bene!
Dario:
Allora, Lowinsky viene da… all’inizio era BojaFaus, ma è meglio sorvolare… poi è diventato Wow Lewinsky… poi una sera c’era qui Drew Mc Connell dei Babyshambles, Carlo gli ha detto il nome della band e lui ha suggerito di trasformarlo in Lowinsky. A questo punto, visto che ce l’aveva detto lui, nessuno ha fatto obiezioni.

Ma non l’ha motivata in nessun modo?
Carlo:
Sì a me ha detto che così, quando fossi stato un po’ giù, avrei potuto dire di essere un tipo depresso, sai “Low”, da Lowinsky… boh, in effetti quella parte non mi ha convinto molto…
Dario:
No dai, suonava bene. Low poi significa basso, come la voce di Carlo nel disco… (risate NDA)
Carlo:
Diciamo che il significato non c’è. Suona bene e c’è un padre nobile che l’ha battezzato, credo basti questo.
Dario:
E Monica Lewinsky, ovviamente!
Carlo:
Ah beh, lei per forza! In effetti nelle nostre scalette mettiamo sempre quella famosa foto in cui ci sono Bill e Monica con lui che la tiene sotto braccio e la dedica scritta sopra, con la data. È un po’ un nostro santino, durante i live.

Vi conoscete da tempo e vedo che c’è un bel clima tra di voi: immagino che dev’essere semplice suonare insieme, con queste premesse…
Triz:
Sì certo, io li odio tutti, soprattutto il batterista (risate NDA)!
Carlo:
Ci conosciamo tutti da abbastanza tempo perché i rapporti siano distesi, rilassati, come vedi siamo qui a dire cagate durante l’intervista, ma anche in sala prove funziona bene.
Triz:
Sì, ci diamo una grossa mano nella costruzione dei pezzi, nel decidere un arrangiamento, anche se poi arriviamo tutti da mondi piuttosto diversi…
Andre:
È vero, adesso lui viene da Lecco, che non credo sia sul pianeta terra, noi invece siamo persone… (Risate NDA)
Triz:
Sì, siamo bergamaschi anche se in realtà io sono meridionale (Ride NDA)!

Parliamo seriamente dei vostri mondi di provenienza. Mondi musicali, intendo. Il background di Carlo lo conosco, i vostri invece?
Andre:
Io ascolto quello che ascolta Carlo (risate NdA)!
Carlo:
Dai ragazzi, siate onesti! Dite quello che ascoltate (Risate NDA)!
Andre:
A livello di background per me sono importanti i Foo Fighters. So che per molti è un problema ma è così!
Carlo:
Gli piacciono anche i Gaslight Anthem!
Andre:
Sì certo, ma anche i Nada Surf!
Dario:
Il mio background invece sono Poison, Motley Crue, Guns N Roses anche se ormai è molto che non ascolto più queste cose. Adesso ti direi King Krule, Mac De Marco, tanto Hip Hop, la Trap… ma poi, alla fin fine, il mio riferimento principale è sempre e solo Nick Cave.
Triz:
Io invece ti dico tre gruppi senza i quali non sarei quello che sono anche se non c’entrano molto con quello che sono adesso come musicista. Prima di tutto i Led Zeppelin, poi gli Slipknot, per quanto possa sembrare assurdo…
Carlo:
Dinne uno bello, almeno (risate NDA)!
Triz:
E da ultimo i Tool.
Carlo:
Niente, non ce l’abbiamo fatta (risate NDA)…
Triz:
Però poi è vero che se devo ascoltare, ascolto di tutto, anche la Trap!

Effettivamente avete un background molto vario però potrebbe essere una grande ricchezza, no?
Triz:
Beh non è che, almeno io, abbia ancora attinto da questi bacini musicali…
Carlo:
E per fortuna (risate NDA)!

Parliamo delle canzoni che è meglio: “Lei” è il primo singolo, mi sembra un pezzo un po’ anni ’90, anche come tematica del testo, nel senso che comunica un certo disagio che era anche tipico del periodo del Grunge. Immagino che l’abbia scritta tu, Carlo. A cosa o a chi ti sei ispirato? Parli di una persona reale?
Carlo:
No, non riuscirei mai a parlare di una persona reale. Diciamo che l’idea è un po’ quella… senti, tu ascoltandola che cosa hai pensato? Poi ti dico se è giusto…

Ho pensato che raccontasse la storia di una ragazza che ha sofferto e che di conseguenza non si fida più delle persone che ha intorno. Sinceramente, non mi sono posto il problema se fosse reale o no, nel senso che si tratta di una rappresentazione letteraria e come tale va presa. Però l’ho trovato un testo molto… realistico, diciamo così. Ci sono delle situazioni che ho visto, che ho in mente, descrive sensazioni che ci sono, che si possono provare.
Carlo:
Sì, ci sta, può essere così. Poi sai, non so se emerga dalla canzone però, soprattutto dopo averla abbozzata, ho fatto ulteriori ragionamenti: come sai, ho una bimba di quattro anni e da padre ho iniziato a pensare: “Ma quando crescerà, che opportunità avrà, in che mondo sarà?”. Cose così. E se ora mi guardo attorno non è che veda grandi chance per il sesso femminile. Non vorrei banalizzare con un femminismo spiccio, però forse banalizzando si riesce a capire meglio il concetto. Ecco, mi pare che ci sia meno spazio per loro, che ci sia ancora spesso, quantomeno, una mancanza di rispetto di fondo. Ho fatto una riflessione più complessa sullo stato della situazione per le donne e l’ho condensato nella canzone. Non so se si capisca oppure no, comunque sono partito da qui.

Un’altra cosa che mi ha colpito molto è il fatto che tu abbia musicato una poesia di Baudelaire, “L’Ennemi”, che tra l’altro è anche una delle mie preferite sue. In più avete fatto una cover dei Noir Désir come bside. Sicuramente hai un rapporto piuttosto profondo con la Francia…
Carlo:
Ho abitato in Francia da piccolo, quando ti trasferisci da bambino in un paese straniero impari la lingua in poco tempo e riesci anche a ricordartela bene in seguito. Ritornando in Italia comunque sono andato avanti a leggere in francese, a guardare film, a sentirmi con amici e in questo modo ho potuto continuare a masticare la lingua pur non parlandola più tutti i giorni. Stavolta sono riuscito finalmente a cantare qualcosa in francese, che è una cosa che mi suggerivano in tanti ma che non ero mai riuscito a fare.

E come mai Baudelaire? Pensi davvero anche tu, come lui in quella poesia, che sia il tempo il peggior nemico dell’uomo?
Carlo:
Baudelaire, è uno dei miei preferiti e quella in particolare, come lo è per te, è una di quelle che amo di più. Il tempo? Sì anch’io penso che sia il nemico. Provo ansia per il tempo che passa ma poi il nemico sono anche gli altri, le persone. Chi è che lo diceva, questo? Era un altro francese…

Sartre diceva che “L’inferno sono gli altri”…
Carlo:
Esattamente, era lui. Da una parte c’è il tempo che ti opprime in maniera drammatica, dall’altra ci sono le persone con cui purtroppo, o per fortuna, devi avere a che fare e per questo, inevitabilmente, cedi sempre un po’ di te stesso. È una bella dicotomia, questa.

Qualche giorno fa mi sono trovato a scrivere un articolo su queste cose: sono andato a sentire gli Helloween, che erano il mio gruppo preferito di quand’ero ragazzino e che si sono riuniti col cantante originale per la prima volta dopo 25 anni. È stato bello però non sono riuscito ad emozionarmi più di tanto e mi è venuto proprio da pensare: “Meno male che il tempo passa!”. Nel senso che non è poi così male scoprirsi adulti e guardare le cose da un’altra prospettiva…
Carlo:
Da un lato ti do ragione: preferisco il me stesso trentacinquenne piuttosto che la mia versione da diciottenne. Sto molto meglio adesso di quando avevo diciotto anni, su questo non ci sono dubbi! Nel contempo però ho sempre l’ansia e l’angoscia del tempo che passa, del non riuscire a fare tutto quello che devo e vorrei fare. Se sei bravo, puoi usare il tempo per arricchire te stesso e questa è una cosa positiva, però ce n’è poco, lo senti tutto sulle spalle, quindi devi essere davvero bravo, non è facile!

Tra l’altro “L’ennemi” è una canzone meno orecchiabile, molto diversa dalle altre…
Carlo:
Beh, sicuramente il fatto di partire da una poesia già esistente ha reso il lavoro completamente diverso. Nelle altre canzoni io accenno delle melodie alla chitarra e solo dopo ci scrivo sopra un testo. Con questa era diverso perché il testo c’era già, quindi bisognava trovare una melodia da costruirci sopra. È stato fatto tutto in totale libertà, senza preoccuparci di ritornello e altro, visto che non volevamo ripetere dei versi che Baudelaire stesso non aveva pensato di usare due volte. Poi non saprei, Dario cosa ne pensi?
Dario:
Io la guardo dal lato puramente musicale: quando mi hai mandato la prima bozza, ho voluto usare una chitarra che ti desse un senso di insicurezza, che riprendesse un po’ tutta quella roba anni ’80, la No Wave, un suono che fosse un po’ più sporco, che creasse quel disagio lì à la Roland Howard, Birthday Party e cose così. Qualcosa che non fosse molto musicale ma che rendesse molto bene l’atmosfera del testo. Ti parlo della chitarra distorta, perché poi il resto è venuto fuori in sala prove.

Effettivamente è un bel pezzo: si sente una band lasciata a briglia sciolta che segue le parole… A proposito di suonare: come sono stati questi primi concerti e che cosa avete capito di voi dopo averli fatti?
Triz:
Ne abbiamo fatti due. Il primo ci ha sicuramente insegnato a non bere troppo, perché il mix tra alcool e ansia, non è che faccia troppo bene (risate NDA)! Poi nel primo abbiamo avuto anche la sfiga di una situazione un po’ difficile. Il posto era bellissimo però non era un palco facile, se aggiungi il fatto che non avevamo mai suonato assieme dal vivo prima, abbiamo un po’ faticato.
Carlo:
Diciamo che ci vuole gente brava, non noi!
Triz:
Il secondo invece era all’Ohibò ed è andato molto bene, al di là del nostro stato psicofisico, che era un po’ meglio, c’è stato un lavoro molto più mirato del settaggio palco, eravamo molto più tranquilli, ci abbiamo messo di meno. In generale era la seconda data, avevamo meno ansia della prima e in mezzo abbiamo fatto anche delle prove ulteriori…

Che poi non eravate neppure in una situazione facile perché avete fatto da supporto agli Altre di B che sono un gruppo già piuttosto noto…
Carlo:
E sono dei fighi, tra l’altro!
Dario:
Ci sono piaciuti tantissimo e poi sono dei tipi davvero gentilissimi…
Triz:
E avevano delle magliette belle!
Carlo:
Ti racconto questo aneddoto: di solito quando suoni con un gruppo più grosso del tuo c’è tutta la menata della backline, perché il gruppo di solito ha la sua e non te la fa usare, si fanno il loro soundcheck e poi a te danno quel metro quadrato dove mettere la batteria, tre amplificatori, due pedaliere, quattro persone e di solito quindi è sempre un disastro. In realtà, dopo che hanno finito il loro soundcheck e noi stavamo per montare le nostre cose, col loro stupendo accento bolognese ci hanno detto: “Ma cosa fate? C’è la nostra, perché dovete prenderne un’altra?” E così ci hanno prestato la loro, cosa che ci ha sicuramente aiutato a fare un bel concerto!
Triz:
È stato un bel concerto, abbiamo ricevuto dei buoni feedback dalle persone che erano lì e anche per quanto riguarda la presenza scenica eravamo senza dubbio più a nostro agio.

Cosa ci dobbiamo aspettare adesso? Ep? Live? Un nuovo disco?
Dario:
Alla prossima data avremo i cd stampati da Moquette Records e a tal proposito ringraziamo Gianluca, che è anche venuto a sentirci. A breve uscirà il primo video, poi realizzeremo una session acustica con due pezzi, successivamente un secondo video… e comunque di roba nuova ce n’è, quindi penso che ricominceremo a lavorarci bene dai prossimi live. Al disco ci penseremo un po’ più in là, però l’idea è quella.
Dario:
Faremo uscire dei video anche per capire bene come va, poi in base a quello valuteremo come muoverci.
Carlo:
All’inizio volevamo fare da subito un disco completo di dieci pezzi poi ci abbiamo ripensato, abbiamo deciso di incidere un ep, tre o quattro pezzi, registrato bene, con copertina e tutto buttandolo fuori in modo tale da capire se noi ci saremmo divertiti, se alla gente sarebbe piaciuto, trovare un po’ di date, sondare il terreno e agire di conseguenza.

Un ep in effetti è un buon biglietto da visita, se uno gioca bene le sue carte…
Carlo:
Esattamente. E poi fai in tempo a maturare in poco tempo, dall’ep al primo disco, senza necessariamente bruciarti delle canzoni. Ti concentri su quelle che sei sicuro che sono finite e che sono esattamente quelle che devono essere. Quelle che invece sono ancora a metà le lasci lì, le suoni dal vivo, vedi col tempo come funzionano. Io sono un fan del disco vero e proprio però sai, avendo anche la fortuna di avere un’etichetta che ce lo stampa…

Grazie a Niska Tognon per le foto

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