L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini

Normalmente ti viene da fare un disco se ti escono fuori le canzoni. Negli ultimi anni però la vita del musicista mi stava stretta, nel senso che mi sembrava si perdesse più tempo a propagandare se stessi piuttosto che a scrivere canzoni. Mi sono dato un po’ dello scemo da solo e Antonio Bardi dei Virginiana Miller una volta mi ha detto: “Ma tu sei un talebano!” che pensandoci è la definizione migliore per me!”. Di Gigi Giancursi non si avevano più notizie da qualche tempo. Nel 2017, a più di un anno dallo split coi Perturbazione aveva fatto uscire “Cronache dell’abbandono”, il primo vero lavoro da solista se si esclude il materiale pubblicato sotto il monicker di Linda & the Greenman. Come lui stesso ha detto, è stato pubblicato in sordina, “senza farlo troppo sapere in giro”, per usare le sue parole. Chi segue Offtopic e il sottoscritto probabilmente si ricorderà la recensione che avevo fatto all’epoca (potete rileggerla qui), e in effetti in quell’occasione era stato proprio lui a mandarcelo in anteprima, nel caso avessimo avuto voglia di recensirlo.
Era un bel disco ma non se ne fece molto: qualche data in giro (venne a Milano ma purtroppo non riuscii ad andarci) e poi più nulla, obbedendo alla regola secondo cui si parla quando se ne sente davvero l’urgenza, quando si ha davvero qualcosa di valido da dire. Dall’anno scorso, comunque, lo si può trovare anche in streaming: “L’ho pubblicato su Spotify e sulle varie piattaforme perché mi sarebbe sembrato un suicidio non farlo! Ma non rinnego nulla di quel che ho fatto: avevo bisogno di seguire il mio percorso, a prescindere dal fatto che fosse una cosa giusta o sbagliata, serviva a me, per una volta volevo che fosse solo la musica a parlare e non tutto quello che le sta attorno. Questa cosa ha avuto anche dei lati positivi perché mi ha obbligato a scrivere a tutti quelli che io pensavo sarebbero stati interessati al disco e quindi per un volta ho utilizzato i social in maniera utile.
Da qualche tempo Gigi è tornato a suonare ed è in fondo il motivo per cui vi stiamo raccontando queste cose: questa sera si sarebbe esibito a Bergamo e, complice la presenza di Carlo Pinchetti, che gli avrebbe aperto il concerto, mi sono trovato con loro due, seduti ad uno dei tavoli all’aperto dell’Ink, il locale che, assieme a Druso ed Edoné, è uno dei centri propulsori dell’attività live della città. Non è stata una vera e propria intervista perché il clima era conviviale e si è chiacchierato liberamente del più e del meno spaziando per vari argomenti.

Tra i temi più caldi, lo abbiamo appena visto, c’è stato sicuramente quello del ruolo pubblico del musicista e del suo porsi come figura di riferimento al di fuori della musica da lui realizzata. E su questo, il chitarrista non dimostra certamente di avere un pensiero “allineato”: “Sinceramente, se dovessi fare un altro disco adesso (e forse è una decisione che comincia a maturare) non so come mi muoverei. Mi troverei un po’ imbarazzato a scrivere sui Social: “Guardate che sta uscendo il mio disco!”. Non lo so, durante il lockdown vedevo tutte queste foto di miei colleghi, tutta gente che stimo, per carità, potrei farti nomi e cognomi (li ha fatti ma abbiamo preferito lasciare il mistero NDA) e dicevo: ma perché se scrivi canzoni così belle, poi ti devi fare le foto in posa e metterle su Instagram? Mi sa di finto lontano un chilometro… anche tutti questi streaming: nutrono l’ego dei musicisti, non certo la loro arte! Io personalmente ho bisogno di fare le cose alla mia maniera. La musica dovrebbe essere semplicemente l’incontro tra chi ha delle canzoni da far ascoltare e chi ha voglia di ascoltarle. Tutto il resto non serve a nulla! Invece oggi uno inizia e comincia a dire: “Devo fare il profilo Instagram, la pagina Facebook, devo comprare i like…”. Ma la musica non è questa roba qui! E infatti la musica non esiste più!”. Affermazione forte, ma a lui pare non interessare: “Uno degli ultimi pezzi che ho scritto comincia con: “Ti ricordi quando c’era la musica”… sono un vecchio di merda nostalgico, lo so (ride NDA) So benissimo che non salverò il mondo facendo in questo modo ma certamente salvo me e credimi che non è poco!”.
Facile chiedere a questo punto quanto c’entri Internet e tutto quello che ha sdoganato: “Luca Castelli, che è mio amico e che stimo moltissimo come giornalista, anni fa scrisse un libro su Napster (che oggi è archeologia!) e ricordo che lui all’inizio era entusiasta, per la possibilità che tutti avevano di condividere la musica… la prima generazione di internet dopo tutto è stata meravigliosa, le strutture sono nate dopo. Oggi condividiamo solo cazzate, abbiamo le bacheche intasate di roba che fa ridere e basta. Uno come Tommaso Paradiso, che non conosco come autore quindi non è certo un giudizio sulla sua musica, mi pare che sia molto più interessato a far parlare di sé piuttosto che della sua musica. Un musicista oggi è come un giornalista: è preoccupato di fare click baiting e basta!”.
Logico a questo punto ribattere che, per gli artisti come lui, al di fuori dei circuiti del mainstream, la pandemia e la conseguente limitazione dell’attività live, possa in qualche modo essere un vantaggio: dopotutto, se i grandi eventi sono sospesi, loro hanno numeri che consentono lo stesso di suonare: “Anche questa però è un’occasione perduta. Ho letto recentemente un articolo di Damir Ivic sulle discoteche che lamentava che i promoter, invece di ingaggiare dei mega dj, avrebbero potuto puntare su nomi più piccoli dando loro la possibilità di emergere. La stessa cosa è successa col nostro mondo: a Torino, per esempio, hanno messo in piedi un’iniziativa piuttosto grossa al Pala Alpitour, dove però hanno chiamato unicamente delle cover band! Inoltre non è che questi concerti nostri, di nomi piccoli, siano così pieni, anzi! Le occasioni sono sempre tantissime ma se la gente non è interessata a queste proposte non cambia nulla. È come quelli che si lamentano che in Italia non si legge: cambiare le modalità non cambia, se la gente poi non è interessata ai libri! Alla fine funziona così con tutto: se in una cosa ci sei dentro, la frequenti, altrimenti no.”.


Quando passo a chiedergli come concepisce il concerto, soprattutto ora che ha ricominciato a suonare, risponde così: “Bella domanda, non lo so (ride NDA)! Direi come un incontro, nulla di più. Anche perché ho iniziato a fare radio, faccio un programma chiamato “Il bello della differita” per RBE, una radio valdese di Pinerolo. L’idea è di lanciare un tema, qualunque tema e di far sentire canzoni, nove a puntata, in qualche modo collegate a quel tema. Mi sono reso conto che è bello intervallare musica e parole, ovviamente senza scassare troppo le palle! Per cui direi una formula di questo tipo, un incontro con il pubblico oppure, come questa sera, io e Carlo che siamo sul palco insieme a proporre le nostre canzoni a turno… ecco, poi un’altra cosa dovrebbe essere che ogni concerto fosse diverso da quello della sera prima. Poi mi piace molto suonare con altre persone: recentemente ho diviso il palco con Cecilia (Lasagno NDA), un’arpista di Torino bravissima, con Orlando Manfredi, con Umberto Poli de Lastanzadigreta, un gruppo bravissimo, sempre di Torino, abbiamo raccontato la storia dell’America tramite delitti e fatti di cronaca, suonando le canzoni che parlano di quello… direi fare qualcosa di nuovo, il più possibile originale, anche se ovviamente lo spazio per proporre brani tuoi non è molto.”.
Diviene a questo punto naturale domandargli dei Perturbazione e, soprattutto, in che rapporto sia oggi con le loro canzoni, se sia per lui naturale proporle dal vivo oppure no: “È una cosa di cui mi sono riappropriato da circa un anno. È successo che ho fatto un concerto a Cuneo e ho visto che qualche tempo dopo dallo stesso locale sarebbero passati loro. Così ho fatto una battuta dal palco: “Tra qualche settimana arriverà qui la mia cover band…” (risate NDA) Ho detto una cazzata e quando le spari così poi le paghi, però poi ci ho pensato bene e mi sono detto che era assurdo che non suonassi quei pezzi, visto che in molti casi li ho scritti io! Anche perché poi quando vado in giro a suonare sui manifesti scrivono giustamente “Ex Perturbazione” e non è una notizia falsa. Umanamente con alcuni di loro ho un ottimo rapporto: Cristiano (Lo Mele, il chitarrista NDA) ad esempio è anche lui di Rivoli, quindi ogni tanto ci vediamo con le rispettive figlie. Anche Tommy (Tommaso Cerasuolo, il cantante NDA) è una bravissima persona, non parlerei mai male di lui e musicalmente mi manca moltissimo! Non parliamo mai di musica quando ci vediamo, però…“. Quando si passa però a parlare dei due album che hanno pubblicato senza di lui, la risposta è eloquente: “Non ho sentito nessun loro disco perché per me loro non esistono quindi… (risate NDA) tant’è che quando hanno fatto uscire “Le storie che ci raccontiamo” ricevevo tantissime mail da gente che mi diceva: “È bruttissimo!” al che io rispondevo che non ero l’ufficio reclami, che dovevano scrivere a loro, se avevano qualcosa da dire! Mi hanno detto però che con quest’ultimo sono in qualche modo tornati alle origini quindi immagino che avranno fatto delle cose decenti ma alla fine è quello che ho sempre pensato: avevano bisogno di fare un certo percorso per rendersi conto che era meglio tornassero sui loro passi, a fare quello che avevano sempre voluto fare…”.

La cosiddetta “svolta Pop” è stata poi una mossa così azzardata? “Probabilmente avevamo maturato un credito nei confronti del pubblico e della critica, che pensavamo fosse illimitato ma non era così. E quando stai a parlare troppo di strategia e poco di musica, succede questo. Forse ci siamo sentiti arrivati e questo in qualche modo ci ha fregato. Sai, quello che avevamo di speciale, come Perturbazione, era proprio che nessuno sapeva suonare, all’inizio, abbiamo iniziato spinti unicamente dalla passione, eravamo come il mio vicino di casa che si mette a fare musica! Se ce l’ha fatta lui possiamo farcela tutti… credo che esprimessimo esattamente quello che cercavo io quando andavo a vedere i gruppi… quella era la nostra potenza, nessuno di noi sapeva suonare ma si creava quella magia che alla fine si è voluto irreggimentare e quindi è andata perduta. Detto questo, auguro loro tutto il bene del mondo, non potrei mai fare diversamente. Solo, non riuscirei ad ascoltare un loro disco al momento, mi metterebbe addosso una tristezza infinita. Ci ho messo tanto tempo a superare questa separazione, dopo tutto siamo stati insieme per 25 anni…
Archiviato il discorso Perturbazione, è tempo di passare al suo rapporto con Carlo Pinchetti: recentemente Gigi ha messo le tastiere in un brano del disco solista del cantante dei Lowinsky, che dovrebbe vedere la luce il prossimo anno: “Mi ha contattato perché voleva comprare dei like… (risate NDA) in realtà non lo so perché ho accettato la sua proposta! Mi piace collaborare con gli altri ma poi non ho mai tempo, però ogni tanto faccio delle cose un po’ irrazionali! Quindi boh! Sicuramente il pezzo mi piaceva ma poi non saprei dirti che cosa è scattato!”. Strano però che abbia messo le tastiere, invece della chitarra o della voce: “Anche qui, ti dico che non lo so!”. A questo punto interviene Carlo, che puntualizza: “Io gli ho detto: “Fai quello che vuoi!” e lui si è preso bene con le tastiere!”. Alla domanda se questa sera la eseguiranno, visto che hanno deciso di stare sul palco insieme per tutto il concerto, Carlo mi risponde di no: “Non la so suonare! Dovrei reimpararla da zero, ho registrato tutte queste canzoni di getto e non me le ricordo più (risate NDA)!


Anche la sua vicenda è interessante: coi Lowinsky è tornato in scena dopo alcuni anni di pausa con un disco, “Oggetti smarriti”, che è uscito proprio il 22 febbraio, quando la pandemia è divenuta ufficialmente un affare nazionale e tutti i concerti sono stati di fatto sospesi. A partire da luglio, con l’attività live finalmente ripresa, Carlo è tornato ad esibirsi ma da solo, in acustico, non più in compagnia della band: “Ai ragazzi ho detto che finché non suoneremo con tutta la gente in piedi, non voglio suonare col gruppo. Sarebbe una situazione surreale, noi lì, con gli ampli a mille e la gente comodamente seduta a bersi i cocktail! Adesso suoneremo al Bloom il 18 settembre, il pubblico sarà in piedi, quindi sarà l’occasione migliore per tornare live con la band. Sottolineo però che questo non è un piano B: mi piace essere sul palco con la mia chitarra e la mia voce e basta; sarà che oggi ho 38 anni e che quindi questa modalità forse sento che mi appartiene di più, però credo che continuerò così anche quando ci saremo lasciati tutto questo alle spalle.
Tra marzo e aprile, con tutta Italia chiusa in casa, Carlo Pinchetti ha registrato un disco intero di canzoni sue, chitarra e voce, ha aggiunto qualche assolo, le seconde voci di sua moglie Linda, il violoncello di Elena Ghisleri. Ne è uscito un lavoro sorprendente, intimo e sincero, che ha portato il suo songwriting a livelli finora inediti e che ha in qualche modo confortato l’esperienza di quei mesi terribili: “Nella circostanza sfavorevole, l’aspetto positivo è che sono stato obbligato a fare una cosa che avevo in cantiere da tantissimo tempo: registrare il mio disco solista, da solo con la mia chitarra. Erano anni che avevo bozze di canzoni e non avevo mai concretizzato. In quei mesi invece ero chiuso in casa a far niente, mi era rimasto per fortuna un computer con una scheda audio e quindi l’ho fatto. Il lockdown è stato una tragedia ma mi è rimasto questo bel ricordo e quindi in qualche modo sono riuscito a bilanciare.”.
Si passa così a discutere di dischi, di quale sia la modalità migliore per realizzare la propria visione, delle difficoltà insite nel fare qualcosa a cui si tiene davvero, che rispecchi del tutto le proprie intenzioni artistiche: “Personalmente sono combattuto – interviene Gigi – da una parte vorrei avere 800mila euro di budget, andare a registrare agli Abbey Road Studios con l’orchestra sinfonica, dall’altra poi sto a casa mia col mio computer. Ho sempre idee tra di loro opposte e questo è un casino! Vorrei fare un disco tipo “Pink Moon” però poi mi viene in mente di aggiungere questo e quello… e poi mi piace arrangiare, quindi alla fine credo che la cosa migliore sia fare un disco che abbia anche diverse sovraincisioni ma dove le canzoni funzionino tutte anche a portarle in giro chitarra e voce.”. Ma c’è davvero un disco all’orizzonte, come sembrava aver lasciato intendere ad inizio conversazione? “I pezzi ce li avrei già tutti ma non mi convincono completamente e vorrei prendermi del tempo, tanto nessuno mi corre dietro! In ogni caso, se effettivamente uscirà, non chiedermi esattamente perché, vorrei chiamarlo “Rovesciate”. Mi sono venuti un paio di pezzi dove utilizzo questa parola (uno forse lo faccio stasera) che ha un sacco di significati e quindi mi piacerebbe inserire la parola in tutti i pezzi nuovi e poi chiamare il disco così… ad ogni modo quando trovi il titolo sei già a metà del lavoro (risate NDA)!”

Il concerto è bello e sentito, come una serata tra amici. Come preventivato, Gigi e Carlo stanno sul palco insieme, suonando una canzone a testa e interagendo col pubblico, raccontando aneddoti sulle canzoni proposte e dando informazioni sulle cover che hanno scelto. Insieme fanno “It’s a Shame about Ray” dei Lemonheads e “Here Comes a Regular” dei Replacements, brani da tempo presenti nelle setlist di Carlo che, scherzando dice: “L’ho obbligato a suonare queste con me!”. Poi Gigi, che in precedenza aveva fatto ascoltare “Lullabye” di Emitt Rhodes, recentemente scomparso e che “Purtroppo ho scoperto troppo tardi” ed eseguito un’intima e delicata versione del classico “Dream a Little Dream of Me”, insegna sul momento a Carlo gli accordi di “You Ain’t Going Nowhere” di Bob Dylan, che costituisce uno dei momenti più suggestivi del concerto. Per quanto riguarda le sue canzoni, c’è qualcosa da “Cronache dell’abbandono” (“Modello unico”, “L’ammazzacaffè”, “L’opposto”, “Chez Voltaire”), un estratto dal disco di Linda & The Greenman (“La scommessa di Pascal”), il brano nuovo di cui si era parlato a cena, che funziona molto bene e che è in qualche modo un’anticipazione del possibile ottimo livello qualitativo del secondo disco. E poi, come anticipato, due brani dei Perturbazione: “Del nostro tempo rubato” (“È la canzone che sarebbe stato giusto suonare al Concerto del Primo maggio, quando ci hanno invitato, e invece non lo abbiamo fatto, penso che abbiamo perso un’occasione”, ha detto introducendola) e “Nel mio scrigno”, che chiude il concerto. “Del nostro tempo rubato” e “In circolo” sono i miei due dischi preferiti della band – mi ha confidato alla fine – Li abbiamo fatti in due diversi momenti della nostra storia in cui, per un motivo o per l’altro, non avevamo nulla da perdere e quindi abbiamo espresso la nostra creatività senza fare troppi calcoli.” Per quanto riguarda “Nel mio scrigno” ha aggiunto: “La musica è mia, il testo è di Tommy. All’inizio lui non era molto contento, l’ho spinto per continuare a lavorarci perché secondo me era un gran testo e con la musica funzionava benissimo”. Ha avuto ragione lui, visto che è diventato uno dei brani più amati dai fan.
Carlo invece suona molti brani dei Lowinsky, dal singolo “Lei” ad alcuni episodi di “Oggetti smarriti” come “Seppuku”, “Vacanza paradiso” (“Che non c’entra niente con Tommaso Paradiso!” scherza), “Bandiera” e “L’ennemi”, che è la sua personale messa in musica della celebre poesia di Baudelaire. Spazio anche a due canzoni dei Finistère, la band che aveva messo su con Matteo Griziotti, che incise un solo, bellissimo disco, nel 2015: “Oh no” e “Pronti alla rivolta” sono due estratti da quel “Alle porte della città” che ha raggiunto forse molte meno persone di quel che avrebbe meritato e che a distanza di anni non sembra aver per nulla perduto la sua freschezza.
Una bellissima serata, che ci ha ricordato come sia bello e semplice godere della musica, quando scaturisce dal sodalizio sincero e spontaneo di due autori che decidono di condividere il palco (già di per sé cosa non scontata) col solo obiettivo di divertirsi e condividere le loro canzoni col pubblico. Se mai ci sarà una Post-pandemia, sarebbe bello che la musica seguisse sempre di più questa direzione.

Grazie a Anna Lisa Pinchetti per le foto.