Gigi Giancursi – Cronache dell’abbandono (Autoproduzione, 2017)

Postato il Aggiornato il

Articolo di Luca Franceschini.

Lo split tra Gigi Giancursi e i Perturbazione è stato uno degli avvenimenti musicali più tristi degli ultimi anni e non pare aver fatto bene a nessuna delle due parti in gioco: il gruppo piemontese ha continuato senza sostituti in formazione ridotta e pur avendo prodotto un album di enorme valore come “Le storie che ci raccontiamo” ha visto calare i propri consensi in maniera preoccupante (per lo meno a giudicare dai dati da noi empiricamente osservati); ok, non sarà colpa diretta della separazione però è un dato innegabile che sia successo.

Da parte sua, Gigi si è lanciato in un progetto non troppo convincente con l’attrice Linda Messerklinger, con la quale ha registrato un disco sotto il monicker Linda & The Greenman e un sound ispirato ad un classico Folk americano che tuttavia non sembrava possedere il necessario spessore per essere ricordato a lungo.
Non so se il duo sia ancora attivo o meno, fatto sta che quasi in sordina è arrivato “Cronache dell’abbandono”, primo lavoro con il solo nome del chitarrista in copertina.
Un disco che, a giudicare dai riferimenti che si trovano in rete, è stato promosso a livello praticamente nullo come se, sotto sotto, il suo autore non ci credesse più di tanto o come se, lo vedremo dopo, volesse tornare ad un tempo in cui la musica era solamente fisica e veniva innanzitutto ascoltata, prima ancora che pubblicizzata.

Non sono belle sensazioni, quelle che si ricavano dall’ascolto di questi dodici pezzi per mezz’ora risicata di musica. Non tanto per il valore artistico in sé: i brani, almeno la maggior parte, sono piacevoli e ben scritti, con almeno due o tre picchi notevoli, che potrebbero anche rimanere nella memoria collettiva per gli anni a venire.
Il problema, semmai, sorge nell’ascoltare i testi: è la tristezza, il rimpianto, l’abbandono, appunto, che scaturisce tra i solchi di melodie che suonano però leggere e in qualche modo disincantate, come se volessero esorcizzare un male di vivere che sotto una patina di stemperata noncuranza pare aver acquisito una fin troppo triste consapevolezza.
È un problema di libertà, in fin dei conti: di un uomo che, come cantato ironicamente nell’iniziale “Modello unico”, è stretto tra le aspirazioni di grandezza e tutti quegli elementi burocratici, telematici che hanno al contempo la pretesa di definirlo. Le password per entrare da qualsiasi parte, i punti della patente, le tessere che ne accumuliamo un sacco e non sappiamo che farcene, la dichiarazione dei redditi… tutte cose che hanno invaso la nostra quotidianità fino al punto da determinarla; tanto che, come dice il ritornello, siamo nell’imbarazzate situazione di essere divisi tra “La legge morale, il cielo stellato”, per dirla con Kant e “il codice fiscale”: chi siamo davvero, quale di questi fattori dice di più della nostra identità?

Non molto diverso il discorso nella successiva “L’ammazzacaffè”, che col suo incedere da marcia popolare, i fiati, i cori e la melodia irresistibile del ritornello è già destinata a divenire un classico. Sensi di colpa, nevrosi da telefonino, desiderio di quiete, condizionamento di una morale cattolica da cui è molto difficile liberarsi; alla fine di una cena l’ammazzacaffè, in qualche modo, riepiloga tutto, lo risolve, gli dà un senso. Già, ma qual è l’ammazzacaffè della vita, ammesso che si possa risolvere così una questione così misteriosa?
La libertà e i suoi condizionamenti è anche il tema de “Il cantico dei divorziati”, filastrocca acustica anch’essa cantabilissima e definitiva nella sua semplicità di base; una cronaca lucida e amara di cosa voglia dire per due persone che si sono volute bene, che hanno giurato di voler costruire per sempre, che hanno messo al mondo dei figli, decidere ad un certo punto di percorrere strade diverse. È la libertà, appunto: saremo pure ingabbiati da mille numeri e documenti ma nulla può impedirci di dare un taglio al presente e di far finire un matrimonio, se sentiamo di dover fare così. È allegra, questa canzone, è raccontata in modo volutamente ironico, la si canticchia con piacere rapiti dalla leggerezza della musica; ma è impossibile non percepire tutta l’amarezza, tutto il disorientamento da parte di chi registra un fatto con lucidità ma allo stesso tempo non se lo sa spiegare fino in fondo.

E che dire di “Chez Voltaire”? È stata citata in tutte le salse, quella famosa frase attribuita al filosofo francese, che negli anni è diventata un mantra un po’ moralistico per giustificare ogni sorta di prurito istintivo. Ecco, in questo pezzo Gigi pare essersene accorto e lo canta apertamente, che troppa libertà, in fin dei conti, può equivalere a tirannica oppressione.
Non manca neppure un’accelerazione di ritmo e un ricorso all’aiuto dell’elettronica: “E noi che pensavamo” è incalzante, una cavalcata dal sapore elettro pop che parla di ’68, terrorismo rosso, ipotesi di complotto, derive fascistoidi, per dire che forse il pensiero di “cambiare il mondo” assomigliava molto ad una sciocca velleità.
E poi c’è “La parata del tradimento”, che suona un po’ a la Guccini e che sembra riassumere col solito piglio ironico e amaro al tempo stesso tutte le vicissitudini personali e professionali attraversate da Gigi negli ultimi anni. C’è qualche altra bella concessione all’easy listening e al ritornello contagioso, come ne “I finti malinconici”, ideale Pop Song danzereccia, se fosse stata arrangiata in un altro modo.

Divertente anche se musicalmente superflua “Il canone” che gioca col doppio significato del titolo per proporci una composizione organizzata appunto in forma di canone per farci sapere che “Il canone non è da pagare” (speriamo non lo scopra il PD altrimenti gliela rubano come spot elettorale). Davvero deliziosa invece la conclusiva “Via dal campo”: anche qui un simpatico e sottile gioco di parole, per un brano che vuole sostanzialmente invitarci a spegnere i telefonini e a goderci il presente, il qui e ora con le persone che amiamo, senza che la suoneria della notifica ci stressi la vita ogni due secondi (bellissima la trovata di inserire il tema portante proprio su questa stessa suoneria!).

“Cronache dell’abbandono” è un disco leggero ma non spensierato, allegro ma non solare; è un ritorno di Gigi Giancursi agli elevati standard di songwriting che aveva ai tempi dei Perturbazione: ascoltandolo, è difficile non provare un leggero rimpianto e non pensare che almeno due o tre canzoni, quelle meglio riuscite, col contributo di Tommy e degli altri avrebbero potuto trasformarsi in punti fermi del repertorio della band.
Dal canto suo, il chitarrista pare aver trovato la propria dimensione anche come cantante e seppure si capisca che non ha sempre fatto questo nella vita, se la cava piuttosto bene e pensiamo che in futuro potrebbe anche continuare su questa linea.

È un disco semplice ma non per questo approssimativo, dove il contributo dei fiati, delle tastiere e di qualche leggera percussione e inserto elettronico rende il tutto più piacevole e dinamico.
Non aspettatevi un capolavoro ma è senza dubbio bello aver ritrovato Gigi con la voglia di scrivere canzoni, anche se non proprio col sorriso sulle labbra. Ed è anche bello (sebbene forse non propriamente vantaggioso per lui) che abbia deciso un’uscita e una promozione così in sordina: niente uffici stampa, niente pubblicità, niente annunci. Chi lo vuole, se lo vuole, se lo compra. Come accadeva una volta. La libertà, appunto. Che può anche essere ridotta alla nostalgia di un tempo che non tornerà più ma che ogni tanto, probabilmente, fa anche bene volerla esercitare così, al di fuori degli algoritmi di Spotify.

*la grafica del disco è stata curata da Silvia Gariglio

 

 

 

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