Perturbazione – Le storie che ci raccontiamo (Mescal, 2016)

Postato il Aggiornato il

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Articolo di Luca Franceschini.

C’erano diverse incognite per quello che doveva essere il nuovo disco dei Perturbazione. Lo split con il chitarrista Gigi Giancursi e con la violoncellista e tastierista Elena Diana, reso pubblico subito dopo la fine del tour di “Musica X”, aveva scosso piuttosto profondamente fan e addetti ai lavori.
Giancursi è sempre stato fondamentale nella composizione e nell’arrangiamento dei pezzi, mentre la Diana, che pure era importante nella scrittura, dava il suo contributo soprattutto dal vivo, dove il suo violoncello era da sempre un marchio di fabbrica del sound di questa band.
Di conseguenza, c’erano parecchi timori che le cose non avrebbero più funzionato e questo disco è stato atteso molto di più e in modo diverso rispetto ai precedenti.
Lo dico subito, anche perché sarebbe difficile da nascondere: possiamo pure smettere di preoccuparci. I Perturbazione sono sopravvissuti benissimo a questo doppio abbandono e hanno sfornato un disco di grande qualità, bello e coinvolgente come tutti gli altri episodi della loro discografia. Riuscendo, questo è ancora più importante, a non ripetersi e a compiere un ulteriore decisivo passo nella loro ricerca artistica.
A tal proposito, va detto che chi ha amato “In circolo”, “Canzoni allo specchio” e “Pianissimo fortissimo”, quel trittico di album che ha consacrato la band di Rivoli come una delle realtà più belle del pop rock indipendente degli ultimi quindici anni, dovrà per forza di cose cambiare prospettiva.
Quei Perturbazione non esistono più, è un dato di fatto. E sono lontani anche quelli de “Il nostro tempo rubato”, disco lunghissimo ed eclettico, sorta di White Album dei tempi moderni, che era talmente vario e a tratti sperimentale che, da un certo punto di vista, funse più o meno da spartiacque all’interno della storia del gruppo.
Ho come il sospetto che la separazione da Gigi ed Elena possa essere iniziata da qui. Con i due intenzionati a proseguire su questo sentiero e gli altri (soprattutto il cantante Tommaso Cerasuolo) più propensi a virare verso il pop elettronico che abbiamo ascoltato in “Musica X”.
Sono ipotesi, nulla di più. E diciamo che nemmeno ci interessano così tanto. Abbiamo temuto per la salute della band, eravamo preoccupati che, rimaneggiati nella formazione e scossi negli equilibri, i nostri potessero perdere la vena compositiva.
Nulla di tutto questo è accaduto per cui qualunque dietrologia diventa a questo punto inutile.
“Le storie che ci raccontiamo” nasce sotto l’egida di Tommaso Colliva, esattamente come “Musica X” aveva in Max Casacci il proprio nume tutelare. Due produttori diversi, entrambi bravissimi, accomunati però dall’utilizzo massiccio dell’elettronica nel loro sound.
Colliva però ormai vive a Londra, lavora più o meno in pianta stabile con i Muse (c’è tanto di suo nel suono strepitoso dell’ultimo “Drones”) ed è quindi, rispetto al suo collega, maggiormente dentro la musica britannica; quella che, stando alle note stampa, i Perturbazione avrebbero avuto intenzione di esplorare in questo nuovo disco. Che infatti è stato registrato interamente a Londra, una scelta apprezzabile e per nulla scontata, all’interno di un mondo, quello del nostro rock indipendente, che ha sempre sofferto di eccessivo provincialismo.

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Tommaso ha fatto un lavoro superbo, occorre dirlo: a livello di suoni e di arrangiamenti questo disco è strepitoso anche per chi, come i piemontesi, ha sempre curato tantissimo questo aspetto. L’ascolto del primo singolo “Dipende da te”, che funge anche da traccia di apertura, conferma che la strada di “Musica X” non è stata abbandonata del tutto: ritmi alti, una buona dose di loop, chitarre potenti, atmosfera allegra e melodie vocali irresistibili. Ciò che in passato era stato fatto solo sporadicamente (vedi “Il senso della vite” o “Se mi scrivi”) adesso sembra essere diventata una costante, tanto che la maggior parte degli episodi di questo disco è dotata di un gran tiro ed è altamente ballabile.
Abbandonate molte delle sperimentazioni electro suggerite da Casacci, però, il settimo lavoro in studio dei Perturbazione sembra tornare a mettere al centro le canzoni, anche se con un vestito più “internazionale” e sempre con una grande attenzione all’appeal radiofonico.
In questo senso, si potrebbe anche quasi parlare di “ritorno alle origini”: “Musica X” era stato un salto notevole rispetto alle cose fatte in precedenza, mentre queste nuove composizioni si mettono un vestito scintillante ma, in definitiva, sembrano scritte allo stesso modo di quelle di quindici anni fa.
Desiderio di incrementare le vendite? Di raggiungere un pubblico più vasto? C’è indubbiamente anche questo e non sarebbe per nulla sbagliato. Anche perché, è giusto dirlo, negli anni la loro proposta, pur validissima, è stata sempre inficiata dal fatto di non essere mai cosi immediata da poter piacere realmente anche a un pubblico musicalmente poco educato. Che detta così potrebbe anche sembrare poco rispettoso nei loro confronti, ma se si pensa al successo di gente come Tiziano Ferro o (in proporzioni inferiori) Subsonica, alla fine il discorso è quello lì.
Neppure il passaggio sanremese di due anni fa, dove peraltro hanno raccolto moltissimo in termini di premi e gratificazioni, è sembrato dare i suoi frutti.
Questa potrebbe essere la volta buona: il disco è bello, molto bello ed è smaccatamente pop, deliziosamente ruffiano, pur senza essere volgare, banale o caciarone.
Oltre al singolo, ci sono altri inni irresistibili come “Trentenni”, “Everest” (che si avvale di un cameo, neanche troppo fastidioso di Ghemon, indubbiamente il rapper italiano più amato nei circuiti indipendenti), “La prossima estate” (questa dal vivo farà sfracelli di sicuro) e “Ti aspettavo già”, col suo ritornello che è un’autentica esplosione chitarristica in stile Blur.
Ma, dicevamo prima, il songwriting ha molti punti di contatto col passato e ci sono pezzi come “Cara rubrica del cuore” (con la voce femminile affidata ad Andrea Mirò, che seguirà la band anche in tour), “Da qualche parte del mondo” (scritta assieme ad Elena Diana, che infatti compare fugacemente col suo violoncello) e “Le storie che ci raccontiamo”, che, al di là dell’arrangiamento al passo coi tempi, avrebbero potuto tranquillamente stare su “Canzoni allo specchio”.

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Anche dal punto di vista lirico, siamo di fronte ad un bel lavoro: loro dicono di essere partiti da una citazione di Simenon, secondo cui “C’è un primo tipo di storia, quella che racconta di due amanti che si conoscono. Il secondo tipo di storia invece è quella che fotografa i due stessi amanti mentre cominciano ad annoiarsi della vita, l’uno dell’altro. Infine c’è un terzo tipo di storia: quella che valica queste due situazioni”.
Da qui prendono le mosse dieci quadri, dieci storie appunto, che hanno quasi sempre la coppia come soggetto principale e che si sviluppano col solito sguardo disincantato e un po’ sornione tipico di Tommaso Cerasuolo, che sembra volerci dire che l’amore tra due persone necessita in primo luogo di un lungo e faticoso cammino non esente da cadute, inversioni di rotta e delusioni. Ci si può perdere per strada ma provare a percorrerlo fino in fondo sarà sempre meglio che lasciare perdere. Da questo punto di vista, “Everest” può essere intesa un po’ come un’immagine che è metafora di tutto il disco: scalare una montagna di ottomila metri può apparire impresa velleitaria ma rinunciare per lasciarsi trascinare dalla vita è un’opzione che sarebbe meglio non considerare.
E poi c’è la solita routine de “La prossima estate”, dove si aspetta un cambiamento che sotto sotto si sa già che non arriverà. Oppure “Cara rubrica del cuore”, che va ad esplorare un fenomeno ormai fin troppo diffuso, quello dei siti per incontri dedicati ai single (anche se app come Tinder lo stanno lentamente soppiantando) e racconta la storia, triste e divertente al tempo stesso, di un uomo che corteggia una donna partendo da una foto profilo finta, provocando le ovvie conseguenze del caso quando i due finalmente si incontrano.
C’è la rappresentazione stanca di “Trentenni”, ritratto quanto mai realistico di esistenze ancora giovani che si trovano però a fare i conti con una vita che forse non avrebbero voluto vivere. E c’è “Festa a sorpresa”, che racconta l’inevitabile momento in cui lui e lei si sono lasciati e lui riflette su quel che è stato, la consapevolezza che, anche se tutto è stato lasciato alle spalle, l’altra persona rimane pur sempre una presenza con cui fare i conti.
In definitiva siamo di fronte ad un disco che, se per quanto riguarda i testi dimostra di continuare un discorso sempre molto profondo e meditato (e in questo senso sembra invecchiare assieme ai suoi autori), sul versante puramente musicale dimostra una maggiore “leggerezza” e immediatezza rispetto al suo predecessore.
Sarà stata la scoperta dell’Inghilterra (o sarebbe meglio dire “riscoperta”, visto che i numi ispiratori dei piemontesi provengono più o meno tutti da lì) ma pare proprio che i Perturbazione abbiano trovato la formula per realizzare il disco pop perfetto, dove tutto funziona.
E a questo punto bisogna dirlo: se non esplodono adesso, ci meritiamo davvero i Modà…

Tracklist:
01. Dipende da te
02. Trentenni
03. Una festa a sorpresa
04. Io ti aspettavo già
05. Cara rubrica del cuore
06. Cinico
07. La prossima estate
08. Everest
09. Da qualche parte del mondo
10. Le storie che ci raccontiamo

 

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