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Fabio Mina

Fabio Mina – The Meaning Of The Wings (Bandcamp, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Nelle note di presentazione dell’ultimo lavoro di Fabio Mina, The meaning of the wings, si fa accenno alla Natura come essenza che avvolge e compenetra, la sostanza spinoziana che costituisce la trama su cui la Vita s’accresce e si diversifica. In questa visione omnicomprensiva permane alla base un senso di mistero, una stupefazione che non permette, nemmeno attraverso la lente della Scienza, di comprendere a pieno il senso dell’esistenza. Allora ci si muove per impressioni, attraverso l’interpretazione dei simboli, la decriptazione delle forme, dei movimenti e dei suoni. Mina, musicista di indiscutibile capacità tecnica e di altrettanta, profonda conoscenza dello strumento “flauto”, sotto tutte le varie forme classiche o tradizionali in cui esso possa trovarsi, ci accompagna all’interno del suo immaginario attraverso una miscela di suoni conturbanti, a disorientare ma anche a rimarcare l’enigmatica ricerca di un’archè comune tra gli uomini e le cose. Più che un desiderio di contemplazione, in questo lavoro possiamo leggere delle domande, degli interrogativi a cui è realmente difficile trovare risposte esaustive. Non si creda, però, che quest’opera di Mina – al pari degli altri due album precedenti – viaggi verso un passatismo descrittivo, una ricerca estetizzante di suoni puri e prodotti da strumenti solamente acustici. C’è invece la costante presenza di effetti elettronici, synth, pedali, nastri manipolati che ci rammenta come questa presa di coscienza della Natura sia legata indissolubilmente al nostro tempo. Le ottiche sono spesso filtrate, sovrapposte, a volte deformate ma tutte hanno il compito preciso di fissare l’attimo fuggente, la dynamis che potenzialmente possiede ogni cosa.

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Fabio Mina e Aniki – The Shiv – la musica è un’arma grezza ma quando funziona penetra in profondità.

I N T E R V I S T A


Articolo a cura di Luci

Fabio Mina scopre il flauto già da bambino, si diploma al conservatorio di Pesaro, ma comincia presto ad interessarsi all’improvvisazione. Inizia a cercare una musica senza confini, grazie anche allo studio di strumenti a fiato provenienti da diverse parti del mondo e alla successiva passione per effetti a pedale ed elettronica dal vivo. Lavora stabilmente con Markus Stockhausen e ha collaborato con artisti di varia estrazione come Vinicio Capossela, Geir Sundstøl, Kudsi Erguner, suonando in Europa e in Asia. La sua crescita personale ed artistica si alimenta attraverso la ricerca dei legami che esistono fra la musica, il suono e le relative radici spirituali. Luca Mina, alias ANIKI è un tastierista e producer riminese nato nel 1991. Si avvicina alla musica all’età di cinque anni quando inizia anche a studiare violino, fino ai dieci anni, e poi pianoforte. Dall’età di 14 anni, però, si approssima al jazz, al soul ed al funk, inizia a scoprire e praticare l’improvvisazione, suonando e studiando insieme al fratello Fabio Mina. L’incontro e l’amore per la cultura hip hop, poco più avanti, arrivano con un colpo di fulmine. Il film Ghost Dog di J.Jarmusch, dove si incrociano la musica del Wu Tang Clan, la cultura hip hop e quella giapponese, giocherà un ruolo fondamentale. Il campionamento da vinile o da musicassetta, diventano il centro delle sue prime produzioni e sperimentazioni musicali; grezze, acerbe e composte su un portatile con la tastiera del computer per suonare i samples. Attualmente Aniki sta lavorando a tre progetti con tre diversi rapper; B.Eaze, Gully Ganja dagli Stati Uniti e Negra Suerte dal Perù.

Insieme, hanno appena pubblicato The Shiv, parola che nello slang delle galere americane descrive una sorta di coltello autocostruito. Il disco, disponibile su bandcamp, streaming e download digitale è stato registrato durante la quarantena e contiene “musica fatta in casa ma tagliente”. Molto incuriosita da questa definizione mi sono immersa in un ascolto che da subito coinvolge suscitando forti emozioni. In ogni singolo brano emerge limpida una capacità fuori dal comune di caricare le melodie di profondi significati. Si sente, con toccante intensità, quanto l’ispirazione vada ben oltre l’obiettivo di intrattenere, per arrivare a diffondere attraverso il mezzo artistico importanti, spesso scomode, consapevolezze sia personali che etiche. Spinta dal desiderio di approfondire la conoscenza di un progetto così interessante, ho contattato i fratelli Mina per rivolgere loro alcune domande:

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Fabio Mina, Aniki – The Shiv (Bandcamp, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Dobbiamo ancora abituarci, ma di sicuro esisterà, forse già esiste, una “letteratura dell’era Covid” e una “musica del/dal lockdown”. Di quest’ultima fa certamente parte, per stessa ammissione dei suoi autori, l’interessantissimo lavoro dei fratelli Fabio e Luca Mina (aka Aniki), flautista, sassofonista, compositore e molto altro il primo, musicista elettronico, producer e mago del mixaggio il secondo. The Shiv, questo il tiolo del disco, che nel gergo delle galere americane, allude ad un coltello auto-costruito dai detenuti. Nella grammatica musicale e semantica dei due musicisti, il riferimento chiaro è alla capacità della musica di essere tagliente, cruda, anche spietata, ma sempre autentica e nello stesso tempo, a questa convinzione, soggiace il desiderio di portare l’attenzione su una questione esiziale del comportamento umano: la perenne voglia di rinchiudere, di incarcerare, e, perché no, di punire (come ricordava Michel Foucault, se mi si passa la citazione “da vecchio”).

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Fabio Mina – High winds may exist (Da Vinci Classics, 2017)

Articolo di ElleBi

Nella vita di Fabio Mina il flauto è entrato fin da bambino; crescendo poi, ha sviluppato una notevole attitudine a sperimentare, soprattutto attraverso l’improvvisazione. Un approccio, quest’ultimo, che predilige in quanto gli permette di cogliere al meglio ciò che accade dentro e fuori di lui nel momento stesso in cui sta creando una melodia.

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