Articolo di ElleBi

Nella vita di Fabio Mina il flauto è entrato fin da bambino; crescendo poi, ha sviluppato una notevole attitudine a sperimentare, soprattutto attraverso l’improvvisazione. Un approccio, quest’ultimo, che predilige in quanto gli permette di cogliere al meglio ciò che accade dentro e fuori di lui nel momento stesso in cui sta creando una melodia.

C’è anche tanta voglia di conoscenza nel suo percorso, accanto al desiderio di dare vita ad un progetto senza confini. Ha studiato la musica nord-indiana, quella giapponese e persiana, realizzando sonorità dalle molteplici influenze, fra le quali: il free jazz, la psichedelia, l’ambient, la tradizione zen, la musica dei pigmei, fino all’elettronica. In quest’ottica di ricerca Mina è fortemente interessato a creare concerti dal vivo in cui, catturando i suoni del luogo in cui si trova, riesce a “ trasformare in musica i paesaggi”. Un modo inusuale e fortemente empatico di stabilire un ponte emozionale il più possibile sincero fra la persona e la natura che la circonda.
Il musicista riminese ha sempre trovato nel vento una sorta di maestro di vita dal quale imparare l’arte del mutamento, del “lasciarsi portare” senza opporre un’inutile resistenza cercando, al contrario, di assecondarlo per stabilire un contatto umano con le sue imprevedibili folate.
Animato da questo spirito è partito così per un piccolo viaggio in Italia che lo ha portato, in compagnia del fratello Luca, a scoprirne i suoni, conoscere i suoi luoghi, incontrare la sua gente. E’ nato così “Second Wind” (“secondo vento” inteso come nuova energia che possiamo trovare dentro di noi per reagire ad un evento traumatico). Una testimonianza video che ha toccato Trieste, le sue banchine spazzate dalla bora, ma anche il museo a lei dedicato ricco di oggetti, fotografie, filmati, citazioni, molti dei quali inviati da appassionati e risalenti fino agli anni ’30-’40. Si è spinta sull’appennino tosco emiliano, al rifugio Duca degli Abruzzi, luogo dove il vento soffia almeno 10 mesi all’anno raggiungendo una velocità superiore a 200 km l’ora.
Ha raggiunto le dune di sabbia più alte di Europa a Piscinas, in sardegna; un paesaggio di colline dorate che si spostano di circa 5 metri ogni anno in cui il vento, da secoli, plasma a sua immagine la terra.

Non sono mancate tappe con realtà più “moderne”: come la galleria del vento all’università di Genova e le riprese intensamente suggestive delle pale eoliche in movimento in totale sinergia con la natura circostante. Altrettanto coinvolgenti le testimonianze di chi “ci vive” con il vento: a partire dal navigatore solitario in barca a vela Michele Zambelli per il quale lo stesso, durante la traversata diventa una voce che arriva a creare allucinazioni uditive. Arrivando al professor Giovanni Solari, massima autorità nel campo di ingegneria del vento, ma anche con il contributo di preziose voci “comuni” come quella di Renato, ex timoniere e pescatore nel mediterraneo.
Attraverso l’uso di microfoni a contatto e idrofoni si è venuto così a creare il materiale da utilizzare per l’incisione di “High wind may exist”, un disco che presenta sole piccolo parti scritte, mentre il resto è lasciato all’espressione in libertà di sensazioni, suggestioni, ricordi, perché come dice Fabio stesso, “facendo risuonare tutto ciò che incontra, (rami, tubature, fili, sartie) il vento, è il musicista dei musicisti “.
Se ad accompagnare Fabio Mina in questo viaggio affascinante ci sono Marco Zanotti alle percussioni e Peppe Frana all’oud elettrico, come protagonista troviamo il flauto che, col suo suono  potente, profondo, caldo, lacerante, è considerato dal musicista riminese lo strumento ideale per riprodurre i contrasti che caratterizzano il vento. Non mancano anche altri fiati, come il bansuri (flauto indiano fatto di bambù), il dizi e lo hulusi (entrambi flauti della tradizione cinese sempre in bambù), il duduk (flauto armeno costruito con legno di albicocco), e il khae
n (tipico organo a bocca del sud-est asiatico). I suoni “naturali”, invece, sono stati catturati da uno o più microfoni e idrofoni da contatto, posti quest’ultimi, sotto la superficie dell’acqua.
Difficile tradurre in parole le intriganti reazioni emotive che scaturiscono dall’ascolto dei dieci brani dell’album…

Si crea una connessione primordiale, quasi selvaggia, incontaminata, fra il vortice di note riprodotte dal suono umano e i flussi naturali del vento. Ogni cambio di ritmo del suo respiro trova perfetta corrispondenza nella melodia: in certi momenti dolcemente sinuosa, in altri progressivamente incalzante, spesso sorprendente, se non deliziosamente  spiazzante, con virate che pulsano anche a ritmo di rock psichedelico; una tavolozza musicale dalla quale si viene attratti ipnoticamente, per la capacità di immergere in un mondo dagli avvolgenti connotati mistici.
E’ un disco che ha bisogno del giusto tempo d’ascolto, della voglia di provare a confrontarsi con emozioni potenti, di fondo anche inquietanti, che sfuggendo alla logica della mente scompigliano, distruggono certezze, insinuano dubbi, creano visioni inaspettate, esattamente come accade con il vento quando, incontrollabile, fa il suo corso.
Credo sia davvero un privilegio avere artisti come Mina che ci conducono alla riscoperta del nostro lato spirituale più atavico, ristabilendo, allo stesso tempo, un contatto densamente fisico con la forza di elementi naturali dei quali, troppo spesso, immersi nei nostri affanni quotidiani, non riusciamo a cogliere l’essenza della profonda, quasi umana, bellezza…

Tracklist:
01. Where it Comes
02. Second Wind
03. This Wind Moves Us
04. Voices
05. The Reasons of the Wind
06. Blow by Blow
07. That Wind Moved Us
08. Spirited Away
09. Pulsating Air
10. Where it Goes