R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Dobbiamo ancora abituarci, ma di sicuro esisterà, forse già esiste, una “letteratura dell’era Covid” e una “musica del/dal lockdown”. Di quest’ultima fa certamente parte, per stessa ammissione dei suoi autori, l’interessantissimo lavoro dei fratelli Fabio e Luca Mina (aka Aniki), flautista, sassofonista, compositore e molto altro il primo, musicista elettronico, producer e mago del mixaggio il secondo. The Shiv, questo il tiolo del disco, che nel gergo delle galere americane, allude ad un coltello auto-costruito dai detenuti. Nella grammatica musicale e semantica dei due musicisti, il riferimento chiaro è alla capacità della musica di essere tagliente, cruda, anche spietata, ma sempre autentica e nello stesso tempo, a questa convinzione, soggiace il desiderio di portare l’attenzione su una questione esiziale del comportamento umano: la perenne voglia di rinchiudere, di incarcerare, e, perché no, di punire (come ricordava Michel Foucault, se mi si passa la citazione “da vecchio”).

Incomincerei dal pezzo che dà il titolo all’album, The Shiv appunto, aperto da un suono sordo e ossessivo di meccanismi, probabilmente lucchetti o serrature, e condotto da una voce dolente supportata dal flauto di Fabio Mina, un lamento che trasmigra e si fa suono. Il “recitativo” è parte delle registrazioni che Alan Lomax etnomusicologo, antropologo, nonché produttore discografico statunitense, raccolse nei penitenziari della Louisiana e del Mississippi, tracce sonore che rimandano alla detenzione, all’isolamento, a claustrofobiche gabbie non solo reali, ma anche mentali. Mi sia concessa una riflessione parallela: tutti (o quasi tutti) abbiamo compreso che la punizione più feroce che possa essere inflitta all’uomo, è la privazione della libertà e, a farcelo comprendere anche in maniera non teorica, ha contribuito proprio il lockdown a cui tutti siamo stati sottoposti. Anche The Cut che apre l’album, ha una rabbrividente introduzione vocale, mescolata abilmente ad una disarmonia elettronica di grande profondità ed equilibrio, magnificata, sul finire del pezzo, dal tonificante sax di Fabio Mina che sa di sapienza musicale e di libertà. Cupo e profondamente spirituale Sameness, ossessivo urlo senza fine dal cuore nero della prigione, con un originale e brusco finale. Il racconto oscuro dell’esperienza carceraria sembra esplicitarsi nel tortuoso e frammentato In And Out, con sempre in bella evidenza i flauti e il sax che paiono essere le voci recitanti, e allo stesso tempo gli elementi di equilibrio dell’intero lavoro e che dialetticamente si contrappongono ad una sezione elettronica pervasiva e di grande effetto, complice il mixaggio di Aniki; album ben cucinato in famiglia con una copertina di Stefano Mina, fratello dei due musicisti. Un altro disco “impegnato”, come si sarebbe detto una volta, di una consapevolezza che lascia traccia e che si riscontra sempre più spesso nei giovani jazzisti; messaggio importantissimo per questi tempi in cui “il sonno della ragione”, ha già generato troppi mostri.

Tracklist:
01. In the cut
02. Sameness
03. The Shiv
04. In and out
05. A man