I N T E R V I S T A


Articolo a cura di Luci

Fabio Mina scopre il flauto già da bambino, si diploma al conservatorio di Pesaro, ma comincia presto ad interessarsi all’improvvisazione. Inizia a cercare una musica senza confini, grazie anche allo studio di strumenti a fiato provenienti da diverse parti del mondo e alla successiva passione per effetti a pedale ed elettronica dal vivo. Lavora stabilmente con Markus Stockhausen e ha collaborato con artisti di varia estrazione come Vinicio Capossela, Geir Sundstøl, Kudsi Erguner, suonando in Europa e in Asia. La sua crescita personale ed artistica si alimenta attraverso la ricerca dei legami che esistono fra la musica, il suono e le relative radici spirituali. Luca Mina, alias ANIKI è un tastierista e producer riminese nato nel 1991. Si avvicina alla musica all’età di cinque anni quando inizia anche a studiare violino, fino ai dieci anni, e poi pianoforte. Dall’età di 14 anni, però, si approssima al jazz, al soul ed al funk, inizia a scoprire e praticare l’improvvisazione, suonando e studiando insieme al fratello Fabio Mina. L’incontro e l’amore per la cultura hip hop, poco più avanti, arrivano con un colpo di fulmine. Il film Ghost Dog di J.Jarmusch, dove si incrociano la musica del Wu Tang Clan, la cultura hip hop e quella giapponese, giocherà un ruolo fondamentale. Il campionamento da vinile o da musicassetta, diventano il centro delle sue prime produzioni e sperimentazioni musicali; grezze, acerbe e composte su un portatile con la tastiera del computer per suonare i samples. Attualmente Aniki sta lavorando a tre progetti con tre diversi rapper; B.Eaze, Gully Ganja dagli Stati Uniti e Negra Suerte dal Perù.

Insieme, hanno appena pubblicato The Shiv, parola che nello slang delle galere americane descrive una sorta di coltello autocostruito. Il disco, disponibile su bandcamp, streaming e download digitale è stato registrato durante la quarantena e contiene “musica fatta in casa ma tagliente”. Molto incuriosita da questa definizione mi sono immersa in un ascolto che da subito coinvolge suscitando forti emozioni. In ogni singolo brano emerge limpida una capacità fuori dal comune di caricare le melodie di profondi significati. Si sente, con toccante intensità, quanto l’ispirazione vada ben oltre l’obiettivo di intrattenere, per arrivare a diffondere attraverso il mezzo artistico importanti, spesso scomode, consapevolezze sia personali che etiche. Spinta dal desiderio di approfondire la conoscenza di un progetto così interessante, ho contattato i fratelli Mina per rivolgere loro alcune domande:

Nella presentazione dell’album ho letto che tutte le musiche sono state composte, improvvisate, registrate e mischiate da entrambi, ma quanto c’è dell’universo artistico di ognuno in questo originalissimo processo creativo? Esiste un pezzo nel quale vi “riconoscete” più di tutti?
FM: L’universo artistico di entrambi si è fuso e compensato nella creazione di questo album. Il nostro modo di suonare si nutre di tante cose, influenze che spaziano, soprattutto di stimoli, emozioni, messaggi, visioni che non hanno a che fare con la musica stessa.
Durante il lockdown ho spesso riflettuto sul ruolo del musicista: combattiamo per essere riconosciuti come lavoratori, ma dobbiamo caricare di significato ciò che facciamo se vogliamo che quello che creiamo non sia percepito solo come intrattenimento, l’arte non può nutrirsi di se stessa, la teoria romantica di “art pour l’art” la sento molto lontana.
La nostra volontà è quella di trascendere i generi, per fare della musica un mezzo potente, uno dei più potenti per “parlare” a chi ascolta.
Non riuscirei a dire di trovare un pezzo nel quale ci riconosciamo più di altri…

Siete partiti da registrazioni live effettuate da Alan Lomax nei penitenziari in Lousiana e Mississipi. Come vi siete avvicinati alla figura di questo importante etnomusicologo ed antropologo, oltre che produttore discografico?
LM: Prima del giorno di Natale del 2019, quando mio fratello Fabio mi regalò il vinile di “Negro Prison Songs”, avevo conosciuto Alan Lomax per le sue registrazioni sempre nel sud degli Stati Uniti. Il primo ascolto è stato di forte impatto. In seguito siamo entrati sempre più in profondità dentro quella musica così semplice, diretta e pura, dove sono racchiuse sconfitta, dolore, forza estrema, vitalità, passione. Abbiamo presto deciso di comporre un progetto partendo da quelle registrazioni, usandole sia come fonte di ispirazione sia come fonte di suoni (attraverso campionamenti di voci e ritmi) ma la lavorazione è partita e si è sviluppata interamente durante il periodo di quarantena per il Covid-19. La situazione di isolamento ci ha permesso di riflettere ancora più a fondo su alcune delle idee portanti di The Shiv e poi la musica è diventata sfogo, acquisendo così un’intensità che cercavamo ma che ci ha anche sorpresi.

Sono testi tratti da canti ed interviste con protagonisti detenuti afroamericani che spesso stanno scontando lunghe pene, in certi casi anche ingiuste. Mi ha colpito come tutti i frammenti siano profondamente evocativi. Con quale criterio li avete scelti? E come avete deciso quali mantenere fedeli all’originale e quali invece, in un qualche modo rielaborare attraverso il “filtro” dell’elettronica, come accade nell’inquietante ed ipnotico “Sameness”?
FM: Il criterio che ci ha guidato nella scelta del materiale è stato musicale, cercavamo qualcosa che avesse o celasse un nucleo ritmico o melodico intrigante, ma soprattutto abbiamo scelto in base alla forza comunicativa, il messaggio nascosto o esplicito dentro a quelle parole.
In certi casi abbiamo manipolato, reso quasi irriconoscibili i frammenti, in altri momenti è accaduto meno, partendo sempre e comunque da un profondo rispetto. Ascoltare quelle voci, storie, canti, farle entrare nel nostro mondo musicale ha supportato quella ricerca di intensità, di impegno che amiamo nella musica e non solo.

Avete costruito una musica che deliberatamente trascende i generi per parlare di temi fondamentali come l’isolamento, le gabbie mentali e reali, la libertà, la discriminazione, la redenzione. L’arte, in questo caso, s’intreccia indissolubilmente all’impegno civile. Da dove nasce questa che sembra essere una vostra urgenza comunicativa?
LM: L’urgenza comunicativa c’è sempre, quelli elencati sono tutti temi che ci stanno a cuore da molto e che in The Shiv hanno trovato, in parte, espressione. Ma non parlerei di impegno civile in questo caso. Il nostro desiderio era di andare oltre ad una questione morale per arrivare ad un senso più profondo. Per esempio, essendoci ispirati al disco Negro Prison Songs non poteva non emergere il tema della discriminazione razziale, tristemente allacciato da sempre alla storia e alla cultura nera americana. Ma quello che ci interessava di più era far riflettere e provare a tradurre a modo nostro quella forza, quel dolore, di cui parlavo prima, sentimenti che permettono ad un essere umano, colpevole o innocente che sia, di passare anni in uno stato di prigionia e costrizione, in una costante lotta per la sopravvivenza, fisica e mentale, in un mondo estremamente violento. Non potevamo fare questo senza l’aiuto diretto di quelle stesse voci che, nella musica, trovavano l’unica strada per ingannare la fatica e la brutalità dei lavori forzati, della prigionia. Era un espediente per continuare ad immaginare la libertà e non dimenticarsela. Anche il titolo porta verso questa direzione. The Shiv è un coltello artigianale prodotto in carcere. La musica è anche questo; un espediente per sopravvivere, un’arma grezza ma quando funziona penetra in profondità.

Ho notato quanto ogni pezzo riveli un fascino di per sé unico, ma allo stesso tempo complementare, poiché tappa di uno stratificato viaggio all’interno delle limitazioni fisiche e psicologiche delle quali può diventare prigioniera una persona. Tante sensazioni contraddittorie si mescolano, creando quella che potrei definire una “perfetta disarmonia”. Il suono del flauto e del sax, palpitante di sentimenti contrastanti, riesce comunque ad interagire in sinergia con le note metalliche, quasi disturbanti di campionamenti e sintetizzatori. Mi chiedo se questo risultato, inaspettato e perciò decisamente affascinante, sia frutto di un impegnativo lavoro di ricerca o piuttosto dell’esservi affidati all’improvvisazione…
FM: Il contrasto ci affascina molto, in musica lo sentiamo necessario.
Come in natura asprezza, leggerezza, forza, crescita, distruzione convivono anche in musica, trovano una loro espressione “collettiva”.
Uno strumento come il flauto spesso penalizzato (ed anche i flautisti ne sono diretti responsabili) da un cliché che lo dipinge come svolazzante, leggero e bucolico, è in grado, in realtà, di esprimere quei contrasti con note che sanno farsi intense, laceranti e profonde. Il suo suono, come anche quello del sax tenore, è esteso da effetti a pedali cercando un ulteriore modo per plasmare la melodia.
È una ricerca che portiamo avanti da tempo e l’improvvisazione, linguaggio diretto, che non lascia spazio a ripensamenti, ne è l’ingrediente fondamentale. Composizione ed improvvisazione, caso e struttura, quindi, coesistono in tutta la durata di THE SHIV…

La conclusione del disco è affidata ad una canzone dai contenuti particolarmente suggestivi. “A man”, contiene infatti la voce di Ricky Jackson, che fu costretto a passare 39 anni in galera senza aver commesso il crimine a lui imputato. Mi è piaciuta tantissimo la melodia, con uno splendido flauto in primo piano, che, anche mentre accompagna le parole più “dure” del testo prosegue incalzante, energica, vitale, non lascia mai spazio ad alcun cenno di “resa”. E’ forse questa la modalità che avete scelto per sollecitare una presa di coscienza che segua quella “provocatoria” dichiarazione finale: “solo perché sei in prigione non devi essere un prigioniero, devi essere un uomo”…?
LM: “You gotta be a man” “Devi essere un uomo”, la prerogativa che va aldilà del luogo e del tempo. Ricky Jackson, che ha passato 39 anni in carcere, ne è il testimone. L’ultima traccia rappresenta la liberazione, il ricongiungimento lucido e consapevole con la realtà di un’anima quasi invincibile direi. La musica in A Man segue la stessa linea. E’ la traccia sicuramente più aperta, di più ampio respiro, dopo un percorso prevalentemente scuro. E’ un finale deciso, un invito al coraggio, alla grinta e alla consapevolezza. Un’altra storia di grande importanza e che ci ha influenzato è stata senza dubbio quella di Tookie Williams, che invito a scoprire per chi non la conoscesse.

Passando un attimo ai vostri programmi prossimi-venturi. Pensate di mantenere il disco a disposizione solo in formato digitale?
Stiamo valutando anche un formato cd o vinile.

Sarà possibile assistere a qualche esibizione dal vivo? La vostra musica indubbiamente riesce a toccare corde profonde dell’anima quindi, in un contesto simile, immagino potrebbe sprigionare il massimo della sua potenzialità espressiva…
Abbiamo in programma di partire con alcuni concerti dall’autunno inverno, la dimensione dal vivo è fondamentale, non vediamo l’ora.

>>> Qui il disco, su Bandcamp.