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Jeremy Pelt

Jeremy Pelt – Soundtrack (HighNote Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Il jazz suonato dal californiano Jeremy Pelt si è ormai, nel tempo, ben consolidato. Dopo oltre una ventina di pubblicazioni discografiche a proprio nome e più di una cinquantina di altrettante collaborazioni, il quarantaseienne trombettista di Los Angeles ha modo ora di divertirsi e far divertire il suo pubblico attraverso il brillante nuovo album Soundtrack. Questo lavoro, specifica lo stesso Pelt a proposito del titolo un po’ fuorviante, non è stato progettato come una vera e propria colonna sonora ma piuttosto come una linea musicale d’accompagnamento al desiderio di suonare e alla semplice gioia che ne può derivare. Nonostante in questo caso specifico non si cerchi di oltrepassare alcuna frontiera, non si può certo accusare Pelt di misoneismo. Anzi, i colori, d’ogni gamma e sfumatura che vengono impiegati in questo disco, con l’esaustiva partecipazione dei musicisti che accompagnano il leader, vibrano di una emozionante combinazione sempre cangiante ed attuale, in una musica fresca ed ammiccante. La tromba di Pelt sembra raccogliere l’eredità di Freddie Hubbard o anche di Lee Morgan, sebbene nei momenti in cui utilizza la sordina non si può fare a meno d’incrociare le sue suggestioni con quelle velature un po’ ombrose alla MIles Davis, soprattutto del periodo precedente a Bitches Brew. Nelle punteggiature ritmiche, negli interventi al Fender Rhodes e nel vibrafono che ascoltiamo in diversi momenti dell’album, si riscontrano sonorità molto moderne in una seduttiva combinazione ludica e rilassante, attenta a non inciampare in qualsivoglia cliché. Non si può dire che in Soundtrack si lavori sull’essenziale, tanto è ricca ed eterogenea la compagine sonora. Si tratta comunque di un sapiente gioco di montaggio tra tinteggiature strumentali che si incrociano, si accavallano e si rimandano l’un l’altra, seguendo la linea tracciante della tromba. Un’ardimentosa prova collagistica che suona, almeno alle mie orecchie, come una prelibata, piacevole narrazione omogenea. La formazione che accompagna Pelt si arricchisce del sorprendente apporto al vibrafono di Chien Chien Lu, l’avvenente musicista originaria di Taiwan che ha già lasciato dietro sé un’importante traccia con il suo album Path, uscito nel 2020. E che dire di Victor Gould, concittadino di Pelt, al piano e al Rhodes, che ha nella sua sporta già quattro album, compreso l’emozionante In Our Time pubblicato lo scorso anno. La parte ritmica è responsabilità di Vicente Archer, al contrabbasso ed al basso elettrico, e di Allan Mednard alla batteria. Ci sono anche due validi ospiti come la flautista Anne Drummond, di Seattle, che possiede un ampio bagaglio di esperienze che vanno dal jazz, alla musica classica, brasiliana e rock, e inoltre compare la newyorkese Brittany Anjou che interviene occasionalmente al moog ed al mellotron.

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Somi – Zenzile: The Reimagination Of Miriam Makeba (Salon Africana, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Una voce seducente fin dal primo ascolto, quella di Somi Kakoma, artista statunitense figlia di immigrati africani. Non si recidono mai certi cordoni ombelicali e Somi mantiene tutt’ora teso il legame diretto e vibrante con l’Africa, proponendosi in questo ultimo lavoro -il settimo della sua carriera, se non erro – Zenzile: the reimagination of Miriam Makeba, celebrando l’arte e l’impegno sociale condotto nella vita dalla grande cantante sud-africana. “Zenzile” era il vero primo nome della Makeba e forse non ci sono sufficienti parole per raccontare la lotta politica e antirazzista da lei sostenuta in contrasto con il potere del suo paese d’origine. Tutto questo le costò un esilio, nel 1963, durato quasi trent’anni, dapprima trascorso negli USA e secondariamente in Guinea e in Belgio fino a quando Mandela, nel 1990, non la convinse a rientrare in Sud Africa. Somi rivisita tutta una serie di canzoni che appartenevano al repertorio della Makeba ma tenendosi molto lontana dalla mera imitazione di genere. Il jazz è infatti l’abito preferito della stessa Somi che lo utilizza con un taglio personale, spesso con una piega soul-pop che rifugge la banalità e ci dispone ad un ascolto piacevole e intenso, senza sovrastrutture intellettuali, utilizzando una voce potente e limpida dalla buona escursione in altezza e dalla duttile qualità timbrica. L’idea di questo album ha avuto una curiosa gestazione. Dopo la morte del padre, infatti, Somi ha sognato e fantasticato ricorrentemente ipotetici colloqui con la Makeba, quasi un dialogo mentale chiarificatore con sé stessa, proiettando su “Zenzile” il proprio desiderio di mantenersi ideologicamente pura rispetto alla lotta contro il razzismo e la discriminazione verso i neri. Ovviamente tutto ciò non riguarda solamente il Sudafrica ma anche – e forse soprattutto – gli stessi USA. Quale occasione migliore, quindi, di usare il megafono simbolico della Makeba per ribadire l’impegno sociale intrapreso da Somi. Non dobbiamo però pensare a questo lavoro come a un tedioso manifesto politico. Tutt’altro. Trattasi invece di un variegato, caleidoscopico insieme di colore, allegria e malinconia, danza e melodia in cui Somi dà fuoco alla sua poetica con uno stuolo numeroso di collaboratori, ospiti illustri, ensemble vocali ed accompagnamenti di fiati ed archi. Insomma, non certo un lavoro al risparmio. E prodotto anche perfettamente sia da Somi stessa che anche dal bassista e compositore americano Keith Witty – qui presente come musicista al seguito – e dal produttore nigeriano Cobhams Asuquo, anche lui in veste di collaboratore strumentista all’organo e al pianoforte.

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