R E C E N S I O N E
Recensione di Alessandro Tacconi
I’m not interested in “new” for the sake of “newness”.
Rather, I’m infatuated with disparate perspectives
which continue the story.
(Jeremy Pelt)
Woven è l’ultima fatica del trombettista Jeremy Pelt, che viene pubblicato ancora una volta da HighNote Records (si tratta del sedicesimo album!). Un disco che si dipana tra delicate atmosfere grazie a un notevole interplay dei musicisti. Nove brani di cui due composti insieme al vibrafonista Jalen Baker, Prologue: Invention #1 e Invention #2 / Black Conscience, e Fair Weather di Kenny Dorham.
Una carriera, quella del trombettista californiano, iniziata nella seconda metà degli anni Novanta che annovera ben venticinque pubblicazioni a proprio nome e decine di collaborazioni eccellenti in studio e dal vivo con colleghi del calibro di Ravi Coltrane, Wayne Shorter, Roy Hargrove, Greg Osby, Ralph Peterson Jr., Lonnie Plaxico, Cassandra Wilson, Soulive, World Saxophone Quartet… Lo stile da cui è partito è quello neo bop anni Novanta, di cui sono ancora oggi evidenti le influenze a livello compositivo. Le prime registrazioni a suo nome e come sideman testimoniano, infatti, una conoscenza approfondita di quello stile.

Occorre riconoscere che spesso i musicisti d’oltreoceano si sono accontentati di reiterare certi stilemi del “loro jazz”, risultando più di una volta ripetitivi, vuoi per assecondare il gusto del pubblico, vuoi per gli interessi delle case discografiche. (Nota a margine. Sto rileggendo la biografia di Herbie Hancock, Possibilities, che racconta appunto delle difficoltà che incontrò da parte della Warner per pubblicare i suoi tre album con lo strepitoso progetto Mwandishi, giudicato troppo poco commerciale. E stiamo parlando di Herbie Hancock!)
Le nuove generazioni di jazzisti americani hanno invece abbracciato anche altri orizzonti musicali, ripensando anche l’impiego dell’elettronica, e ciò ha dato nuova linfa alle produzioni musicali che si sono fatte sempre più audaci. E non possiamo che esserne lieti.
To me, my music is a living,
breathing organism
that’s meant to grow.
(Jeremy Pelt)
Woven ci regala un ascolto intenso, liquido e notturno anche grazie al talentuoso vibrafonista Jalen Baker, che conferisce alle composizioni del leader un’indefinita e delicata poeticità. È il caso del brano d’apertura dell’album: Prologue: Invention #1, in cui il suono della tromba viene elaborata anche elettronicamente.
Tutt’altra atmosfera si assapora nell’altro brano scritto a quattro mani: Invention #2 / Black Conscience. A un incipit dove vibrafono e tromba, sonoramente elaborata, si perdono in echi liquidi, cui segue la seconda parte dove la robusta sezione ritmica con Leighton Harrell al basso e Jared Spears alla batteria, offrono uno spazio sonoro per le elaborazioni elettroniche di Marie-Ann Hedonia ai sintetizzatori e la chitarra di Misha Mendelenko, che per buona parte del brano si muove sugli stessi accordi. Accanto e sopra di loro s’invola la tromba di Jeremy Pelt che, improvvisando, ci riporta alla mente i fulgori davisiani dell’epoca jazz rock.
Dreamcatcher è un altro episodio particolarmente apprezzabile per la combinazione di elettronica, chitarra, vibrafono e soprattutto della batteria, a cui viene lasciata ampia e pulsante creatività nella prima parte del brano.
In Rhapsody possiamo godere della voce della cantante Mar Vilaseca. Il loop di alcune parole e i delicati vocalizzi sono il viatico per la seconda sezione, in cui la tromba viene a intrecciarsi ad alcuni effetti elettronici.
Nell’album compaiono alcuni momenti più lirici dove l’atmosfera si fa più delicata. È il caso, ad esempio di Michelle o Fair Weather.
Woven è un album ricco e delicato al contempo, misurato e pensato. Scorre sapiente energia elettrica in queste nove tracce da parte di tutti i musicisti coinvolti.
Tracklist:
01. Prologue: Invention #1 (2:13)
02. Rhapsody (6:54)
03. Afrofuturism (5:17)
04. 13/14 (4:53)
05. Dreamcatcher (6:52)
06. Michelle (5:17)
07. Fair Weather (4:44)
08. Invention #2 / Black Conscience (9:29)
09. Labyrinth (4:35)
Foto © Eva Kapanadze






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