R E C E N S I O N E
Recensione di Alessandro Tacconi
Inizi di aprile 1967. New York, Bronx. La strada è lucida di pioggia. Taxi gialli transitano indolenti lungo la via. Uno si ferma davanti alla scritta Blue Morocco. Oltre la porta si odono le note suonate da un sax. Il locale è fumoso e abbastanza affollato. Bassi tavolini illuminati da piccole lampade. La clientela è mista: persone di colore e bianche. Sul palco sta suonando il quintetto del trombettista Freddie Hubbard: Bennie Maupin al sax tenore, Kenny Barron al pianoforte, Herbie Lewis al contrabbasso, Freddie Waits alla batteria. Una formazione stellare per quanto riguarda lo stile hard-post bop.
Il trombettista è uno di quelli più amati della scena newyorkese. Arrivato nella grande mela più o meno nello stesso periodo di Lee Morgan e Booker Little. Come ricorda lo stesso Hubbard: “Mi ci vollero due anni per sfondare davvero. Arrivai a New York con un amico, con quaranta dollari in tasca e la valigia. All’inizio fu spaventoso, provenendo da una piccola città di corse automobilistiche come Indianapolis”.

I musicisti, quelli che hanno fame, iniziano a battere la strada, anzi le strade, quelle dei locali dove si suona davvero, magari alla ricerca di quei trombettisti tanto amati e stimati, è il caso di Dizzie Gillespie o Miles Davis. Si susseguono le notti di apprendistato da un locale all’altro insieme a musicisti di ogni età e provenienza.
Il suo nome inizia a girare e non passa troppo tempo che lo si trova in sala d’incisione per prendere parte ad alcune pietre miliari del jazz: Free Jazz di Ornette Coleman, Ascension di John Coltrane, Out To Lunch di Eric Dolphy, The Blues and The Abstract Truth di Oliver Nelson…
I dischi a suo nome sono decine e testimoniano una continua ricerca e crescita professionale. Il primo album lo incide nel 1960 a 22 anni, s’intitola Open Sesame. Nel 1971 si aggiudica perfino un Grammy Award.
On fire. Live from the Blue Morocco si compone di due compact disc che contengono rispettivamente quattro e tre tracce, che sono state registrate tutte la stessa sera del 10 aprile 1967.
I brani hanno una durata piuttosto lunga: Crisis, dello stesso Freddie Hubbard, apre il primo set e dura quasi 19 minuti, Bye Bye Blackbird di Dixon-Henderson primo brano del secondo CD dura quasi 24 minuti. Il gruppo è quanto mai rilassato ma coeso nell’esecuzione del programma. I musicisti sono navigati professionisti. Sanno prendersi i propri spazi. Possiamo ascoltare con piacere sia le parti in solo che i duetti, come nel caso di True Colors / Breaking in cui la batteria di Freddie Waits si ritaglia un lungo assolo. Nel blues Echoes of Blue, invece, si viene proiettati direttamente negli anni Cinquanta. Dopo l’introduzione del pianoforte, Hubbard e Maupin fanno miagolare come si conviene i loro strumenti, mentre il contrabbasso di Herbie Lewis si prende uno spazio tutto per sé, dopo aver duettato con la tastiera di Kenny Barron. Un concerto che fotografa un momento magico nella carriera del trombettista, in un periodo in cui l’hard bop aveva ancora delle cose da dire.
Resonance Records ha pescato dal cilindro un’altra preziosa perla tra le performance dal vivo dei musicisti jazz statunitensi più importanti degli anni Sessanta e Settanta. Sulla nostra rivista abbiamo recensito, ad esempio, il doppio live di Rahsaan Roland Kirk qui e di Charles Mingus qui.
Anche questa volta rileviamo la cura meticolosa delle informazioni e dei contributi contenuti nel booklet: le testimonianze, ad esempio, del sassofonista Bennie Maupin o del pianista Kenny Barron, ma c’è spazio anche per le riflessioni di due musicisti del calibro di Eddie Henderson o Jeremy Pelt (di cui abbiamo parlato recentemente qui). Ci ha fatto inoltre molto piacere vedere tra le foto a colori, che compaiono nel cofanetto, anche una scattata da Roberto Polillo. La qualità del suono dopo il lavoro sui nastri originali eseguito da George Klabin e Fran Gala, fanno della performance di questo concerto una testimonianza preziosa e indispensabile.
Tracklist:
01. Crisis (18:40)
02. Up Jumped Spring (17:22)
03. Echoes of Blue (15:42)
04. True Colors / Breaking Point (13:32)
05. Bye Bye Blackbird (23:54)
06. Summertime (16:58)
07. Breaking Point (7:02)
Photo © Simon Whittle





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