R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Una voce seducente fin dal primo ascolto, quella di Somi Kakoma, artista statunitense figlia di immigrati africani. Non si recidono mai certi cordoni ombelicali e Somi mantiene tutt’ora teso il legame diretto e vibrante con l’Africa, proponendosi in questo ultimo lavoro -il settimo della sua carriera, se non erro – Zenzile: the reimagination of Miriam Makeba, celebrando l’arte e l’impegno sociale condotto nella vita dalla grande cantante sud-africana. “Zenzile” era il vero primo nome della Makeba e forse non ci sono sufficienti parole per raccontare la lotta politica e antirazzista da lei sostenuta in contrasto con il potere del suo paese d’origine. Tutto questo le costò un esilio, nel 1963, durato quasi trent’anni, dapprima trascorso negli USA e secondariamente in Guinea e in Belgio fino a quando Mandela, nel 1990, non la convinse a rientrare in Sud Africa. Somi rivisita tutta una serie di canzoni che appartenevano al repertorio della Makeba ma tenendosi molto lontana dalla mera imitazione di genere. Il jazz è infatti l’abito preferito della stessa Somi che lo utilizza con un taglio personale, spesso con una piega soul-pop che rifugge la banalità e ci dispone ad un ascolto piacevole e intenso, senza sovrastrutture intellettuali, utilizzando una voce potente e limpida dalla buona escursione in altezza e dalla duttile qualità timbrica. L’idea di questo album ha avuto una curiosa gestazione. Dopo la morte del padre, infatti, Somi ha sognato e fantasticato ricorrentemente ipotetici colloqui con la Makeba, quasi un dialogo mentale chiarificatore con sé stessa, proiettando su “Zenzile” il proprio desiderio di mantenersi ideologicamente pura rispetto alla lotta contro il razzismo e la discriminazione verso i neri. Ovviamente tutto ciò non riguarda solamente il Sudafrica ma anche – e forse soprattutto – gli stessi USA. Quale occasione migliore, quindi, di usare il megafono simbolico della Makeba per ribadire l’impegno sociale intrapreso da Somi. Non dobbiamo però pensare a questo lavoro come a un tedioso manifesto politico. Tutt’altro. Trattasi invece di un variegato, caleidoscopico insieme di colore, allegria e malinconia, danza e melodia in cui Somi dà fuoco alla sua poetica con uno stuolo numeroso di collaboratori, ospiti illustri, ensemble vocali ed accompagnamenti di fiati ed archi. Insomma, non certo un lavoro al risparmio. E prodotto anche perfettamente sia da Somi stessa che anche dal bassista e compositore americano Keith Witty – qui presente come musicista al seguito – e dal produttore nigeriano Cobhams Asuquo, anche lui in veste di collaboratore strumentista all’organo e al pianoforte.

Si Umhome inizia dolcemente con la voce e il piano e da subito abbiamo la possibilità di ascoltare l’estensione vocale di Somi, veramente notevole. Il brano scivola poi in un moderato passo percussivo dove il canto si fa più carezzevole mentre un coro femminile interviene a sostegno del ritornello, prima dell’intervento di Lakecia Benjamin al sax tenore. Finale festoso e allegramente rumoroso. House of the rising sun è un superfamoso traditional americano composto nella prima metà dell’800, inciso da una moltitudine di artisti – personalmente l’ascoltai per la prima volta dagli Animals nei lontani ’60 – editato dalla Makeba quattro anni prima della band di Eric Burdon. Nonostante il testo drammatico questo brano è reso con una certa elegante leggerezza, arricchito da percussioni, a mezza strada tra l’afro-lounge e un jazz latineggiante. La voce di Somi è splendida, duttile. Niente blues, quindi, ma alfine tutta un’altra cosa. Milele vede la partecipazione del figlio minore di Fela Kuti, Seun. La traccia è tra le più improntate al tipico groove afro, con la chitarra elettrica suonata come un’impronta percussiva – la mano destra appoggia il polso sulle corde ottenendone un suono smorzato – e il coro femminile a far da delicato controcanto. Una danza moderata e vagamente malinconica. Hapo Zamani sembra fino a un certo punto un brano di Donald Fagen, con quell’apporto di fiati e di organo a sostenere il modulo della canzone, ma il pezzo si concede strappi di variazione ritmica che lo trasportano dalle parti di Hugh Masekela, in un crescendo vocale e strumentale proprio verso il finale. In Love Tastes like strawberries la voce sensuale di Somi – che sa cambiare attitudine e profilo quando è necessario – s’accompagna alla timbrica scura di Gregory Porter che per una volta non esagera in gorgheggi. Il brano, quasi un blues, ha comunque una forte impronta soul e come sempre i cori sono bellissimi, rifinendo con vitale eleganza gli intrecci delle due voci soliste. Si va più sul drammatico con Khuluma assieme alla partecipazione nel controcanto della cantante inglese ma di origine sudafricana Msaki, dalla voce molto somigliante a quella di Somi. Un bell’intervento della chitarra convulsa di Herve Samb non salva tuttavia il pezzo da una certa mediocrità. Sorprende, invece, e molto, la versione ricca di archi e fortemente rallentata di Pata Pata. Intelligentemente, per evitare paragoni problematici, Somi trasforma questo brano inserendo, oltre agli interventi cameristici, spot di effetti elettronici e spezzoni della voce della Makeba ricavati dalla registrazione di un’intervista radiofonica.

A piece of ground vira decisamente verso la pop music con un intermezzo spiritual, forse un po’ troppo forzato, che si slabbra nella parte centrale con un allargamento pianistico per poi tornare alla più consona marcia pop verso il finale. Kwedini è traccia gentile, con accompagnamento di chitarra acustica, piano e voci maschili nell’introduzione. Anche qui siamo in ambito pop ma le percussioni e lo sviluppo melodico hanno in sé qualcosa di vagamente misterioso che lo tengono, almeno in parte, legato alle suggestioni africane. Lakutshon’ilanga è melodia semplice e piacevole, quasi un pop-jazz ben cantato e con l’accompagnamento azzeccato di chitarra acustica e di pianoforte. Olili ha dichiaratamente una struttura che si propone quasi come un gospel per poi alleggerirsi in una canzone estremamente dolce come fosse una ninna-nanna. Ribadisco il fascino delle voci, sia per quello che riguarda Somi che per ciò che interessa il coro. Un piccolo assolo di Michael Olatuya al contrabbasso ci ricorda la fondamentale anima jazz di questo album che talora abbassa il suo orizzonte lasciando campo a momenti più leggeri ma che comunque scorre sempre sotto traccia come un fiume sotterraneo. Mbombela è quasi un reggae che si muove sensuale tra le voci, un invito ad una danza con un assolo molto bluesy di chitarra elettrica e un bell’impasto fra organo, pianoforte e percussioni. Jike’lemaweni annuncia la comparsa di Jeremy Pelt in un estemporaneo intervento di tromba – fin troppo centellinato – e la collaborazione aggiuntiva di Angelique Kidjo, cantante africana del Benin. Nonquonqo è un bellissimo brano corale – l’ensemble vocale è il Ladysmith Black Mamabazo – molto suggestivo la cui traduzione italiana del titolo suona press’a poco come “…a quelli che amiamo”. L’impressione che lascia è quella di una dedica carica di sentimenti nostalgici verso la propria terra d’origine. Malaika è tra le tracce mie preferite, non solo perché è splendidamente cantata ma anche per il suo languore melodico – mi ha rammentato certe cose di Pino Daniele – dal sapore più mediterraneo, complice l’intreccio tra chitarra acustica e piano e una sapiente, discreta base ritmica a sostenere l’impianto della canzone. Ring bell, ring bell si rituffa nel soul in un dialogo a due tra voce e piano, dove Somi ribadisce la sua assoluta grandezza come cantante, senza nulla togliere alla tastiera di Toru Dodo, che finora non ho mai citato ma che merita caldamente una segnalazione. Mabhongo chiude l’intero lavoro proprio quando Dodo viene sostituito al piano da Nduduzo Makhathini, un importante e lirico jazzista sudafricano. Un tripudio vocale per questo ultimo profilo musicale che tende ad oscillare tra un canto di lavoro (?) e un puro brano jazz, con un pianoforte jarrettiano proprio sul finale e la voce di Somi che si spegne quasi in lontananza.

Dopo diciassette brani non c‘è stanchezza d’ascolto alcuna, vuoi per la varietà e la freschezza dei medesimi – nonostante siano tutte rivisitazioni di originali che hanno un po’ di anni sulle spalle – vuoi per la sorpresa di aver ascoltato delle splendide voci, soliste e in coro. Un ottimo progetto, una musica che non si è svaporizzata col tempo ma che, in questa nuova veste, ha riacquistato parte della primitiva, materna sensualità della terra d’Africa. La stessa che fu abbandonata e ritrovata da Miriam Makeba e che ora viene celebrata dall’amore di chi, come Somi, l’ha accomunata nella storia umana e artistica di Zenzile.

Tracklist:
01. Umhome
02 House of the Rising Sun
03 Milele
04 Hapo Zamani
05 Love Tastes Like Strawberries
06 Khuluma
07 Pata Pata
08 A Piece of Ground
09 Kwedini
10 Lakutshon’ilanga
11 Olili
12 Mbombela
13 Jike’lemaweni
14 Nonqonqo
15 Malaika
16 Ring Bell, Ring Bell
17 Mabhongo