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Måneskin – Teatro d’Ira-Vol. I (Sony Music, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Stefania D’Egidio

Noi italiani siamo un popolo che si divide su tutto e non è una novità, la storia ce lo insegna, quasi fosse insito nel nostro DNA sindacare e litigare: i social non hanno fatto altro che amplificare il fenomeno e portare al “tutti contro tutti”, dando voce a schiere di frustrati, invidiosi e odiatori seriali che, di volta in volta, spostano le loro attenzioni su questo o quell’altro. Una settimana si vomita sui poteri forti o su Big Pharma, la successiva tocca al personale sanitario o agli artisti di Sanremo. Quest’anno è stato il turno di Achille Lauro e, appunto, dei Måneskin: confesso che ho sorriso anch’io nel vedere il loro post su Instagram in cui dichiaravano di “andare a fare la storia”, ma dal sorridere al riempirli di insulti ce ne corre, apriti cielo quando poi hanno trionfato con Zitti e Buoni, gente che urlava addirittura allo scandalo, io stessa mi sono dovuta ricredere, tifavo per l’accoppiata Dimartino-Colapesce, per il fatto che il loro brano mi sembrava più in linea con la tradizione, ma quando l’indomani ho appreso della loro vittoria, mi sono detta che qualcosa di storico era successo per davvero, un brano rock al posto delle solite litanie neomelodiche. L’uscita di Teatro d’Ira – Vol.I il 19 marzo ha scatenato poi una mezza sommossa popolare: “che cazzo c’entrano con il rock?/sono delle fighette parioline/stanno al rock come la fica sta a Malgioglio”, questo il tono dei commenti letti su internet, anche da parte di addetti del settore che dovrebbero mantenere, a mio parere, un certo contegno, insomma, chiunque si è sentito in diritto di inveire contro questi ragazzi, assurgendo al ruolo di critico musicale o esperto di rock.

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False Heads – It’s All There But You’re Dreaming (Lovers Music, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Stefania D’Egidio

Trentaquattromila followers sono un bel biglietto da visita per una band che sforna il suo album di debutto in un periodo in cui è impossibile andare in tour per promuoverlo e, d’altro canto, forse è anche il momento migliore per essere artisti emergenti: ormai gli album si possono produrre in casa senza troppi problemi, lo fa anche Sir Paul, basta avere gli strumenti musicali, un amplificatore e un software di quelli accessibili a tutti, e per la distribuzione si può anche fare a meno delle major, si pubblica il pezzo sui social e sulle piattaforme di streaming ed il gioco è fatto. Non a caso Instagram si sta rivelando un ottimo alleato nella ricerca di nuova musica da ascoltare, non devo neanche sforzarmi più tanto, merito degli algoritmi che ti entrano nel cervello e già sanno che roba ti piace… Così è stato per i False Heads, trio punkrock londinese composto da Luke Griffiths alla chitarra e voce, Jake Elliott al basso e Barney Nash alla batteria.

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