R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Furlan

Perché? È veramente necessaria una nuova versione di uno degli album fondamentali della storia del rock il cui successo è certificato non solo dagli oltre 45 milioni di copie vendute ma soprattutto dal plauso unanime della critica? Quale nuova prospettiva può offrire il rimaneggiare un’opera già perfettamente compiuta nel suo significato musicale e testuale?

Escluderei che si tratti di un’operazione esclusivamente commerciale, in verità già compiuta più volte: quest’anno, ad esempio, è stata pubblicata l’ennesima remastered version di The Dark Side Of The Moon (prima disponibile esclusivamente all’interno un costoso cofanetto, solo successivamente singolarmente) e recentemente l’Us + Them Tour ha ampiamente sfruttato quel materiale ed è confluito nel relativo disco live.

La registrazione originale dei Pink Floyd risale a poco più di cinquant’anni fa quando Roger Waters aveva ventinove anni; ora che ne ha appena compiuti ottanta ha sentito l’esigenza di riflettere su ciò che il disco intendeva trasmettere: «quando guardi al mondo che ci circonda, è chiaro che il messaggio è rimasto attuale. Per questo ho cominciato a considerare che apporto potrebbe dare la saggezza dell’età a una versione re-immaginata». Una sorta di anteprima sono state The Lockdown Sessions (rielaborazione di alcuni brani suoi e del gruppo): è in quel contesto che gli è balenata l’idea che TDSOTM potesse essere il candidato ideale per un’iniziativa analoga, sia come tributo che come rilancio del forte messaggio politico ed emozionale dell’intero album.

«I ricordi di un uomo nella sua vecchiaia, sono le azioni di un uomo nei suoi anni migliori», inizia così Dark Side Redux, con la citazione dei primi versi di Free Four, brano tratto da Obscured By Clouds del 1972. È su questo divario che si gioca la partita, da un lato l’entusiasmo giovanile che invitava a fuggire dal circolo vizioso di una vita insulsa e ordinaria, dall’altro il pensiero di un uomo anziano che riflette sul tempo che scorre, sulla vita, sulla morte. Rimangono centrali i temi della condizione umana, dell’alienazione, della salute mentale, ma se nel disco originale tutto ciò veniva esposto in brani avvincenti, funzionali a una visione musicale esaltante, per nulla appesantiti dalla complessità dei contenuti, nel caso di Redux l’esito è diametralmente opposto. Salva l’architettura principale, Waters lavora principalmente in sottrazione, eliminando alcuni degli elementi peculiari che caratterizzavano TDSOTM, aggiungendone però altri che rendono più gravoso l’ascolto.

«Non è un sostituto dell’originale che, ovviamente, è insostituibile» ammette lo stesso Waters, ma è il modo di guardare negli occhi il ragazzo di allora e fare il bilancio di tutti questi anni. Inevitabile quindi confrontare le due opere e valutarne pro e contro. Riguardo la rilettura non si può fare a meno di avvertire la mancanza di fattori dal peso specifico importante quali la chitarra e la voce di David Gilmour, il sassofono di Dick Parry, la voce straordinaria di Clare Torry, le invenzioni di Alan Parsons e le tastiere di Richard Wright, mancanza che non è compensata dalle novità che sono per lo più una serie di lunghi recitativi inseriti al posto di Speak To Me, On The Run, Any Colour You Like. Tali spoken word sono piuttosto monocordi, recitati con un tono di voce basso, a tratti sussurrato.

Quando Waters all’inizio legge la prima parte del testo di Free Four, brano che parla della morte del padre, l’atmosfera è cupa, funerea. Prosegue con il racconto di un sogno incentrato sullo scontro tra bene e male (a vincere sarà la voce della ragione) che si protrae per quasi cinque minuti. Finalmente comincia Time, il morale si risolleva, i tempi si dilatano, il canto, sommesso, è accompagnato da un organo che trasmette un po’ di calore e riscalda le ossa, sullo sfondo gli altri strumenti, una chitarra acustica, gli archi, l’intervento fascinoso del theremin, tutto molto suggestivo e ben orchestrato. L’incanto si interrompe al suono di una campana a morto che precede la lettura della corrispondenza con l’assistente dell’amico e scrittore Donald Hall, prossimo alla morte. La recitazione si alterna alla sublime melodia di Great Gig In The Sky, le tastiere non possono certo replicare la magia di Wright che accompagna al piano i vocalizzi di Clare Torry, ma il risultato è comunque convincente. Money è angosciante, la voce di Waters luciferina, il diavolo, sprezzante, se la ride, wellcome to hell, irrompe la famosissima linea di basso, gli archi tagliano l’aria, è ancora una volta in atto la battaglia, tra noi e loro. Us And Them si discosta dall’originale per l’uso degli archi e di nuovo dell’organo che si prende la scena. Any Colour You Like segue a ruota e procede sulla stessa linea, inframmezzata da brandelli di testo. Così anche Brain Damage dove la voce è più calda, dolce, e intatto lo stupore di contemplare il lato oscuro della luna. In chiusura, è ovvio, Eclipse, e il battito del cuore, da cui tutto ha avuto inizio.

Arrivati alla fine, si ha la sensazione di essere rimasti avvolti in una cappa di tristezza senza che la tensione accumulata trovi una via d’uscita oltre l’oscurità. Si parla soprattutto di morte, è vero, ma il disco non decolla mai veramente, manca quello scatto in più che avrebbe fatto la differenza. Il progetto non sembra del tutto riuscito perché l’eccessiva verbosità non depone a favore della leggerezza e della facilità d’ascolto. I monologhi, dopo averli ascoltati un paio di volte, stancano e i nuovi arrangiamenti, pur avendo spunti interessanti, non aggiungono niente di veramente nuovo. Con buona pace di Waters, il rifacimento può essere accostato all’originale come una sorta di integrazione, nulla di più. The Dark Side Of The Moon è indimenticabile, la versione Redux no.

Tracklist:

  • Speak to Me
  • Breathe
  • On the Run
  • Time
  • Great Gig in the Sky
  • Money
  • Us and Them
  • Any Colour You Like
  • Brain Damage
  • Eclipse

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