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Kjetil Mulelid Trio – Who Do You Love the Most? (Rune Grammofon, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Il jazz scandinavo sta attraversando un momento evolutivo che passa, oggi, anche tra le architetture originali del pianista Kjetil Mulelid, trentunenne musicista norvegese, qui con il batterista Andreas Winther e il contrabbassista Bjorn Marius Hegge in questo ultimo lavoro Who Do You Love the Most. Uscendo dalla facile retorica del carattere “nordico” di questa musica, cioè da tutto quel bagaglio estetico di malinconiche introversioni e aristocratici spleen che ci si possa aspettare, Mulelid non tradisce evidentemente la mancata appartenenza ad una certa impronta meditativa, ormai sigillo abituale di questo jazz. Ma le sue strutture armoniche tendono a rifuggire da semplicismi d’effetto, da certe esasperate rarefazioni sonore che abbiamo spesso avvertito in gruppi organizzati come questo trio. Al contrario, le linee melodiche s’intrecciano a volte evocando linee di blues, altre volte sovrapponendosi con trame complesse che risentono, com’è costume dei musicisti scandinavi, di influenze folk, classicismi, elementi gospel – come in questo caso – e suggestioni pop. Una bella calligrafia stilistica, soprattutto molto matura, e una ritmica che s’adatta come un guanto alla costruzione di Mulelid, sono i suggelli di questa prova molto buona, seppur senza picchi particolarmente intensi. Pervade l’intero album una sensazione di grande equilibrio, con molte ballate lente e riflessive ed una sensibilità narrativa di rilievo. Una certa stabilità emotiva è il termometro che misura la qualità complessiva di questo album che non si avventura mai in territori troppo rischiosi, non amando espressioni di virulenza energetica né per contro senza annaspare in paludosi languori autunnali. Mulelid, insieme al suo trio, è giunto alla terza uscita discografica per Rune Grammofon, ma non dobbiamo dimenticare né la prova solista in Piano del 2021, né le partecipazioni ad un altro gruppo, Wako, discograficamente attivo dal 2015.

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Fire! – Defeat (Rune Grammofon, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Si intitola Defeat l’ultima fatica discografica dei Fire!, ovvero Mats Gustafsson (al flauto, sax baritono, elettronica), Johan Berthling (basso elettrico), Andreas Werliin (batteria) e con la collaborazione di Goran Kajfes (tromba), Mats Aleklint (trombone e corno), che porta il trio ad assomigliare ad una piccola orchestra. Ma prima che dal titolo dell’album pubblicato dall’etichetta Rune Grammofon, partiamo dal nome del gruppo che non sembra lasciare adito a dubbi, però ad interpretazioni certamente sì. Di quale fuoco si tratta? Non certo di un fuoco da arma, difficile pensare al fuoco di un incendio, e nemmeno a un fuoco sacro. Il fuoco di Mats Gustafsson è certamente il fuoco di Efesto, il fuoco della fucina nel ventre di un vulcano (l’Etna secondo la mitologia greca), dove lavorava coi suoi aiutanti, i Ciclopi. Ecco, se mi fosse concessa una metafora mitologica, mi servirei di questa per ambientare il bellissimo disco, dove il flauto di Mats Gustafsson è certamente paragonabile al martello di Efesto che batte una materia metallurgica e aurea per forgiarne oggetti sonori simili a gioielli. Sono oggetti che non si vedono e che sono difficili da descrivere poiché attengono a due categorie: l’udibile e il metafisico.

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Hedvig Mollestad Trio – Ding Dong You’re Dead (Rune Grammofon, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Simone Catena

Gli Hedvig Mollestad Trio, progetto esplosivo norvegese tornano di gran carriera sulle scene, con un evoluzione emotiva geniale, carica di maturità e impatto sonoro definitivo. Dopo il disco precedente Smells Funny che li ha consacrati nel panorama underground, su una buona dose di sperimentazione già affrontata negli esordi del lontano 2011. Sono pronti a rimettersi in gioco e, durante questo periodo strano da affrontare, la chitarrista Hedvig Mollestad Thomassen fondatrice del gruppo, si è cimentata con una carriera da solista con l’album di debutto Ekhidna. In questo nuovo e prezioso album Ding Dong You’re Dead, prodotto per l’etichetta Rune Grammofon, la band esplora un percorso fatto di jazz rock e tanta psichedelia, per un risultato finale da togliere il respiro durante tutta la sua durata.

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