Francesco D’Acri – Il principio di Archimede (Autoproduzione, 2017)

Postato il Aggiornato il

Articolo di Luca Franceschini.

Francesco D’Acri, di Milano, scrive canzoni, raccontando se stesso e quanto di bello e di brutto vede nella vita, consapevole del fatto che tutto ciò che accade contribuisce a renderci uomini.
Dopo tutto, essere un cantautore dovrebbe significare questo e niente di più. Sorridere alla vita, a tutto ciò che porta, percorrere la strada col bagaglio delle proprie esperienze, pronti a viverne di nuove, raccontando tutto con parole e musica, perennemente in bilico tra il desiderio di compimento e la percezione della pochezza che comunque ogni uomo ha dentro.

In tutto questo c’è “Il principio di Archimede”, come ha voluto chiamare il nuovo disco, il terzo della sua carriera, il secondo di canzoni originali, dopo che due anni fa era uscito “Over The Covers”, un’ottima raccolta di rivisitazioni di brani che in qualche modo lo hanno ispirato nel suo cammino.
Archimede, bene o male, lo conosciamo tutti. È quel matematico greco che ha scoperto il principio di galleggiamento dei corpi, detto in due parole da uno che di queste cose non ha mai capito nulla. Francesco ha riletto metaforicamente questa legge fisica per arrivare a dire che, in qualche modo, tutte le esperienze che viviamo come esseri umani, belle o brutte che siano, non possono essere seppellite nel nostro inconscio, vengono sempre a galla, a dirci quello che siamo, a costruire la nostra personalità.
E allora, i dieci brani che compongono questo lavoro non sono nient’altro che il tentativo di raccontare il vissuto dei suoi ultimi anni, tutte le esperienze che lo hanno portato fino a qui. Si parla di amici, della nascita di un figlio, di viaggi in macchina, di sbronze, di discorsi che hanno a tema Dio e la musica, e di tanto altro.
Francesco si è messo a nudo, con una sincerità e una passione che da una parte è piuttosto normale ritrovare in chi ha scelto le canzoni come principale modalità espressiva, ma dall’altra è sempre un piacere quando si vede che c’è, che chi ti è davanti non sta fingendo.

 

C’è un gran lavoro di squadra, dietro a queste canzoni. C’è la collaborazione con l’amico Walter Muto, che ha suonato la chitarra in tutte  le tracce e le ha arrangiate in maniera sopraffina, rivestendole di una personalità tutta loro, donando a ciascuna un vestito diverso. C’è poi la presenza di un batterista dotato di gusto e finezza come Ermes Angelon, che ha suonato anche le percussioni ed è stato indispensabile nel fornire efficaci schemi ritmici ad un lavoro che vive soprattutto di sonorità acustiche.
E ci sono poi alcuni ospiti speciali, anch’essi provenienti da una storia di amicizia e di comune amore per la musica, che hanno contribuito alle numerose sfaccettature del disco: Carlo Pastori, che ha impreziosito con la sua fisarmonica “Milano è così”; Lorenzo De Finti (che vanta una serie di pubblicazioni e collaborazioni di tutto rispetto in ambito Jazz) che ha suonato il pianoforte in “Un sentiero verso le stelle”. Poi, un trio d’archi molto affiatato come Carlo Lazzaroni (violino) e i due fratelli Angelo e Maria Calvo (viola e violoncello), che hanno fornito ad alcuni episodi un respiro cameristico molto affascinante.

La produzione, affidata allo stesso Walter Muto insieme a Francesco, valorizza in pieno ogni componente  donando a questo album un suono intenso e limpidissimo, con un’amalgama perfetto tra voce e strumenti.
La voce è poi l’autentico valore aggiunto in tutto questo. Una voce calda, profonda, espressiva, ma anche tecnicamente preparata, in grado di coprire un’estensione non banale. Una voce da cantante, prima ancora che da cantautore; una voce che, lo si capisce in più di un’occasione, è in grado di incarnare le esperienze che racconta, di far percepire l’urgenza comunicativa che si nasconde dietro ogni testo, ogni melodia.
C’è la voce, quindi, ma ci sono anche le canzoni. Perché si sa, senza quelle difficilmente si va da qualche parte. E Francesco, da questo punto di vista, è cresciuto tantissimo rispetto a sei anni prima. Se ai tempi di “Che cosa sei” c’erano dei buoni spunti, ma complessivamente si avvertiva come ci fosse ancora molto da lavorare, soprattutto in fase di editing (leggi, mirare all’essenziale togliendo il superfluo), adesso il salto di qualità è netto e indiscutibile.
Partendo da una base di chitarra acustica, talvolta di piano, e da una volontà di mantenere basso il ritmo (non ci sono accelerazioni rock, il tutto si compie attraverso una narrazione malinconica, da ballata), è riuscito a mettere insieme dieci brani che citano stilemi ben collaudati, ma decisamente riusciti nella declinazione.

Il nostro cantautorato italiano e quello americano in bilico tra Bob Dylan, Johnny Cash e Leonard Cohen, sono le pietre angolari da dove si dipanano le melodie che Francesco ha messo insieme, tutte molto malinconiche, perse tra un’agrodolce contemplazione del passato e una salda speranza nel futuro, che si realizza nel “ricominciare da quello che c’è”, per citare la giusta intuizione contenuta in “Se bastasse”.
Melodie comunque sempre molto aperte, che hanno il loro fulcro in ritornelli decisamente coinvolgenti da “musica leggera”, ma mai privi di sostanza o superficiali.
E sempre una grande attenzione negli arrangiamenti, che sanno sapientemente variare ogni pezzo al proprio interno, giocando sulle dinamiche e sui crescendo, con un esito particolarmente riuscito in “Non basta il cielo”, “Provaci tu”, “Amico sincero”, o la stessa titletrack, che alterna una strofa quasi parlata, nello stile dell’ultimo Cohen, ad un ritornello drammatico con gli archi in evidenza e un ottimo pianoforte alla base.
Colpisce anche l’andamento di “Versi fragili”, in stile Folk americano, che presenta il mestiere del cantautore come una navigazione incessante che è però anche un arrancare, alla continua ricerca delle parole giuste per descrivere la propria esperienza. E ancora, “Milano è così”, rassegnata dichiarazione d’amore per una città che sa essere bellissima anche in mezzo a tutte le sue contraddizioni e storture, una serenata romantica che la fisarmonica di Pastori sostiene meravigliosamente.

Si arriva al termine grati per tanta bellezza, confortati come lo si è sempre alla fine di una conversazione con un amico che ha aperto il proprio cuore  raccontando quanto la vita sia un’avventura complicata,ma che vale la pena di essere vissuta ogni istante.
Un disco da avere a tutti i costi, bello come sono belle tutte le cose vere. Francesco D’Acri ci ha sorpreso col suo salto di qualità e  l’esperienza con la quale  ha affrontato questo nuovo capitolo del suo itinerario creativo. Lo aspettiamo dal vivo, per festeggiare insieme a lui.

Tracklist:
01. Versi fragili
02. Il principio di Archimede
03. Amico sincero
04. Non basta il cielo
05. Portami a ballare
06. Milano è così
07. Un sentiero verso le stelle
08. Provaci tu
09. Se bastasse
10. Ricorderai

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