Wolf Alice @ Santeria Social Club, Milano – 13 gennaio 2018 [opening act: I’m Not a Blonde]

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Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Alessandro Pedale

Secondo passaggio da headliner per i Wolf Alice nel nostro paese dopo quello bolognese del 2013, quando i quattro londinesi non avevano ancora pubblicato “My Love Is Cool”. Due anni dopo li abbiamo rivisti nella cornice prestigiosa del Forum di Assago in apertura agli Alt-J e già si capiva che qualcosa di importante stava succedendo. Il 2016 è stato l’anno di Glastonbury e della consacrazione (definitiva?) come miglior next big thing del rock contemporaneo.
Sarà vero? Francamente, tutte queste lodi sperticate non le ho mai condivise. Stiamo parlando di un gruppo con una discreta attitudine, in grado di sfornare sin dall’esordio una manciata di buoni singoli, dotato di una frontman non solo bella ma anche di una certa personalità.
Bastano questi ingredienti per gridare al miracolo? Direi proprio di no. Il loro disco d’esordio era piacevole, per carità, conteneva due o tre ottimi brani ma correva il rischio di perdersi via tra passaggi strumentali a vuoto e melodie un po’ troppo adolescenziali. Se è questa la nuova via del rock, pensavo, non siamo messi poi tanto bene.

“Visions of a Life” ha decisamente scombinato le carte: il secondo lavoro del gruppo britannico, uscito a settembre, ce li ha presentati sotto una luce ben diversa, alle prese con un tentativo di svecchiamento del loro processo di scrittura, rendendolo più agile ma nello stesso tempo più vario, incorporando numerosi elementi a prima vista estranei al loro Alt Rock per Teenager. Risultato? Ancora una volta grande successo di critica, altrettanto di pubblico, un tour da headliner che sta andando benissimo e un futuro probabilmente già scritto tra i nomi più “pesanti” della prossima generazione.
La loro data italiana è prevista a Milano, nell’ormai abituale ritrovo del Santeria Social Club e il sold out raggiunto già diversi giorni prima è la prova provata che anche da noi si è scelto di saltare sul carro del vincitore (anche se, ad essere onesti, il posto è piccolo e non credo che le cose sarebbero andate allo stesso modo se lo si fosse organizzato all’Alcatraz o al Fabrique).
È tuttavia piacevole constatare come ci sia una nutrita presenza giovanile, direi sui 20-25 anni: anche una band incentrata sulle chitarre, se azzecca la formula giusta, può riuscire ad accalappiare le giovani generazioni.

Alle 21.30 il locale è già imballato ed accoglie con grida di entusiasmo l’ingresso di Chiara Castello e Camilla Matley, altrimenti dette I’m Not a Blonde. Un bel colpo di fortuna per il sottoscritto, che non potendo essere presente al release party del 25 gennaio, almeno ha la possibilità di godersene un assaggio in questo contesto.
Avevo già parlato a suo tempo di “The Blonde Album”, la loro prima prova Full Length dopo i tre ep pubblicati negli anni precedenti (ora raccolti in un unico disco intitolato “Introducing I’m Not a Blonde”). Le due ragazze si presentano davanti a un pubblico non loro ma non se ne mostrano per niente intimorite, anche perché sono abituate ad aprire per nomi illustri. La formazione è la solita, a due, con uso massiccio di elettronica e Loop Station e Camilla a suonare la chitarra in quasi tutti i brani. Il disco non è ancora uscito per cui la scelta è quella di puntare solo sui tre singoli pubblicati a fine anno: “Daughter”, “A Reason” e “The Road”, che chiude il set, sono perfetti esempi di canzoni ben scritte, perfettamente arrangiate e dotate di un tiro e di un’efficacia che si avverte già al primo ascolto. Non a caso i presenti, pur evitando di scatenarsi, mostrano in più punti di essere coinvolti e di apprezzare appieno; in questo ha senza dubbio beneficiato la scelta del duo di caricare molto le basi ritmiche, dando maggior groove a dei brani che sembrano avere nella sede live il loro luogo privilegiato.

Una bella esibizione, dove episodi più datati come “Peter Parker” e “Bad Buke Good Gaze” dimostrano ancora una volta il loro valore e dove, in generale, abbiamo osservato un act più coeso e consapevole dei propri mezzi, rispetto a quando li vedemmo in azione per la prima volta qualche anno fa. Procuratevi il loro disco quando uscirà perché vi assicuro che ne varrà la pena.

Sono i delicati accordi di tastiera di “Heavenward” a salutare l’ingresso on stage dei Wolf Alice. Che già di per sé è sorprendente, se ci pensiamo: un gruppo che ha fatto degli anni ’90 la sua bandiera principale si ripresenta al pubblico dopo due anni con un pezzo che strizza smaccatamente l’occhio al Dream Pop. È un inizio interlocutorio, che serve per scaldare i motori ma che presenta già un bel ritornello pienamente nel loro stile, che il pubblico però segue ancora piuttosto composto.
È con la successiva “Yuk Foo” che si ha l’impressione che il concerto cominci sul serio: il brano è un assalto In Your Face senza compromessi, più in linea con l’anima originaria del gruppo e infatti è bello vedere il bassista Theo Ellis che si dimena senza tregua e le prime file scatenarsi in un pogo selvaggio mentre Ellie Roswell si dimentica di avere una bella voce e parte ad urlare come una matta.
Chitarre un po’ basse, suoni leggermente ovattati, una resa sonora che per fortuna si riprende subito, permettendo alle capacità dei quattro di risaltare in pieno.

Perché bisogna riconoscerlo: i Wolf Alice sul palco ci sanno fare. Sono giovani ma non sono dei novellini, sono ormai quasi sei anni che suonano dovunque ed è ormai da un po’ che sono abituati alle grandi platee. Non saranno dei mostri nei loro strumenti ma l’impressione di compattezza e spavalderia che comunicano è notevole. Ellie è il centro indiscusso del quartetto: al di là delle indubbie qualità estetiche, tiene il palco con autorevolezza, canta e suona con disinvoltura, dimostrando anche di possedere un buon controllo vocale. Intendiamoci: non è un talento unico e la sua voce non è nulla di speciale; è comunque un’artista a tutto tondo ed è totalmente dentro lo show, cosa non banale per una ragazza ancora giovane.
Gli altri le vengono dietro più che egregiamente e fanno il loro lavoro con passione ed energia. C’è una bella sinergia tra palco e pubblico e c’è un’attitudine tipicamente rock tra schitarrate, ritmiche incalzanti, pogo e singalong pressoché continui. Difficile davvero rimanere distaccati.

Ascoltato dal vivo, il repertorio dei Wolf Alice brilla di nuova luce: “Visions of a Life”, in particolare, risulta di una superiorità schiacciante rispetto al vecchio materiale. C’è una maggiore varietà sonora, il tentativo di esplorare territori anche distanti tra loro: un singolo come “Don’t Delete the Kisses”, perfetto col suo cupo Electro Pop in chiave Wave o “Planet Hunter”, che parte come una ballata cosmica e poi esplode in un chitarrismo roboante; o ancora le atmosfere malinconiche di “Sadboy”, l’andamento sensuale di “Formidable Cool” e, addirittura, le evoluzioni sonore della title track, una sorta di suite in bilico tra melodie arabeggianti e ritmiche serrate che sconfinano nel Metal. C’è decisamente tanta roba in queste canzoni; forse troppa, tanto che viene da pensare che occorrerebbe razionalizzare meglio le idee e asciugare di più il prodotto finale, per non rischiare di ritrovarsi troppo spesso con dei passaggi superflui o eccessivamente dispersivi. Ma è evidente che ci sia stata un’evoluzione, che i quattro non ne vogliamo sapere di stare fermi.

Ecco, stando così le cose, spiace osservare come il publico non sembri affatto pensarla così: fatta eccezione per gli episodi più diretti come “Space & Time” e “Beautifully Unconventional”, che sono stati ottimamente recepiti, il resto dei pezzi nuovi è stato accolto senza particolari entusiasmi, mentre il massimo dell’esaltazione la si è raggiunta ogni qual volta i nostri si lanciavano in qualche estratto da “My Love Is Cool”. Per carità, i gusti sono gusti e ci sta che i brani vecchi fossero più profondamente sedimentati nei cuori dei presenti. Eppure, senza nulla togliere a una “You’re a Germ”, a “Bros” o a “Lisbon”, è evidente che abbiano un carattere adolescenziale fin troppo marcato e che, pur freschi e gradevolissimi, si esauriscano già dopo due o tre ascolti.
C’è spazio anche per un paio di estratti dai due ep d’esordio: quella “Blush” che li ha fatti conoscere e poi, ovviamente, “Moaning Lisa Smile”, che rimane a mio parere la cosa più bella ed efficace che abbiano scritto prima del nuovo disco; giustissimo che venga suonata nel finale, visto che è ormai uno dei classici di questa band. Si va tutti a casa con “Giant Peach”, altro brano celebre, e vedo solo facce contente mentre sgomito con non poche difficoltà per guadagnare l’uscita.

Bel concerto, in definitiva. Una band ancora giovane ma capace e a proprio agio, in grado di offrire un’ora e venti di show ad alti livelli. Il palco di Glastonbury se lo sono meritato e di sicuro si meriteranno i prossimi dove saranno eventualmente confermati. Certo, hanno ancora parecchia strada da fare: hanno fatto un disco migliore del precedente ma credo occorra aspettare il prossimo, per capire se siamo in presenza di qualcuno in grado di fare realmente la differenza.

 

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