A R T E – M O S T R E


Articolo di Mario Grella

Spesso nella storia dell’arte due artisti furono in competizione. Magari una competizione a distanza, magari non sincronica e magari nemmeno una vera competizione, diciamo un “controcanto”, un allievo che supera il maestro o solo un termine di paragone. Successe con Cimabue e Giotto, con Raffaello e Michelangelo, Canaletto e Guardi e gli esempi potrebbero essere innumerevoli.
Anche Antonio Canova e Bertel Thorvaldsen furono rivali nella Roma settecentesca, classicista e cosmopolita. Che poi proprio da loro nascesse la scultura moderna, come dice il titolo della grandiosa mostra allestita presso le Gallerie d’Italia di Milano, è tutto da vedere; ma si sa che i curatori sono sempre alla ricerca di un filo conduttore, di una tematica, di un trait-d’union, di un pretesto insomma, che giustifichi le loro scelte.

La mostra, aperta sino al marzo 2020 è stata realizzata in collaborazione con l’Ermitage di San Pietroburgo e il Thorvaldsen Museum di Copenhagen. Sono i temi delle “Tre grazie”, e poi ancora di Ebe e di Amore e Psiche, ad aprire la mostra e a catturare l’attenzione del pubblico nella bella sala centrale della ex Banca Commerciale di Piazza della Scala. Ed è un peccato in un certo senso, poiché le sale interne dell’esposizione riservano la sorpresa di tanti pezzi rari e meraviglie d’ogni tipo come l’apparato artistico-documentario sugli studi romani dei due artisti, con gradevolissime scenette di genere che vedono Bertel Thorvaldsen gaudente nelle osterie trasteverine o Papa Leone XII che visita l’atelier dello scultore nel giorno di San Luca (che ricordiamo essere il patrono degli artisti), ma anche la struggente bozzettistica di Canova che si sublima certamente nel magnifico modellino per il monumento a Vittorio Alfieri.


Notevolissime anche le opere di glorificazione dei due scultori, come quella magnifica e celeberrima, del doppio ritratto dei due eseguito da François-Xavier Fabre o l’eccezionale galleria ritrattistica di sovrani, politici, artisti, musicisti, persino un papa, Pio VII, che scelsero il talento dei due scultori per affidare la propria immagine all’eternità.
È indubbio, comunque, che sia la mitologia, come lo fu di molta parte della scultura neoclassica, il piatto forte della “strana coppia”. Venere in particolare, presente in numerose statue e ritratta in diversi episodi legati al proprio mito. Una Venere, quella del Canova, forse più sensuale di quella algida e composta di Thorvaldsen, anche quando si tratta di esibire il pomo della vittoria dopo la competizione.
Una mostra la cui cifra stilistica potrebbe essere il “nitore”, la lampante trasparenza della bellezza neoclassica che solo apparentemente è bellezza esclusivamente ideale. L’eredità della statuaria greca e romana è certo evidente, ma altrettanto evidente che la scultura di Canova e Thorvaldsen presenti i segni riconoscibili di quella “modernità” a cui fa riferimento il titolo dell’esposizione. 

La mostra è visitabile fino al 15 marzo 2020.
Per informazioni Gallerie d’Italia