L I V E – R E P O R T
Articolo ed immagini sonore di Daniela Pontello
Shame alla Santeria: un concerto che riconosce, provoca e coinvolge.
Gli Shame, band post-punk londinese nata nel 2014, hanno portato alla Santeria Toscana 31 un concerto che ha mescolato energia, sarcasmo e partecipazione collettiva. Con il nuovo album Cutthroat come asse portante, il gruppo ha costruito una scaletta serrata, alternando brani storici e pezzi nuovi, senza mai perdere tensione. Il frontman Charlie Steen si è presentato con occhiali da sole e pantaloncini dorati, la scritta SHAME ben visibile sul retro. Un dettaglio che mi ha colpita subito: ironico, teatrale, ma anche perfettamente coerente con il tono della band. Mi ha fatto sorridere, mi ha affascinata. È stato uno di quei momenti in cui il gesto scenico diventa linguaggio.

La sala era piena, il pubblico già pronto. Quando Steen incitava, la risposta era immediata: salti, boati, cori unanimi. Le persone attorno a me conoscevano ogni parola, ogni pausa, ogni esplosione. Io mi sono sentita travolta, ma non dispersa. Al contrario: entusiasta, riconosciuta, parte.
Scaletta del concerto
- Axis of Evil
- Nothing Better
- Cowards Around
- Concrete
- Testeless
- Fingers of Steel
- Plaster
- Alphabet
- After Party
- Quiet Life
- Spartak Lampiao
- Snowday
- Born in Luton
- One Rizla
- Adderall
- Water in the Well
- Angie
- Cutthroat

Durante Concrete, il pogo si accende. Il pubblico si muove come un solo corpo. Il testo dice: “And it’s not what you said / It’s just the way you said it” “Non è quello che hai detto / È il modo in cui l’hai detto”. E in quel momento, tutto sembra ruotare attorno a questo: il tono, il gesto, la vibrazione. Shame non cerca di spiegare, ma di far sentire.
Su One Rizla, l’intera sala canta: “My nails ain’t manicured / My voice ain’t the best you’ve heard / But do I give a fuck?” “Le mie unghie non sono curate / La mia voce non è la migliore / Ma credi che me ne freghi?”. È un inno all’imperfezione, alla libertà di essere come si è.

Poi arriva Adderall, più cupo, più inquieto: “I’m not your saviour / I’m not your friend / I’m just a pill that you take now and then” “Non sono il tuo salvatore / Non sono il tuo amico / Sono solo una pillola che prendi ogni tanto”. La sala vibra, ma in modo diverso. È una danza ansiogena, un momento di riflessione.
Esco dalla Santeria con una sensazione di pienezza. Shame ha offerto un concerto che non cercava di impressionare, ma di connettere. Mi porto via l’immagine dei pantaloncini dorati, il boato del pubblico, e quella sensazione rara di essere parte di qualcosa che non chiede permesso per esistere.















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