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Giovanni Guidi – Ojos De Gato (Cam Jazz, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Non è difficile voler bene alla figura di Leandro Barbieri, detto Gato, sassofonista argentino ch’ebbe a cuore, oltre al jazz, destini e sofferenze del popolo latino, amato con passione umana e politica attraverso l’indimenticabile sonorità del suo strumento. Del resto lo stile di un musicista si tratteggia soprattutto percorrendo le sue personali caratteristiche sonore e il sax di Barbieri, a questo proposito, è realmente inconfondibile. Anche se in questo Ojos de Gato del pianista Giovanni Guidi il sassofonista James Brandon Lewis ne ricalca l’impronta stilistica proponendosi con un suono smaliziato, a tratti molto simile all’originale. Personalmente sono legato alla figura del “Gato” sia per gli innumerevoli ascolti “collettivi” dedicati ai suoi dischi pubblicati dalla Impulse! dei primi anni’70 – erano anni d’intensa lotta politica condotta spesso improvvidamente ma con grande passione – sia per il romantico decadentismo della colonna sonora di Ultimo tango a Parigi, film reso mitico anche perché fu l’ultimo esempio di accanimento censorio della storia italiana. Guidi, dall’alto della maturità raggiunta come pianista, si propone con una serie di brani tutti autografi, previa un’identificazione carica di sentimento, non tanto con lo stesso Barbieri in quanto esecutore, con cui non condivide evidentemente l’utilizzo del medesimo strumento, ma con il suo sentire, con quella vitalità e insieme malinconica allegria venata di rabbia polverosa che ha quasi sempre attraversato la sua produzione discografica. Guidi ci mette molte cose, oltre all’Emozione. Ci mette la Terra, la “Lucha”, il periodo free, l’esuberanza etnico-ritmica, l’Italia, la Francia, i provocatori “murales” colorati d’ingenuità che adornavano i corridoi di quella musica, ormai dissoltasi nella diacronia degli avvenimenti ma ancora ben persistente nella memoria del jazz. Ci mette pure qualche legame personalissimo, accomunando il proprio vero padre scomparso da poco con quello putativo rappresentato dallo stesso Barbieri.

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Francesco Bearzatti Tinissima 4et – Zorro (Cam Jazz, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Chi ha più o meno la mia giurassica età non potrà non ricordarsi di Zorro, il romantico giustiziere mascherato protagonista di una serie televisiva che negli anni ’60 veniva trasmessa ogni domenica pomeriggio in uno spazio apposito dedicato ai ragazzi. Prototipo di quei personaggi dalla doppia identità che popoleranno la letteratura fantastica moderna, da Superman a Batman fino ai personaggi di quei fumetti “neri” che conosceranno proprio in Italia una loro dorata stagione, Zorro nasce da un’invenzione dello scrittore Johnston Mc Culley negli anni ’20 e conoscerà fama e fortune cinematografiche che perdureranno fino ai giorni nostri. Come non ricordare la sigla di quei cortometraggi, originariamente lanciata dai Mellomen e ripresa e tradotta in italiano dai dimenticatissimi  – ma spiritosi – Zig Zag Ensemble? E come scordare il fascino emulativo di quel mantello nero, autentico feticcio e oggetto di desiderio di tutti noi maschietti durante il periodo di Carnevale?

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