R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Tutte le forme d’arte hanno un loro linguaggio, una grammatica di base che costituisce le fondamenta per ogni futura sintassi. Anche nella pittura, ad esempio, oltre che nella musica, occorre apprendere una tecnica basilare su cui stratificare, in un secondo tempo, l’espressività delle proprie idee ed inclinazioni. Figlia di Gianni Strino, importante pittore figurativo napoletano, Eleonora può forse aver appreso le tappe essenziali del percorso artistico, magari respirando l’aria familiare e trasferendo queste dinamiche nel campo musicale dove ella si è indirizzata alla chitarra jazz e al canto. Una famiglia peraltro dedicata alle Muse in molte sue forme, visto che due sorelle sono coinvolte nelle arti figurative e il fratello è un video-maker. Come la stessa Eleonora racconta in un’intervista rilasciata ad Alceste Ayroldi per la rivista Musica Jazz un paio d’anni fa – c’è anche su YouTube un altrettanto interessante colloquio con Luca Gelli nell’ambito del canale Guitarprof – il suo approccio allo strumento è passato attraverso la primaria influenza di chitarristi come Jim Hall, Peter Bernstein, Barney Kessel, prendendo confidenza con il bebop – a proposito degli elementi essenziali a cui si accennava poco sopra. Ma è indubbio che altri chitarristi contemporanei abbiano lasciato una traccia, ad esempio John Scofield – vedi qui e qui – o uno tra i miei strumentisti attualmente preferiti come Julian Lage – vedi qui e qui – e l’elenco potrebbe continuare. Ma personalmente ritrovo nella musica della Strino anche la forte impronta di Emily Remler, straordinaria chitarrista scomparsa troppo presto e che, forse anche per questo motivo, non è stata mai pienamente riconosciuta come avrebbe meritato.
Ogni musicista che voglia definirsi quindi jazzista – non è certamente un obbligo ma penso sia altamente consigliabile – dovrebbe esperire il bebop come paradigma fondante. Per poi, in un secondo tempo, anche superarlo o lasciarselo alle spalle, se lo crede utile alla sua maturazione come artista. Eleonora Strino conosce bene il genere e se ne allontana, per ora, con una certa circospezione, ma è un’artista giovane ed è solo al suo secondo album da titolare, Matilde, dopo il precedente I Got String (2023) con il contrabbassista Greg Cohen e il batterista Joey Baron pubblicato sempre per CAM Jazz (vedi qui). Sono note anche alcune collaborazioni con Emanuele Cisi (Far Away, 2022), con Daniele Richiedei e Giulio Corini (Duo Imperfetto, 2022) e con Ornella Vanoni (Calma Rivoluzionaria, un live del 2023).

Triangolando i suoi studi musicali tra Napoli, Torino ed Amsterdam, la Strino si è costruita una mano felicemente sciolta, direi addirittura levigata, declinando un jazz che risente senza dubbio di una certa tradizione chitarristica senza rinunciare a qualche spunto più personalizzato, favorito da quella sonorità liquida probabilmente legata anche alla timbrica di una delle sue chitarre più preziose, una Gibson L7 datata 1933. Come tutti i musicisti dotati di senso del limite – “chi non ce l’ha, tema sé stesso” affermava l’antica saggezza filosofica greca – la Strino è piuttosto attenta a non prevaricare, lasciando ampi spazi espressivi ai suoi sodali che sono il pianista Claudio Vignali – ne abbiamo parlato su Off Topic in due occasioni, vedi qui e qui – il contrabbassista Giulio Corini – puoi leggere qui e qui – e il batterista Zeno De Rossi, uno tra i musicisti più coinvolti e recensito dalla nostra pagina – vi conviene digitare il suo nome nello spazio di ricerca di Off Topic, se volete avere più informazioni su questo artista. Matilde pare prendere letterariamente spunto dalla suggestione di un dipinto paterno, attorno a cui s’addensa l’ispirazione di questo album che, a differenza del precedente I Got String, non contiene standard ma solo brani composti dalla stessa Autrice. Il superamento di questo transito delicato, tra la presenza rassicurante ma anche, perché no, un po’ ingombrante di autori che hanno fatto la Storia – Gershwin, Ellington, Bacalov ecc… – e il rischio di esporsi con pezzi propri, è quasi un rito di passaggio obbligato per molti musicisti. In questo caso la Strino, per mezzo delle sue floride e poliedriche invenzioni, ottiene un ottimo risultato, magari con qualche momento enigmatico in una narrazione ricca di microcontrasti, dove però riescono a convivere delicatezza – rafforzata dagli interventi vocali – e determinazione. L’Autrice cita en passant i suoi riferimenti ma nel contempo, rileggendoli, li reinventa trasformandoli in appunti personali ed intimi. Vorrei aggiungere un’ulteriore nota per come la Strino gestisce lo spazio sonoro, lavorando in alcuni brani con pause, silenzi sottintesi e momenti di respiro, permettendo alla sua musica di avere quella fluidità a garanzia della sensazione di spontaneità generale che si percepisce durante l’ascolto.
L’apertura dell’album è affidata a Neapolitan Six for Lage, un brano che pare essere dedicato a Julian Lage e che allude nel titolo alla sesta napoletana, un artificio armonico utilizzato su una scala minore tipicamente differente rispetto all’omologa minore armonica standard – c’è un secondo grado bemolle rispetto a quello naturale. Un breve intro che verrà poi riutilizzato più a lungo nel finale, presenta un vorticoso tema be-bop preso d’infilata dalla Strino che precede la sua improvvisazione. Seguirà anche un poderoso assolo di Vignali che corre sulla tastiera lasciando anche lo spazio per una parentesi più lenta ed incisiva gestita dal contrabbasso di Corini. Brano giocoso realizzato in velocità, con ottimi stacchi e brevissime pause. La title-track Matilde arriva con i colori inattesi latino-spagnoleggianti nell’arpeggio di chitarra condotto dapprima in solitudine e poi ripetuto in sincrono col pianoforte. Le note dell’Autrice sono leggere e veloci, sembrano quasi tocchi di pennello. L’assolo del pianoforte sembra inizialmente più aperto e meno vorticoso rispetto al precedente ma il bopping emerge comunque pian piano sotto le dita di Vignali. In chiusura riappare il sincronico arpeggio iniziale dopo una sequenza di accordi diminuiti ma sarà la chitarra a terminare il brano in solitudine.

Telai Fluidi è forse il brano più avantgarde dell’album che si apre con diversi sincroni tra piano e chitarra. La costruzione tematica è complessa ma poi si sospende in una foschia ritmica gestita da un dialogo sommesso tra contrabbasso e batteria. In seguito è la voce della Strino che canta senza parole in contemporanea alla melodia impostata dalla chitarra. Ed è da qui in poi che ascoltiamo la parte migliore del brano, maggiormente tradizionale ma dove la compartecipazione degli elementi del quartetto appare più equilibrata. Le improvvisazioni soliste di chitarra e pianoforte arricchiscono il pezzo ed è forse in questo frangente che Vignali sembra offrire il meglio di sé, in un poliglottismo creativo tra forte impronta melodica e naturalmente, l’onnipresente essenza del be-bop. 21 Marzo lavora su uno schema di base pentatonico condotto all’unisono tra contrabbasso e pianoforte, poi s’instaura più nettamente un ritmo di ¾ sul quale scorre una melodia piuttosto lenta e leggibile sui binari di una quieta geometria, almeno fino a quando l’improvvisazione guida la Strino in un ambiente che profuma quasi di blues. Si fa sentire De Rossi con un assolo molto ben equilibrato di batteria, giocato più sulle timbriche percussive che non sulla velocità esecutiva. La temperatura corporea si rialza subito dopo con Neverland dalle cadenze iniziali vicine al progressive – sembra di riascoltare i Gentle Giant in versione aggiornata. Poi la struttura si sfibra in un’improvvisazione libera con Vignali in cerca di dissonanze idonee, batterie e contrabbasso in modalità free e infine anche la chitarra che s’allinea col mood in atto. Ma piano piano si esce dall’estemporaneità per entrare in un clima latino, quasi un calypso segnato da lampi di colori accesi. Il finale recupera quell’idea progressive esternata nei momenti iniziali. Tutto bene, anche se alla fine il brano risulta un po’ confuso avendo perso un poco in coerenza. Senza e Ce Stà è un gioiellino che ritorna alla purezza della melodia, con un ricamo di pianoforte ad accompagnare il tema arioso impostato dalla chitarra. In questo brano sembra riaffiorare la delicatezza melodica tipicamente napoletana, ricordando in alcuni punti l’intenzione che fu di Pino Daniele, cioè di portare invenzioni jazz all’interno di una tradizione consolidata. C’è anche un poco di swing sottovoce, come del resto è moderata l’atmosfera generale che si respira in questo pezzo, tra i migliori, nella sua colta semplicità, dell’intero album. Vento del Vermouth è un titolo assai curioso – l’ho riletto anche su diversi canali streaming per sincerarmi che non ci fosse stato un errore di scrittura – e a meno di significati reconditi che non conosco pare riferirsi al noto vino liquoroso d’origine piemontese. Ma al di là di tutto, il brano comincia con un arpeggio ripetuto di pianoforte sul quale la chitarra e la voce della Strino costruiscono una melodia dalle sensazioni crepuscolari. Una frase chitarristica condotta in progressione discendente fa pensare ad un contrappunto bachiano. In assoluta naturalezza il brano si distende poi in un assetto modale ma la fase finale con il pianoforte riprende quella forma classicheggiante prima suggerita. Samba de Salvador è un brano molto suggestivo caratterizzato da una bella introduzione di sola chitarra e melodia fischiata, per poi incanalarsi nel ritmo latino suggerito dal titolo. L’esposizione della prima parte mi ha fatto tornare alla mente quelle colonne sonore cinematografiche degli anni ’60 firmate da Trovajoli o da Piccioni. Il brano irradia ottimismo e una certa spensieratezza nostalgica che contrasta purtroppo con il realismo crudo dei nostri giorni.
In Matilde non ci sono improvvisazioni radicali, nemmeno si possono trovare tendenze neoromantiche o episodi di autocompiacimento. Semplicemente il bagaglio tecnico ed espressivo della Strino e del suo quartetto emerge spontaneamente senza bisogno di forzature. Personalmente sono convinto che le possibilità compositive della musicista napoletana siano state solo sfiorate e che le sue potenzialità lascino presagire buone nuove per il futuro. Dopo averla vista ospite di Bollani in tv mi sono anche chiesto se la Strino abbia mai pensato ad un album di sola chitarra. Chissà, forse…o è solo una mia balzana idea?
Tracklist:
01. Neapolitan six for Lage (6:49)
02. Matilde (5:02)
03. Telai fluidi (7:31)
04. 21 Marzo (6:46)
05. Neverland (5:10)
06. Senza e ce sta’ (5:56)
07. Vento del vermouth (4:59)
08. Samba de Salvador (6:36)




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