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Neil Young

Neil Young – Young Shakespeare (Reprise Records/Warner Music, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Con una curiosa e maliziosa combinazione di nomi tra Young e Shakespeare – a cui è dedicato il teatro di Stratford nel Connecticut – Neil “Cavallo Pazzo” pubblica quest’anno un concerto dal vivo qui registrato nel lontano 1971 ambiziosamente intitolato, appunto, Young Shakespeare. Non sono certo che ci sia davvero un limite a separare l’autoironia dal naturale narcisismo dell’autore. Di sicuro c’è la scelta storica dei brani inseriti in questo album, selezione in grado di provocare ai più un brivido nostalgico e qualche lacrima di commozione. Neil Young è sul palco da solo, con la chitarra e con il piano, e sgrana il suo rosario di brani indimenticabili, quelli che abbiamo tutti ascoltato e riascoltato in quegli anni lontani. Il pubblico è partecipe, applaude ma resta silenzioso tra un pezzo e l’altro, in un rispetto quasi religioso davanti ad una fonte d’ispirazione musicale come poche volte si è potuto ascoltare nella storia della musica rock. Qualche parola di introduzione tra le diverse tracce e poi è solo la musica che parla alla platea. A quel tempo Young ha appena ventisei anni e dopo l’esperienza con i Buffalo Springfield e la fortunata combinazione con Crosby, Stills & Nash, è giunto al suo terzo disco da solista, quell’After the gold rush che gli regalerà una memoria imperitura. È a un passo dal far uscire Harvest – pubblicato l’anno dopo – e di questo prossimo album anticiperà, nel concerto di Statford, ben quattro anteprime e cioè The needle and the damage done, Old man, A man needs a maid e Heart of gold. Young appare in splendida forma, canta in sicurezza con quella sua tipica voce un po’ miagolante però così espressiva e inconfondibile.

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Neil Young – Homegrown (Reprise, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Stefania D’Egidio

Inutile dire che siamo al cospetto di uno dei più grandi cantautori viventi, oltre ad essere un chitarrista di un altro pianeta: ne so qualcosa io che, pur di vederlo, nel 2016 mi sono sparata non so quante ore in piedi sotto un sole assassino, rischiando anche di farmi sequestrare la reflex dalla security, ma questa è un’altra storia…
Tutto ciò che ha fatto è entrato più o meno nella leggenda e non poteva essere altrimenti per Homegrown, concepito tra il 1974 e il 1975, registrato in analogico come si usava allora, ma mai venuto alla luce fino a qualche giorno fa, il 19 giugno, tanto che sembrava destinato a restare una chimera.

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Neil Young – Hitchhiker (Reprise Records, 2017)

 

Articolo di Stefania D’Egidio

Il mese di settembre ci porta in dono il nuovo album di Neil Young, una raccolta di 10 canzoni acustiche, di cui 8 scritte in una sola notte, nel lontano 1976, negli Indigo Ranch Studios di Malibu e pubblicate già in precedenza in altri album e due nuove di zecca Hawaii e Give me strength. Un dono prezioso, la cui uscita era prevista per luglio e poi posticipata di qualche settimana.

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Neil Young – Storytone (Reprise, 2014)

cover

Articolo di Luca Franceschini.

Tra i grandi “dinosauri” del rock, Neil Young è l’unico a non aver mai centellinato le proprie uscite discografiche, anche in anni recenti. Contrariamente a gente come Tom Waits, Bob Dylan, Van Morrison, John Mellencamp o Tom Petty, la cui pubblicazione di dischi di materiale inedito è sempre stata salutata come un evento eccezionale o giù di lì, il Loner canadese si è costantemente mantenuto prolifico, da questo punto di vista.
Negli ultimi anni abbiamo avuto l’interessante lavoro prodotto da Daniel Lanois, il come back dei fedeli Crazy Horse (il disco di brani tradizionali “Americana” e lo splendido “Psychedelic Pill”), il controverso “A Letter Home”, che univa in maniera eclettica il vecchio (la registrazione in una vecchissima cabina) e il nuovo (la produzione di Jack White); ora, fresco di stampa, arriva questo “Storytone”.

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