Neil Young – Storytone (Reprise, 2014)

Postato il Aggiornato il

cover

Articolo di Luca Franceschini.

Tra i grandi “dinosauri” del rock, Neil Young è l’unico a non aver mai centellinato le proprie uscite discografiche, anche in anni recenti. Contrariamente a gente come Tom Waits, Bob Dylan, Van Morrison, John Mellencamp o Tom Petty, la cui pubblicazione di dischi di materiale inedito è sempre stata salutata come un evento eccezionale o giù di lì, il Loner canadese si è costantemente mantenuto prolifico, da questo punto di vista.
Negli ultimi anni abbiamo avuto l’interessante lavoro prodotto da Daniel Lanois, il come back dei fedeli Crazy Horse (il disco di brani tradizionali “Americana” e lo splendido “Psychedelic Pill”), il controverso “A Letter Home”, che univa in maniera eclettica il vecchio (la registrazione in una vecchissima cabina) e il nuovo (la produzione di Jack White); ora, fresco di stampa, arriva questo “Storytone”.

Un disco che, con la sua macchina in copertina, sembra richiamare direttamente il nuovo libro appena uscito (niente edizione italiana, per ora), dedicato proprio ad una delle più grandi passioni di Young, le automobili d’epoca. Ad ascoltare i testi però (almeno quel poco che si riesce ad orecchiare senza averli a disposizione stampati davanti a noi), di auto non c’è la quasi minima traccia, se si esclude il blues sporco di “I Wanna Drive my Car”. “Storytone” è essenzialmente una raccolta di canzoni d’amore: al di là della road story di “Say Hello to Chicago” e dell’ambientalista “Who’s Gonna Stand Up?”, a farla da padrone è la ballata romantica (piuttosto innocua a dir la verità), di chi si dice felice di avere una compagna fedele al proprio fianco: “Molte persone non capiscono che cosa voglia dire essere come me. Ma non sono molto diverso da molti altri: sono contento di averti trovata”. Considerata la ridda di pettegolezzi che sono seguiti al suo recente divorzio dalla moglie Pegi, sua compagna per quasi quarant’anni, abbandonata, a quanto sembra, per intrecciare una relazione con l’attrice Daryl Hannah, tutto questo assume abbastanza il sapore della beffa.
Se ne sono dette di tutti i colori, in effetti, su questa storia: dalle foto rubate dai paparazzi, che ritraevano la nuova coppia durante una romantica passeggiata alle Hawaii, all’aspra polemica con David Crosby (che ha accusato la Hannah di essere un’avida predatrice che porterà il cantante alla rovina), tutto questo ha dato fastidio a molti fan e ha fatto pure perdere credibilità alle confessioni dell’autobiografia “Waging Heavy Peace”, nella quale Pegi veniva presentata come l’adorata compagna di una vita.
Ma tutto questo è fiato sprecato, in fin dei conti. La vita privata di un artista non dovrebbe interessarci e se può essere legittimo che, dato l’amore che proviamo per lui, si possa reagire con dolore a certe vicende, è pur vero che dovrebbe essere la sua musica la sola a farci parlare.

E allora cerchiamo di capire che cosa si nasconde dietro a questo “Storytone”. Innanzitutto cominciamo col dire che a questo giro i Crazy Horse sono stati tenuti a riposo e che il buon Neil si è cimentato con una decina di canzoni scritte in solitaria. Non si tratta però di un disco canonico: se la versione standard del prodotto presenta composizioni inedite in cui il solo Young si accompagna di volta in volta con chitarra e pianoforte, la versione deluxe ci offre quelle stesse canzoni rifatte in versione orchestrale o full band. Un’operazione interessante che, a prescindere dagli esiti, deve assolutamente essere inscritta a suo merito: affidandomi ai miei ricordi, non ricordo un’altro esperimento simile, in cui un artista presentasse un disco con due soluzioni di arrangiamenti completamente diverse per ciascuna delle nuove canzoni.
Detto questo, la domanda sorge legittima: sono belli o no, questi nuovi pezzi? Come tutti i nomi della sua caratura, anche Neil Young ha abbandonato da tempo la fase in cui da un suo nuovo album ci si aspettava qualcosa di nuovo, la prosecuzione di un discorso, l’imbeccata geniale che aprisse una nuova fase artistica.

Con più di trenta dischi pubblicati in più di quarant’anni di carriera, di cui almeno una decina hanno plasmato letteralmente la storia del rock, possiamo ancora aspettarci qualcosa di importante da lui? La verità è che, sia in versione elettrica, sia in veste acustica, le cose fondamentali sono state tutte dette nel periodo d’oro degli anni ’70. Certo, in seguito abbiamo avuto lavori straordinari come “Freedom”, “Ragged Glory” o “Harvest Moon”, l’ispiratissimo concept album di “Greendale”, il coraggioso e a tratti affascinante “Le Noise”; ma quanti di questi titoli sono riusciti ad oscurare “After the Gold Rush”, “Harvest”, “On the Beach”, “Tonight’s the Night”, “Rust Never Sleeps” (e mettiamoci pure “Time Fades Away”, che ancora attendiamo spasmodicamente su cd)?
Logico dunque abbassare un po’ le pretese e gioire se il nostro si presenta con un lotto di ottime canzoni come già era accaduto con “Psychedelic Pill”.

Da questo punto di vista, “Storytone” non ci delude. In acustico Neil Young è sempre stato il più grande songwriter e performer della storia, secondo solo a Bob Dylan (e forse per certi versi pari a lui), per cui quando imbraccia la chitarra e si mette a cantare con quella sua voce dolce e totalmente fuori dal tempo (a quasi settant’anni sembra ancora quella di un ragazzino), è impossibile non rimanere emozionati.
Questa volta però, contrariamente ad altri lavori come “Are You Passionate?” e “Fork in the Road”, le canzoni ci sono. Non fanno gridare al miracolo, attenzione; però sono ispirate e gradevolissime, con almeno due o tre momenti di eccellenza assoluta: parliamo della pianistica “Plastic Flowers”, triste e malinconica ad evocare neanche troppo da lontano le suggestioni di “After the Gold Rush”; poi c’è “Say Hello to Chicago”, che è insieme epica e divertente, in un’esecuzione grezza e fumosa che ci riporta ai jazz club degli anni ’30. Infine, quella “I’m Glad I Found You” di cui si è già detto, delicata e romantica ballata che, fosse anche nata sull’onda della relazione con la Hannah, non perde un’oncia del suo fascino ed è quasi commovente nel mostrare un uomo che, esattamente come cantava in “Old Man”, ha ancora un disperato bisogno di essere amato.

Il resto è ordinaria amministrazione, cose che uno come lui scrive probabilmente in cinque minuti, ma comunque di discreto livello. I blues di “I Wanna Drive my Car” e “Like You Used to Do” , l’anthemica “Who’s Gonna Stand Up?” (che era già stata presentata dal vivo durante il tour di quest’estate), le sognanti “Glimmer” e “Tumbleweed”.
Un disco gradevole e a tratti emozionante, che riuscirà senza dubbio a spazzar via le polemiche suscitate da “A Letter Home”, considerato da molti un po’ troppo estremo nel voler a tutti i costi ricreare un suono e un’atmosfera vintage.

Il secondo cd, quello con le versioni full band, è indubbiamente interessante, perché presenta un Neil Young piuttosto inusuale, nel suo cimentarsi con partiture orchestrali o addirittura a fare il verso a Frank Sinatra con la big band di “Say Hello to Chicago”, mentre gli episodi maggiormente bluesy e rockeggianti sono quelli che presentano gli arrangiamenti più prevedibili. Grande qualità, in definitiva, ma se dovessimo sceglierne uno solo, non avremmo dubbi: il primo dischetto, con le scarne esecuzioni in solitaria, rimane decisamente superiore.
Nell’attesa di capire se ci sarà un tour da solista, godiamoci “Storytone”: avrà anche detto tutto quello che aveva da dire, ma di sicuro questo non è un disco che tra qualche anno si vorrà cancellare. Scusate se è poco.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...