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Paolo Bonfanti

Paolo Bonfanti – Elastic Blues (Rust Records / La Contorsionista, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Antonio Spanò Greco

Scherzando su messenger con Paolo gli domandavo “ma tu una cosa brutta proprio non riesci a farla?” Risposta: “è stata una cosa da pazzi ma mi sono divertito un casino”. Ecco forse è qui il segreto della splendida carriera di Paolo Bonfanti, divertirsi in qualsiasi cosa si faccia con un pizzico di pazzia, a ruota libera. Paolo è un chitarrista blues, ma non suona solo blues, canta e suona quello che gli piace a seconda dei propri umori, della propria indole, e tutto gli riesce maledettamente bene. Giunto alla soglia dei sessant’anni di cui quaranta trascorsi per e con la musica ha voluto deliziarci con settanta minuti di una carrellata musicale accompagnata da un libretto in cui si racconta e descrive la Genova a lui più cara. Il libretto l’ho divorato in una sera e la musica e già da alcuni giorni che solca il mio lettore. Paolo è unico nel suo genere perché non ha un genere musicale unico ma partendo dal blues tocca e spazia nel folk e nel country ma non disdegna neanche il rock puro, il soul e il jazz.

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Paolo Bonfanti & Fabio Marza Band – Nightmare a Cantù

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Articolo di Giuseppe Spanò Greco Immagini sonore di Antonio Spanò Greco

Il 20 gennaio nel locale dello storico “all’1,35 circa…” in quel di Cantù, in una gelida notte di un inverno, per molti, da incubo, si sono fuse le gesta di un pezzo di storia del blues italico e di un brandello di quella fucina di giovani ed eclettici musicisti del più recente blues nostrano.

Paolo Bonfanti, frequente ospite dell’amico Carlo, noto ed apprezzato conduttore di questo anfiteatro notturno, ha incrociato le note delle corde della sua chitarra con quelle del nuovo amico, Fabio Marzaroli, mescolando le proprie sonorità e sensibilità a quelle della Marza Blues Band.
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La Rosa Tatuata – Scarpe (2014 – Club De Musique / IRD)

la rosa tatuata scarpe

Articolo di Andrea Furlan

Come la madeleine inzuppata nel tè fece riaffiorare in Proust i ricordi dell’infanzia, così l’audiocassetta raffigurata in copertina ha risvegliato in me i bei tempi andati (ogni riferimento ad un brano del disco non è assolutamente casuale) quando, con fare carbonaro, facevamo girare tra amici le registrazioni fruscianti degli LP che non riuscivamo ad acquistare. L’era digitale ha spazzato via questo modo di fruire la musica ed al posto delle mitiche C60 ci dobbiamo ora accontentare di playlist immateriali e della musica liquida che toglie gran parte del piacere al rituale dell’ascolto. Un fascino perduto che la praticità delle moderne tecnologie non è più in grado di riprodurre. Anche la concisa precisione del titolo rimanda alla fisicità di un modo particolarmente intenso di intendere il rock, materia viva e pulsante, e anticipa lo spirito dei testi che si sporcano di vita e si calano nella realtà per gustarne il sapore, come chi calpesta l’asfalto profumato di pioggia dopo un temporale e percorre sentieri al confine di terre segnate da carcasse arruginite, lambite da un vento tiepido, impregnato di sale, che corre veloce. Titolo e copertina dicono quindi già molto del contenuto e fanno intuire che il cammino del gruppo inizi da lontano e i suoi membri abbiano molto da raccontare.

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