L I V E – R E P O R T


Articolo e immagini sonore di Andrea Furlan

«Conosco il profumo del bosco, come l’odore dell’asfalto dopo il temporale, lungo le strade impolverate, tra queste terre di confine» (Terre di confine)

Chiude in gran spolvero la seconda edizione di Autunno Visionario, intitolata La poetica del Nord Ovest, la bellissima rassegna nata dalla passione di Fabio Baietti (Visioni Musicali) in totale sinergia con il Black Inside e Paolo Zangara. Sul palco La Rosa Tatuata, storico gruppo genovese, attivo dai primi anni 90, che con i suoi quattro album rappresenta una sorta di ponte fra l’America amata e sognata attraverso i dischi di Bruce Springsteen e John Mellencamp e la scuola cantautorale genovese dei Maestri Fabrizio De André e Ivano Fossati.

Personalmente, era l’appuntamento più atteso, tanto l’affetto e la stima che nutro nei confronti di questi artisti che mi hanno sempre regalato grandi emozioni. È stato un vero e proprio evento, visto che non suonavano insieme da sei anni e la loro ultima, stupenda, opera, Scarpe (ne ho parlato qui), risale al 2014. Ricordo come fosse ieri il loro concerto del 2015 a Pavia, in quel Da Trapani (locale ahimé chiuso) che li accolse con commovente partecipazione. Dieci anni dopo il pubblico di casa nel locale di Lonate Ceppino li ha stretti di nuovo in un forte abbraccio, ricambiato dal gruppo con un concerto intenso e di elevata qualità per intenzione e contenuto.

La serata, diciamolo subito, è perfettamente riuscita ed ha appagato le attese con una buona dose di interessi. Una scommessa vinta (parola di Baietti) che ha confermato quanto sia importante per noi accaniti appassionati di rock d’autore l’esistenza di locali e di promoter che con tenacia continuano a proporre un genere di musica che in Italia sarà pure di nicchia (secondo ahimé) ma coinvolge mente e corpo nella sua specifica unicità. Atti di resistenza sonora quanto mai necessari.

Nelle quasi tre ore di concerto La Rosa Tatuata ha messo in bella mostra la sua lunga esperienza e il talento dei musicisti che hanno galvanizzato una platea attenta ed entusiasta. L’energia trascinante di questi cavalieri elettrici nasce da una accorta miscela di rock americano, teso e diretto, venature folk e il forte imprinting cantautorale espresso in liriche ricercate e profonde. La lezione di Bubola, Fossati, De André non è passata invano, assimilata in uno stile personale e prezioso che racchiude al suo interno molte gemme. Gemme che sono passate in rassegna lungo una scaletta che ha ripercorso i tratti salienti della loro carriera insieme ad alcuni nuovi brani che fanno ben sperare che questa non sia stata una rimpatriata fine a sé stessa ma possa invece diventare un nuovo inizio. Tra gli episodi più felici di una serata di eccellente livello, bisogna certamente ricordare Terre di confine, una sorta di manifesto di questi blues davanti al mare che profumano di sale impregnati da un vento tiepido, l’odore di asfalto e benzina di Scarpe, il gancio perfetto di Bei tempi andati, il tiro ficcante di Sotto il segno di Caino, la fantastica ballata Aprimi le ali, l’intensità di In piena luce, la forza narrativa di Triora, il commovente ricordo di Max Parodi (membro fondatore del gruppo, mancato prematuramente) cantato con voce rotta dall’emozione Vento di sale. Non sono mancati i tributi ai Gang (Dove scendono le strade) e a Massimo Bubola (Doppio lungo addio) che hanno segnato il territorio ribadendo l’appartenenza a un modo di sentire comune.

Giorgio Ravera, voce, chitarre e autore dei testi, ha condotto i suoi soci con grinta e ironia, spalleggiato a dovere da Filippo Sarti, colonna portante al sax, e da Massimo Olivieri, particolarmente incisivo a chitarra e lap steel. Motore pulsante Massimiliano Di Fraia alla batteria, coadiuvato al basso da Michael Tabarroni, una sezione ritmica che tesse instancabilmente ritmi vigorosi e penetranti. A colorire il tutto le tastiere e la fisarmonica di Andrea Manuelli, ingrediente decisivo di una ricetta particolarmente gustosa. La ciliegina sulla torta della serata è stata la partecipazione come special guest di Paolo Bonfanti, chitarrista blues di chiara fama, anche lui genovese, amico e produttore del gruppo, ospite in alcuni brani con il suo personalissimo tocco all’elettrica.

Un concerto da archiviare tra quelli più intensi ed entusiasmanti di sempre, il cui ricordo rimarrà indelebile nel tempo. Il mio augurio è di rivedere presto La Rosa Tatuata lungo la strada impolverata del rock e di non dovere aspettare ancora molto per ascoltare un nuovo disco. Abbiamo bisogno di voi, capito ragazzi?

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