La Rosa Tatuata – Scarpe (2014 – Club De Musique / IRD)

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la rosa tatuata scarpe

Articolo di Andrea Furlan

Come la madeleine inzuppata nel tè fece riaffiorare in Proust i ricordi dell’infanzia, così l’audiocassetta raffigurata in copertina ha risvegliato in me i bei tempi andati (ogni riferimento ad un brano del disco non è assolutamente casuale) quando, con fare carbonaro, facevamo girare tra amici le registrazioni fruscianti degli LP che non riuscivamo ad acquistare. L’era digitale ha spazzato via questo modo di fruire la musica ed al posto delle mitiche C60 ci dobbiamo ora accontentare di playlist immateriali e della musica liquida che toglie gran parte del piacere al rituale dell’ascolto. Un fascino perduto che la praticità delle moderne tecnologie non è più in grado di riprodurre. Anche la concisa precisione del titolo rimanda alla fisicità di un modo particolarmente intenso di intendere il rock, materia viva e pulsante, e anticipa lo spirito dei testi che si sporcano di vita e si calano nella realtà per gustarne il sapore, come chi calpesta l’asfalto profumato di pioggia dopo un temporale e percorre sentieri al confine di terre segnate da carcasse arruginite, lambite da un vento tiepido, impregnato di sale, che corre veloce. Titolo e copertina dicono quindi già molto del contenuto e fanno intuire che il cammino del gruppo inizi da lontano e i suoi membri abbiano molto da raccontare.

La storia de La Rosa Tatuata parte infatti nel 1992 quando il gruppo comincia a calpestare i palchi genovesi, ed attraversa oltre vent’anni di rock indipendente. Anni vissuti da protagonisti con cinque album pubblicati e le collaborazioni eccellenti con artisti del calibro di Massimo Bubola, Paolo Bonfanti e i Gang, per non dire dei tanti concerti aperti per Willy DeVille, Dan Stuart e i Modena City Ramblers. Non è passata invano la lunga attesa che ci separa dalla pubblicazione di Caino, l’album che nel 2006 fruttò loro grandi consensi critici e fece man bassa di riconoscimenti con l’assegnazione di premi prestigiosi tra cui il MEI e la Targa Argento SIAE.

Giorgio Ravera (voce e chitarra), Massimiliano Di Fraia (batteria), Nicola Bruno (basso), Massimo Olivieri (chitarra), Filippo Sarti (sax) e Andrea Manuelli (tastiere) tornano più in forma che mai con questo nuovo progetto discografico che riassume il patrimonio umano e il bagaglio d’esperienza accumulati nel corso della loro lunga militanza sulla scena musicale italiana. Nel solco di altri esempi illustri si sono ritirati in un vecchio cascinale nel basso piemonte (chissà se anche lui dipinto di rosa come lo scantinato di West Saugerties) e hanno registrato Scarpe in pochissimi giorni, con l’intento (riuscito) di conservare intatta l’urgenza espressiva e il fascino della presa diretta, una sorta di Nebraska elettrico che ritocchi e sovraincisioni avrebbero potuto guastare. Circola una buona aria salmastra, ricca di sapori, odori, spezie, quella che è possibile respirare solo al mercato di un borgo antico affacciato sul mare. Mare che ricorre spesso nei testi di Ravera, con tutta la sua forza rassicurante, calma e allo stesso tempo gonfia di energia pronta ad esplodere, una forza ben rispecchiata in questi dodici brani solidi, compatti, lineari, arrangiati secondo il canone della migliore tradizione autorale italiana, quella, ad esempio, del già citato Bubola e della ballata elettrica che unisce musica a contenuti in una formula sempreverde che i cinque tatuati applicano alla perfezione. Ci mettono lo zampino Paolo Bonfanti (produttore insieme a Ravera) per dare qua e là una bella tinteggiata di blues, e una serie di ospiti di rilievo, dalla pedal steel di John Egenes, alla chitarra David Frew (An Emotional Fish) fino alla inaspettata presenza alla voce di Trevor (Sadist) che stupisce tutti con il suo urlo trash metal in chiusura di Non c’è più fame.

Apre le danze il combat folk à la Gang di Terre confine, seguito a ruota dalla tirata Ogni notte d’estate e l’azzeccatissimo refrain di Bei tempi andati (uscita dalla sapiente penna di Bonfanti). La scattante In piena luce è l’esempio migliore delle qualità de La Rosa Tatuata: rock d’autore di gran pregio, perfetto hit single pronto al lancio, costruito intorno alle sei corde, alla voce densa di commozione di Ravera e all’hammond che riempie il suono con un indovinato effetto vintage. “C’è un marinaio che non teme il mare, in balia delle onde dei tuoi capelli, e un vecchio faro senza guardiano, che non protegge da questi scogli.” Arrivati a questo punto avrete già capito a che gioco giochiamo, quindi inutile continuare ad elencare brani uno più accattivante dell’altro, tutti in perfetto equilibro tra pulsione rock, blues tagliente e vena cantautorale, basti sottolineare che il disco offre un percorso ricco di spunti e suggestioni, prova della maturità di un gruppo davvero meritevole di tutta la nostra attenzione. Per fare ottima musica servono soprattutto passione, coerenza con le proprie radici e una visione d’insieme che unisca in un risultato omogeneo le varie fonti di un’ispirazione sempre in movimento. Tutto ciò lo scoprirete in Scarpe e sarà una piacevole sorpresa.

Sorprende il fatto che la blasonata critica musicale italiana non si sia accorta di uno dei dischi italiani più belli e importanti pubblicati quest’anno e lo abbia escluso dalla selezione del Premio Tenco: non avrebbe sfigurato nemmeno nella cinquina finale al posto di altri improbabili personaggi in cerca d’autore, forse più bravi a strizzare l’occhio negli ambienti giusti. Tant’è, loro vantano una vera indipendenza artistica, non si fanno fuorviare dalle sirene di facili compromessi e lasciano che sia la musica a parlare per loro: chi ha le orecchie giuste saprà cogliere il valore di questi schivi genovesi che fanno di passione e concretezza l’arma vincente.

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