R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Un’opera totale, inclassificabile, improvvisata in 48 ore da tre musicisti insieme per la prima volta. Un lavoro dove niente è certo né predefinito e tutto è in movimento e verità. Sto parlando di Black Thunder, secondo album della cantante, pianista e autrice Brittany Davis, originaria di Kansas City ma attualmente residente a Seattle. Davis, artista non vedente – e questo, come vedremo, ha una certa importanza nell’interpretazione di questo album – preferisce operare una canalizzazione delle sue energie interiori per creare la propria musica, piuttosto che misurarsi con una abituale metodica compositiva in senso tradizionale com’era già avvenuto in passato. E Black Thunder, pubblicato da Loosegroove Records (l’etichetta del Pearl Jam Stone Gossard), è il suono di un DNA che si riscrive nel tempo attraverso le cicatrici della storia afroamericana, incise a fuoco nella carne viva della memoria e nelle pieghe dello spirito. Sono poche le vere e proprie canzoni in questo album – il secondo dopo l’esordio di Images Issues del 2024 – ma ci sono in realtà episodi, istanti estesi di spoken word quasi rituali inframmezzati da puri momenti più cantabili, fusi in una radicale, omogenea liturgia espressiva.

Sulla carta si tratta di una serie di diciassette brani, che in realtà si riducono a nove, sottraendo i brevissimi intermezzi chiamati Ancestors, ordinati con numeri romani progressivi che sembrano essenze di afrocentrismo, con orazioni, gospel, canti e/o lamentazioni legati alla tradizione, inseriti probabilmente come nastri pre-registrati tra un brano e l’altro. La musica che resta, al netto di questi interludi, passa spesso dalle parti di un groove pulsante, jazzato, in una sorta di trance collettiva come se gli strumentisti stessero danzando con entità invisibili. Oltre alla bella voce della Davis – che personalmente trovo vicina a quelle di Abbey Lincoln e Nina Simone – e del suo pianoforte, sia acustico che elettrico, ci sono solamente altri due musicisti, Evan Flory-Barnes al contrabbasso e D’Vonne Lewis alla batteria. Le ripetitive linee ritmiche martellano lo spazio-tempo, mentre la voce della Davis enuncia versi poetici improvvisati, canti d’impronta soul prima che tutto si dissolva scivolando, come del resto succede ad ogni brano, negli evanescenti ricordi degli Ancestors. Ma in altri momenti dell’album i lunghi parlati sembrano profetiche rivelazioni, giaculatorie evocanti persone e fantasmi. Come in precedenza accennato, una delle chiavi esegetiche di questo album la possiamo ricavare da ciò che la stessa Autrice ha raccontato circa la sua cecità in un’intervista rilasciata a Joshua Miller per il sito Scummy Water Tower nel giugno del corrente anno. Prendendo spunto dal commento al brano Sun and Moon, penultima traccia di questo album, l’Autrice così si esprime: “…Questa canzone rappresenta la sensazione che provo nel conoscere il sole e la luna, pur non sperimentandone nessuno dei due visivamente. Ognuna delle stelle ultra luminose del nostro universo è rappresentata da un accordo specifico. Il sole è un accordo, la luna un altro. Sto cercando di riprodurre in chiave sonora cosa significhi avere un equilibrio tra luce e oscurità”. Evidentemente Davis ci mostra la strategia per tentare di catturare l’invisibile, il modo in cui una persona non vedente – in questo caso soprattutto un’artista – cerchi di raffigurarsi due tra gli archetipi junghiani più importanti e divinizzati dell’umanità. Per questa ragione l’Autrice aggiunge che “…quando ero bambina, tutto ciò con cui interagivo aveva una sorta di musicalità… Come persona senza vista, ho vissuto la mia vita adattandomi. Spingendo ai confini ciò che gli altri potrebbero pensare impossibile, e a volte (ai confini) anche di me stessa”. Davis non si formalizza attorno al concetto di realtà ma mira ad espanderlo. E per fare ciò lo disintegra e lo ricompone secondo leggi che si muovono oltre i generi. Funk, soul, modal-jazz, spoken-word, hip-hop, spiritualità nera e altro ancora.
L’album si apre con Ancestors I, lamenti e rumori di catene che dopo qualche secondo finiscono nel primo vero brano di questa selezione, All You Get. Impostato su un intervallo di un’ottava, dapprima segnato dal pianoforte e poi rimarcato in ostinato dal contrabbasso nonché da una serie di ritmi complessi che lo circondano, questo brano è contrassegnato da un testo rivendicativo completamente recitato dalla voce perentoria della Davis, “…La mia evoluzione non si è appiattita…abbiamo scelto di seguire l’evoluzione nera, ci siamo preparati…per diventare più di quello che avremmo mai voluto essere…”. Ancestors II sembra un frammento di uno spiritual che ci introduce ad uno dei brani più belli dell’album, Amid the Blackout of the Night. Incipit lirico, tra coppie di accordi in un continuo scivolamento da tonalità minori con nona aggiunta e triadi maggiori a distanza di quinta giusta. Si tratta della prima vera canzone che incontriamo nell’album e nella quale possiamo apprezzare gran parte delle sfumature della voce, suadente e sensuale, dell’Autrice stessa. Inoltre, questo piccolo diamante di nove minuti si completa con un assolo personale e molto armonico di pianoforte, dove la Davis può evidenziare tutta la sua competenza jazzistica. L’aspetto ritmico viaggia sulle spalle di un mid-tempo molto intrigante, mentre il canto racconta che ci sono “…Così tante cose che non ho mai visto ma a quanto pare le ho toccate tutte”. Il brano, più che sfumare, si sfilaccia volutamente in esangui linee melodiche prima di girare attorno alla boa di Ancestors III.

Si arriva così alla title track Black Thunder. Con delle percussioni che simulano la pioggia e il brontolio di tuoni lontani, proprio mentre i suoi sodali si devono divertire un mondo nell’imitare le voci degli animali, la Davis comincia un recitativo: “…è la stagione delle piogge, nella giungla ascolto il richiamo di anime selvagge che nessuno conosce…”. Il contrabbasso marca il territorio con un semplice passaggio ripetuto di un tono che verrà poi imitato dal pianoforte. Pian piano il brano acquista un certo ritmo, pur lento. L’Autrice sussurra, grida, mugugna, ammonisce e proclama mentre si ascoltano dei cori che rinforzano il parlato. Il pianoforte si sveglia dal torpore e timidamente s’inserisce con qualche accordo qua e là. Il brano sfuma poi senza infamia né lode e si continua per qualche secondo con Ancestor IV. Arriva ora Change Me sotto le sembianze di una curiosa marcetta funky-reggae dalla progressione armonica discendente e dall’inizio tentennante che tenderà in seguito ad irrobustirsi per mezzo di una ritmica posta più in evidenza. Forse il brano più singolare di tutto l’album. Dopo l’ulteriore Ancestors V, si passa ad un altro spoken word, Girl (Don’t You Know), che funge da preludio per il successivo Girl (Now We Are the Same), un tuffo in pieno mood afroamericano, dove il contrabbasso e le percussioni la fanno da padroni almeno fino a metà brano. Da qui in poi si affaccia con circospezione il pianoforte, proprio mentre la traccia si allunga decisamente nel blues. Sopra la trama rarefatta del brushing di Lewis e del corposo pizzichio di note operato da Flory-Barnes, la voce della Davis sembra impegnarsi in un accorato richiamo verso un’ipotetica, giovane interlocutrice. Ancestor VI separa il tutto dal brano che segue, una meraviglia soul che porta il nome Mirrors. Tra le cose migliori di questo album, dove finalmente l’Autrice segue una vera e propria melodia vocale, cantando il pezzo con una inflessione pulita, morbida e mostrando sensualità a fior di pelle. Il piano elettrico, dalla timbrica cupa e in linea con il clima della ballad, è il punto strumentale di forza di questa traccia, appoggiando sulla linearità slow della ritmica. Il testo esprime dubbi identitari, insicurezze, come nel verso che dice “…Pensavo di essere bella, finché non mi sono vista nel loro specchio…” oppure “Sono passati seicento anni ma noi ancora sopportiamo…”. Con lo spiritual di Ancestors VII si cambia radicalmente atmosfera accedendo a Sarah’s Song, un altro parlato su cui s’inseriscono spiritual, blues e naturalmente il jazz modale che ha costituito il convitato di pietra di tutto l’album. Sun and Moon è un’avvincente soul dai contorni funky, di cui abbiamo in precedenza accennato ad alcuni nodi, soprattutto testuali. Nonostante la semplicità strutturale del brano, è raro poter ascoltare dei momenti, diciamo più popolari come questi, che assolvano al compito di essere meno jazz e più pop mantenendo l’eleganza e la struttura professionale come in questa occasione. Chiude l’ultimo Ancestors, l’ottavo per l’esattezza.
Black Thunder è una visione, un sogno lucido, un complesso tatuaggio inciso sulla pelle della nostra coscienza collettiva. Non è per tutti, e questo è il suo punto di forza. I numerosi atti poetici completamente parlati possono scoraggiare l’ascoltatore più frettoloso e intransigente ma fanno parte integrante del clima profondamente black di questo album. I brani cantati, invece, sono quasi tutti di una bellezza riverberante, gioielli rari che appartengono ad una categoria estetica tra le più nobili che si possano attualmente ascoltare. Insieme all’album di Annahstasia – d’altro genere ma con la stessa forza espressiva – mi sembra che il lavoro della Davis sia tra le sorprese migliori di questa seconda metà del 2025.
Tracklist:
01. Ancestors I
02. All You Get
03. Ancestors II
04. Amid the Blackout of the NIght
05. Ancestors III
06. Black Thunder
07. Ancestors IV
09. Ancestors V
10. Girl (Don’t You Know)
11. Girl (Now We’re the Same)
12. Ancestors VI
13. Mirrors Explicit
14. Ancestors VII
15. Sarah’s Song
16. Sun and Moon
17. Ancestors VIII
Photo © Lance Mercer






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