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Alessandro Sgobbio

Alessandro Sgobbio – Piano Music (AMP Music & Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Di Alessandro Sgobbio avevamo già parlato, noi di Off Topic, riguardo a quel bell’album Transparence uscito l’anno scorso nell’ambito del progetto italo-norvegese Hitra – potete trovarne la recensione qui. In effetti la formazione professionale di Sgobbio, pianista dai natali pugliesi, si è realizzata fondamentalmente tra la via Emilia e la Scandinavia, con gli studi al conservatorio di Parma e l’esperienza alla Norges Musikkhogsckole di Oslo. Ma sicuramente Sgobbio riconoscerebbe come prezioso l’apporto di uno dei suoi mentori, cioè lo scomparso pianista ucraino Misha Alperin, a cui è dedicato un brano di questo ultimo album Piano Music. Per proporre un disco di solo pianoforte come questo – il secondo della carriera di Sgobbio dopo il quasi-solo (a parte l’ospitata del clarinetto di Achille Succi) Aforismi Protestanti del 2010 – bisogna possedere uno stato di luminosa grazia che non piove, tuttavia, improvvisamente dal cielo. Occorre una preparazione robusta, ad esempio quella avuta in musica classica, e un bagaglio che abbia toccato, nonostante l’apparente giovane età del pianista, diverse e disparate esperienze musicali, e mi riferisco in modo più esplicito al lavoro coi Pericopes, Silent Fires (recensione qui) e il già citato ensemble Hitra. In effetti è proprio quest’esperienza in più che sottolinea la differenza con il lavoro in solitudine sopracitato. Se in Aforismi le idee erano molte e vitali – 14 brani in meno di 40 minuti di musica – in Piano Music è come se quelle idee seminali venissero meglio sviluppate, selezionate, approfondite, dimostrando una maturità che a parer mio oggi si sta decisamente rendendo evidente. Non è un pianista new-age, Sgobbio, e nemmeno soffre di languori accondiscendenti ad un pubblico di bocca buona. Ma non è nemmeno uno di quegli stancanti minimalisti che insistono delle mezz’ore su qualche accordo reiterato – anche se in Acqua Granda si può ascoltare qualche richiamo a Steve Reich e Philipp Glass. Le sue melodie lavorano sul colorismo di arrangiamenti turgidi ma non debordanti, anzi, si avverte un lavoro di lucida selezione tra le note, come se si puntasse, in fondo, non tanto ad un’asciutta essenzialità quanto ad un suono mondato da impurità, da barocchismi art noveau, per recuperare in toto quella che a me piace definire nuda scienza armonica. Sgobbio passa attraverso tematismi cantabili per toccare attimi di contemporaneità, sfiorare – ma solo per fugaci momenti – l’atonalità giocando sulle dissonanze come in Atma Mater o calandosi all’interno di atmosfere dichiaratamente jazz e cariche di intimismo come in Racemi. Attraverso il suo divenire melodico Sgobbio mira alla preservazione di un proprio personale candore, scavandosi la strada tra varie influenze, combattuto tra l’abbandono alla reverie e istanti di laceranti malinconie ma rimanendo comunque vicino a ciò che importa maggiormente, cioè la verità dell’ispirazione, resa possibile, ovviamente, dal suo adeguato bagaglio tecnico.

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Hitra – Transparence (AMP Music & Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Una curiosa manipolazione narrativa è alla base di questo disco in cui il gruppo in questione, Hitra, prende il nome dall’omonima isola situata nella parte centro-occidentale della Norvegia. Potremmo affermare che l’intera opera sonora – Transparenceè un’eterotopia focalizzata sulle città, non solo quelle esistenti ma anche in tutte le altre frutto di ideazioni fantastiche, utopistiche e letterarie. Si tratta di architetture nate dai racconti delle Mille e una notte come Lebtit e Labtayt o a progetti abitativi parigini come La città dei poeti (che è pure il titolo di un romanzo fantastico di Daniel Abraham). Anche quando gli agglomerati urbani sono realmente esistenti ci si riferisce a luoghi esotici, indonesiani come Sêtu o a villaggi semi-sperduti come Sandstadt, situato nella stessa Hitra. Si tratta quindi di non-luoghi, o meglio di luoghi dove il presente si riassorbe e si collega ad un’interiorità nascosta, una dimensione sacra e privilegiata in cui il Tempo abituale rallenta e si dissolve. Gli autori di tutta questa creazione musicale sono un quartetto italo-nordico in cui, accanto al nostro pianista Alessandro Sgobbio, suonano il chitarrista islandese Hilmar Jensson, il bassista Jo berger Myhre e il batterista Øyvind Skarbø, questi ultimi entrambi norvegesi.

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Silent Fires – Forests (Amp Records, 2019)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Karoline Wallace voce, Hilde Marie Holsen tromba, Håkon Aase violinoe percussioni, Alessandro Sgobbio piano, sono i Silent Fires e Forests è il loro primo lavoro. Non so quanto possano essere silenziosi i fuochi, soprattutto quando si manifestano nelle foreste, ma probabilmente il  lavoro di questi artisti ha avuto una genesi precedente al propagarsi degli incendi che stanno divorando interi continenti. Mi è sempre piaciuto interrogarmi (anche), sui titoli dei brani e sui nomi dei gruppi; non la ritengo una questione di poco conto, ma piuttosto rilevante semanticamente, poiché le parole, in qualche caso, sembrano supplire o evocare atmosfere, o suggerire emozioni che la musica poi dovrebbe veicolare.

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