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Lorenzo De Finti

Lorenzo De Finti Quartet – Mysterium Lunae (Losen Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Dicono le note stampa che accompagnano questo Mysterium Lunae che l’autore, Lorenzo de Finti, si presenta per la terza volta all’attenzione degli appassionati in una formazione a quartetto. Notizia corretta, ovviamente, ma a rischio di fraintendimento. La discografia completa comprende tre ulteriori uscite, una a suo nome (Colors of Life -2017), una con il gruppo OST (Groove Connection -2005) e il suo esordio discografico uscito come Lorenzo de Finti Group (Oltre il deserto -1998). Tutto ciò per inquadrare meglio la personalità di questo pianista jazz che non è certo, basta leggere le datazioni dei suoi album, l’ultimo arrivato. Il titolo del suo lavoro più recente, appunto Mysterium Lunae, è fortemente accattivante, in parte per un certo magnetismo arcano che possiede di per sé la lingua latina, in parte perché questa dicitura era l’attributo metaforico che i Padri cristiani utilizzavano nel IV-V° secolo per riferirsi proprio alla Chiesa. Come la luna, infatti, la luminosità spirituale dell’ecclesia poteva brillare solo di luce divina riflessa. Sembra che questa locuzione fosse stata creata da Cirillo D’Alessandria, venerato oggi come santo, anche se questi fu probabilmente l’istigatore dell’omicidio di Ippazia, filosofa neo-platonica vissuta a quei tempi, colpevole di essere donna e portatrice di sophia, quindi due volte condannabile. Ad ogni modo, il mistero a cui probabilmente si riferisce De Finti è quello classico, l’affascinante turbamento che proviamo scrutando l’astro violato dall’Uomo, perenne riferimento dei romantici d’ogni tempo e irriso feticcio dell’ironia dissacrante dei futuristi. Una velata ombra di romanticismo non è aliena in questa musica di De Finti ma c’è da aggiungere un particolare importante. La realizzazione del disco non solo ha subìto l’interruzione provocata dalla pandemia ma l’autore si è ritrovato, allo scoppio della stessa, isolato al di fuori dei confini italiani e ha dovuto affrontare un lungo periodo di quarantena prima di poter rientrare a casa. Disagi e malesseri si sono però attestati lontano dall’essenza di questo lavoro. Una barriera selettiva ha impedito l’accesso a inutili pessimismi ed ha invece favorito un aspetto più positivo, non tanto basato sull’accettazione rassegnata della realtà come tale, quanto piuttosto sulla possibilità di riflettere ulteriormente riguardo al rapporto simbolico tra luce e buio. Pandemia come momentanea eclissi solare, buio come transitorio passaggio lunare verso una promessa di nuovo splendore.

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Deaf Kaki Chumpy @ Rosetum Jazz Festival – Milano, 8 febbraio 2019

L I V E – R E P O R T


Articolo di James Cook ed ElleBi

I Deaf Kaki Chumpy sono un ensemble nato a Milano sui banchi della Civica scuola di jazz Claudio Abbado. Un incontro che poteva essere solo didattico, è diventato invece sia personale che artistico. Lo spunto di questo progetto risale al 2015, quando il pianista Alberto Mancini ed il bassista Andrea Daolio, partiti da un trio, decidono di allargare il gruppo. Spinti da quella che i ragazzi stessi definiscono una “ingordigia musicale”, nel tempo hanno aggiunto: una sezione fiati, due batterie, due chitarre, percussioni, tastiere e cinque cantanti, arrivando all’attuale formazione composta da 18 elementi. Partiti dalla convinzione che le cose grandi si possono fare tutti insieme, i Deaf con talento ed entusiasmo hanno creato una musica fatta di comunione, scambio, sinergia sia fra i musicisti che con il pubblico. Le loro sono note estremamente colorate e narrative, ogni componente è un elemento piccolo ma indispensabile per dare forma al suono d’insieme che si propone come una miscela unica di jazz, funk, r’n’b, latin, hip-hop, elettronica e progressive.

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